Incontrai per la prima volta Gigin quando ero un bambino, subito dopo la Guerra, e quest’ uomo, molto simile al Tiramolla dei miei fumetti, mi suscitava diffidenza e spesso paura, lui così alto, sproporzionato, magrissimo, con le orecchie a sventola che veramente, come racconta Probo, riuscivano a tenere in alto il cappello da “strillone” su una testa molto piccola, il cui volto era sempre arricchito da una peluria, che non mi è mai sembrata avere un aspetto folto come può esserlo una vecchia barba.

La medesima diffidenza e paura che accusavo nell’ osservare ed ascoltare, ad esempio, la cadenza dei marinai, che con i loro zoccoli, venivano a bere e a giocare a carte nell’Osteria del nonno e che mi spingevano a nascondermi dietro le lunghe sottane della nonna .
Lui indossava, nei miei ricordi, una maglietta azzurra, a maniche corte, con la scritta di nomi di giornali a me sconosciuti, mentre le esili braccia venivano ricoperte con camice o maglie scolorite, a seconda della stagione.

Forse Gigin fu il primo venditore ambulante di giornali del dopo -guerra riminese e passava nelle trattorie modeste, come quella dei miei nonni, oppure in ristoranti di un certo livello tipo “Da Bruno” o alla “Vecchia Rimini “, cercando di vendere i quotidiani agli avventori, mentre stavano mangiando, disturbandoli, come fanno ora i moderni “vù cumprà” con altro materiale.

Rispetto agli attuali, però, lui mostrava sempre una certa fretta nel piazzare la sua merce, perché sapeva che dopo poche ore, già nel tardo pomeriggio, sarebbe scaduta di valore e quindi l’ora di pranzo era il suo punto di massimo impegno lavorativo.
Rileggendo la storia della sua vita, a me sconosciuta, quella prima e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, ho scoperto che viveva nel “Vicul dei Perugini”, l’attuale via Marco Minghetti, che dall’Arco d’Augusto si dirigeva verso l’Anfiteatro, e che Gaetano Montanari veniva anche chiamato dalle ragazze: “Gigino mio” perché lui s’ innamorava di tutte le più belle che incontrava .
Infatti, ritenendosi essere un “possidente”, perché viveva in una casa di sua proprietà, all’angolo tra Via Marco Minghetti e la Piazzetta Gaiana, di conseguenza si considerava, sbagliando, un buon partito!

Gigin, purtroppo, s’innamorava per i sorrisi ricevuti da giovani e belle ragazze e così avrebbe volute sposarle tutte, ricevendo sempre soltanto forti delusioni !

Era considerato, dai grandi del Borgo Marina, un sempliciotto che suscitava, con il suo aspetto e con il suo parlare, molta ironia negli altri ma, nello stesso tempo, riusciva a farsi volere bene da chi lo conosceva veramente, specialmente da alcune famiglie della sua contrada.
Si era dimostrato, fin da bambino, non molto sveglio e per questo motivo, alla morte di sua madre, deceduta per colpa della “spagnola”, fu messo dal padre, anche lui non proprio una cima, nel collegio “Pio Felice”, dove fu avviato all’attività di ciabattino.
Ma lascio, ancora una volta, la storia scritta da Vaccarini per raccontare alcuni miei ricordi, molto meno interessanti e più semplici.
Il suo mal d’amore, alla mia età, non lo potevo conoscere, però ogni giorno avvertivo il suo ingresso all’Osteria dalla sua voce che diceva sempre: Buon appetito!
Una presenza immediatamente accompagnata dal tipico odore tipografico dei suoi giornali!

Il suo fisico, estremamente esile e sproporzionato, gli provocava gravi problemi di stasi circolatoria accompagnata da molta fiacca, tanto che, fatto il giro ai tavoli, si fermava per un breve riposino e un bicchiere di vino gentilmente offerto.

La sua bicicletta, provvista di una cassetta della frutta sul manubrio, come quella che va di moda ora, gli consentiva di ridurre il peso cartaceo e poter così fare lo Strillone con meno fatica, cercando ogni giorno di piazzare tutti i giornali che gli consegnava il distributore Rossi .
Nel ricordarlo sono convinto anche io che, avendo una maglietta sponsorizzata, lui avesse veramente delle quote fisse di guadagno che gli permettevano di sopravvivere!

In quei dieci anni post bellici i suoi introiti erano legati esclusivamente alla vendita dei suoi giornali e fino all’ultimo tentò di non entrare nel ricovero dei vecchi (il Valloni), un luogo che, quando decise di varcare, gli portò una continua depressione, malattia venuta a conoscenza anche dalla mia famiglia, quando giunsero informazioni da alcuni clienti che erano andati a trovarlo; una malinconia che lo accompagnò fino al giorno della sua morte avvenuta nel novembre 1963.

“Gigin non parla più!”, diceva mia nonna, alla quale le sembrava impossibile questa cosa, dal momento che a tutti noi era rimasto impresso il sorriso bonario, sempre presente sul suo volto .

Quel sorriso indifeso che spiegava tutta la sua semplicità e che io, il più piccolo della famiglia, apprezzai gradualmente, con il trascorrere del tempo, ogni volta che lui, in perfetto orario, passava dalla Trattoria.
Lo spiavo spesso, quando si fermava dopo il giro ai tavoli, mentre si riscaldava vicino alla stufa economica e quando era ben felice di non rifiutare un piatto caldo che mangiava rimanendo in piedi nella sala, non dei clienti, ma in quella della cantina, molto più modesta, dove del resto mangiavo sempre anche io.
Non era abile nel leggere e fare di conto, ma riconosceva la moneta necessaria per l’acquisto del giornale e se per caso c’era un problema per i resti gli arrivava in aiuto mia mamma, molto più esperta. Con questa sua semplicità spavalda e disarmante sono ancora convinto che nessuno abbia mai voluto cercare di leggere un suo giornale gratuitamente.

Un vero venditore di giornali, senza essere il classico strillone, che durante l’inverno mi incuriosiva per i suoi guanti di lana, sprovvisti delle dita, e quando entrava, durante le forti piogge o nevicate, cercava immediatamente di riportare in temperatura, anche ricorrendo di straforo, allo scaldino di mia nonna, lasciato incustodito sotto il panchetto posa piedi, perché era andata a servire la clientela al bancone del vino.

Questi sono tutti i miei deboli ricordi di Gigin dei giornali!

Sergio Giordano

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