Far l’amór ad nascòst…

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Pubblicato la prima volta il 29 Maggio 2018 @ 00:00

Fantasie che allungavano la notte quando, nel buio, le ragazze si immaginavano tra le braccia di Cary Grant nel film Notorius, passato alla storia del cinema per il bacio più lungo scambiato con Ingrid Bergman.

Mentre gli uomini subivano più facilmente l’attrazione della sensualità sprigionata dalle forme di Ivonne Sanson… perché drammatica o comica che fosse la trama, nobili o popolane.. le interpreti femminili avevano sempre gli abiti cuciti addosso, aderenti alla pelle, vita segnata, curve esaltate. Persino il più classico tailleur si presentava con la gonna aderente e la giacca “strunchèda”. Era l’epoca delle “maggiorate fisiche”.. e per quelle “secche” tirava brutt’aria. Cappelli lunghi ondulati, labbra carnose, ciglia e sopracciglia marcate i tratti della bellezza.. e solo l’arrivo sugli schermi di Audrey Hepburn o Shirley Mac Laine, con il taglio di capelli alla “maschietta”, filiforme la prima, lentigginosa la seconda, favorirà, faticosamente, la strada ad altri caratteri d’attrazione: l’eleganza, la simpatia. Quando si sorvolava sulla bellezza per soffermarsi sul portamento si parlava di “finezza” oppure “l’an è bèla ma l’e’ un tip”. E mentre la donna doveva comunque avere “un bel persunel”, più accomodante, da sempre, il giudizio sull’uomo che anzi “un’a da èss tròp bèl”, “impurtènt cl’ava un bòn lavór”, era il commento della famiglia quando il moscone dava inizio al ronzio attorno alla ragazza. Era il momento dei capelli impomatati con la brillantina dapprima ed il brylcreem successivamente, i capelli allungati erano un segnale chiaro di trascuratezza ed anche di appartenenza ad una cerchia sociale al di sotto di quella pure già semplice e modesta “L’è un bduciós” (pidocchioso), così veniva bollato. Anche se lo spauracchio di tutte le famiglie con ragazze in età da marito erano i militari, quelli degli amori di passaggio con la conseguenza che una donna vista in compagnia si un “soldato” era facilmente chiacchierata. Nel vasto campionario maschile spiccavano alcuni esemplari da quello che, bassino di statura, voleva dimostrare la propria virilità mettendo in vista il petto villoso con la camicia sbottonata, al fumatore accanito che, dita ingiallite dalla nicotina, faceva crescere l’unghia del dito mignolo che poi usava come leva per aprire i pacchetti di sigarette. Magari con il dente incapsulato in oro. E poi quello bello, davvero: “e’ per un artésta”.

Le sale da ballo erano il luogo principale per l’approccio sentimentale, il Floreal (nella via che Costeggia il Marecchia), da Pagnoc (sulla Via Flaminia) anche queste con la loro fama perché c’erano di quelle frequentate da donne più facilmente abbordabili ed altre dove le fanciulle erano accompagnate da una zia o comunque da persona affidabile. Ma era in voga anche l’intermediario che faceva arrivare “la manifestazione d’interesse” alla ragazza prescelta per poi combinare l’incontro. Una storia, da raccontare a parte, quella che si consumava nei locali estivi dove le tecniche di abbordaggio subivano una mutazione alla presenza delle turiste, soprattutto straniere, anzi capitava spesso che le fidanzate autoctone fossero lasciate all’inizio dell’estate e “riprese” a settembre. Mentre non pochi maschi nostrani scambiavano per conquiste l’accondiscendenza di valchirie che venivano al mare per “sanarsi” dall’esercizio dell’antica professione, lasciando poi ai nostri eroi qualche ricordino da curare. Il Garden Ceschi e Villa dei Pini a Viserba, il Sombrero e la Casina del Bosco a Marina centro, l’Oriental Park, il Mocambo, la Capannina di San Giuliano Mare (la Barafonda).. per non dire del mitico Embassy. Il corteggiamento indigeno si rifaceva ad ammiccamenti, sguardi carichi di inconfondibili intenzioni, complimenti più o meno spinti ma, come già detto, non erano in uso espressioni come “ti amo” “cara”…più ricorrente “ti voglio bene davvero”…”io ho intenzioni serie”.. che spesso venivano depositate come una sorta di fidejussione per ottenere l’ambito trofeo della prova d’amore. .. “se davvero mi vuoi bene me lo devi dimostrare….”. E gestire una relazione, prima che diventasse ufficiale, per una donna non era cosa semplice.

Tra le amiche si sapeva “la fa’ l’amór ad nascòst” ma in casa, farsi la toletta senza destare sospetti era impresa che accentuava il senso del proibito, oggi si direbbe della trasgressione, sotto il occhi indagatori della mamma. Bisognava giustificare il lavaggio dei capelli in un giorno diverso dal solito e quel catino bianco, smaltato che si usava come bidet…. eppoi il talco profumato che, prima dell’arrivo dei deodoranti, tamponava le ascelle ed il solco tra i seni. E non c‘era il rifugio dell’auto… il boom esploderà negli anni ’60. I più fortunati, alla ricerca di un posto tranquillo, sia allontanavano dalla città col motorino, la donna, nel sedile posteriore, che si teneva stretta alla vita del moroso, con le gambe da un’unica parte. O con la lambretta magari dipinta di seconda mano o la vespa. Ne rimarrà testimonianza nel tempo anche grazie alla scena del film “Vacanze romane” con Audrey Hepburn e Gregory Peck. Ma credo che una delle immagini più tenere di quel tempo fosse la donna trasportata dal proprio innamorato sul cannone della bicicletta.

C’era un senso d’amore, di protezione e di scambio: questa è la mia donna, questo è il mio uomo.

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