Pubblicato la prima volta il 18 Aprile 2016 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “La mundèzza la sòrz”
L’immondizia pare sorgere dal pavimento era la lamentela della mamma che, appena finito di pulire e riassettare, vedeva rispuntare il disordine. Allora non c’erano elettrodomestici e, ciò nonostante, c’era la pessima abitudine di buttare tutto a terra per poi spazzare con la scopa di saggina, le setole tenute unite da una fascia di stoffa, il manico di legno (durava una vita). Tutto quello che si poteva bruciare, carta e legno finiva nella stufa, tutto quello che si poteva vendere andava dritto “mè strazèr”.
Ricordo quei giorni in cui si dovevano “rimediare” i soldi per la giornata e sentivo la mamma “òz è pasa e’ strazèr”: era l’omino che passava nelle strade col carretto urlando “stràz, fèr, ròba vecia…”. La mamma allora racimolava tutti “gli stracci” di cui si poteva fare meno, anche cercando tra quelli della nonna, per venderli allo “stracciaio”.
Spenta la stufa, la piana andava tirata a lucido con carta smeriglia e metalcrom, finita la cottura dei cibi i fornellini del gas dovevano brillare, il fondo esterno dei tegami annerito dalla fiamma, veniva “sfurbìd” con la “spranghina” (paglietta metallica), l’aceto per sgrassare e togliere l’odore “ad freschìn” che rimaneva dopo l’utilizzo delle uova. Mozziconi di sapone da bollire in pentola con gli strofinacci, cenere per il bucato e varecchina, tanta e ovunque, ché “la pulés e la disinfèta”
Insieme al cibo, alla scaramanzia, quello della “pulizia” è un tema che ho riproposto più volte perché ricordi chiamano ricordi e perché, come dice la Elsa “uj n’è sèmpra da dì..”.
Tenere la casa pulita era un’esigenza ed anche una rivalsa verso chi identificava la povertà con la sporcizia, lo squallore che tante volte si era visto nei film tanto nei polpettoni ambientati nel fine ottocento, quanto nel filone del neorealismo, dove il bianco e nero della pellicola sembrava accentuare lo stato di abbandono degli ambienti e delle persone: quante volte sono passate sullo schermo le immagini di bambini con i muccioli al naso, capelli spettinati, vestitini unti, magari scalzi e piangenti? Non era il nostro caso, indumenti ce n’erano pochi, per di più rimediati da altre taglie, regalati dai “signori” ma erano sempre puliti anche grazie alla “gentile” raccomandazione: “a t’ho cambièda adès…sé t’at spòrc a t’amaz…”.
E la pulizia era quella che si otteneva con acqua e sapone, diceva la Elsa, “na cmè quèlì cl’is dà e’ prufòm sènza lavès” (non come quelle che si mettono il profumo senza lavarsi) ed anche “i pan bsägna lavej na mettiè ad fóra” (gli indumenti bisogna lavarli non basta metterli all’aria). Era inorridita nel vedere le donne che tornate dalla spiaggia, dopo esservi state tutto il giorno, stendevano il costume senza lavarlo. Per non dire di quelle che passavano lasciando la scia derivata dal sudore raffermo “li sa ad scalfégn”.
Dice la Elsa che anche quando non c’erano i deodoranti si sentiva “sl’era un sudór frèsc o već”; E’ semprestata una sua fissa e, quando in tv apparivano certi soggetti, pur se appartenenti al mondo degli artisti, per come risultano alla vista, commentava “slè pòc salve.. a scumèt c’un sé lèva gnènca”.






