Un gnèra e’ tèmp pèr…

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Pubblicato la prima volta il 28 Maggio 2018 @ 00:00

Gli anni ’50, sullo sfondo di una guerra da poco finita, concedevano poco al sentimentalismo sia nei rapporti tra genitori e figli sia nelle relazioni di coppia…. “un gnèra e’ tèmp pèr al pusghè..” La vita, quella reale, dava ancora la priorità alle cose essenziali tanto patite negli anni precedenti, un tetto sulla testa, a tavola possibilmente due volte al giorno, i vestiti adatti alle stagioni, i soldi necessari per la spesa. La massima aspirazione, segno di elevazione sulla miseria: avere qualche soldo “s’ut capita un spèin” ovvero per una necessità imprevedibile, in genere riferita alla salute dato che allora non c’era il Servizio Sanitario Nazionale ma un sistema mutualistico diviso per categorie, i lavoratori statali erano assistiti dall’Enpas, una mutua “piò bona” che ammetteva la scelta degli specialisti, i dipendenti del settore privato, dall’Inam… che consentiva una forma di assistenza più generica e massificata.. e che durava solo sei mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro. Per questo anche la neve, nei momenti di disoccupazione, rappresentava una benedizione. L’Ente Ferroviario assumeva infatti, anche se per qualche giorno, gli spalatori, facendo così scattare il diritto all’assistenza mutualistica. Ricordo che il babbo preferiva il turno di notte, perché pagato con doppia tariffa. Ed era il motivo per cui gli poteva mancare il cappotto, sostituito da un giubbotto di stoffa (blusòn) confezionato in casa, ma non gli stivali che, con il badile, facevano parte del corredo “professionale” come i ferri per il chirurgo: “ui sarìa da lavurè ma la néva, t’è i stivèl”? Vi ricordate il film “Ladri di biciclette” quando il collocatore ammette alla selezione per il lavoro di attacchino solo chi possedeva la bici? Più o meno la stessa cosa.

Ecco, la famiglia ruotava ancora attorno a questi bisogni primari e, tra tutti, il lavoro che scandiva gli orari: “Mamma ho fame” – “A magném quand e’ vèin a chèsa e ba’” e gli umori, quando non ce n’era, in casa calava il silenzio quasi si perdesse persino il diritto di ridere. Non esisteva il concetto di “vacanza”, la scuola, non a caso, era quella “dell’obbligo”. In pochi quelli che ricordavano i compleanni, personalmente ho scoperto solo negli anni ’60 che c’era l’usanza di festeggiare il 31 dicembre. Le “differenze” sociali erano evidenti, nel modo di vestire, in quello di parlare.

Nelle nostre case dove non era certo arrivata la televisione né si poteva attingere alle enciclopedie che, negli anni successivi sarebbero state acquistate a rate, il linguaggio poteva contare su un numero limitato di vocaboli, arricchito dalla lettura di giornaletti, qualche settimanale, il cinema. Tante parole di cui non conoscevamo il significato che, del resto, non avremmo saputo a chi chiedere. Neanche scuola dove ci si vergognava un po’… per cui si preferiva apparire più taciturni che ignoranti. E’ vero c’era il dialetto ricco di colori, sfumature, di significati.. ma i genitori, in genere, ci proibivano di parlarlo perché “ si na t’ve mèl a scòla”. In quel film in bianco e nero come mi riappare il ricordo degli anni ’50, chiaramente il “nero” si alternava a al “bianco”, a momenti ed esperienze straordinarie che, in gran parte, ci siamo portate dietro, il senso della solidarietà, dell’amicizia, della dignità ma non di meno il gusto per il buon cibo, per la compagnia, il senso dei diritti-doveri che ruotano attorno al lavoro. Il babbo, che alternava il lavoro di marinaio a quello di manovale, era definito “un lavoradór” di quelli instancabili, forti fisicamente, mai assenti, mai in malattia, la pausa pranzo fatta sul cantiere con il pasto preparato dalla mamma e trasportato con una borsa di straccio, una minestra nel tegamino di alluminio, un panino con la frittata “cla tèin piò sustènza”, la bottiglina della birra riempita col vino. Ma rincasando ogni sera, mi faceva segnare sul calendario i minuti, la mezz’ora lavorata in più rispetto le otto ore giornaliere e, a fine mese, si presentava dal ragioniere col suo “conteggio”. Il rispetto meritato per sé e dovuto agli altri. E, tutto sommato, un’idea di felicità basata, appunto su valori essenziali e, quindi, più duraturi.

E non che mancassero i sogni, è che si tenevano dentro, quasi nascosti temendo di osare troppo.

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