La “Timo”

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TIMO

Pubblicato la prima volta il 20 Marzo 2019 @ 10:34

POSTO PUBBLICO TELEFONICO “TIMO”!

A Rimini, negli anni post bellici, il numero di telefono si componeva di sole 4 cifre, il prefisso telefonico si doveva ancora inventare e, lungo le strade, le cabine a gettone non esistevano. C’erano quindi solo “posti pubblici provvisti di servizio telefonico” con relativa assistenza.

La TIMO (Telefoni Italia Media Orientale) nacque il 20 /12/1923 dalla Cassa di Risparmio di Rimini (presidente Pietro Palloni) e dalla SAT (Società Adriatica Telefoni). Nel 1926 passò alla SIP (Società Idroelettrica Piemontese) e nel 1933 alla IRI STET ed infine nel 1964 alla SIP.

Per quanto mi riguarda il servizio telefonico pubblico continuò ad identificarsi con la TIMO… fino alla attuale sigla Telecom.
La TIMO concedeva il servizio ad esercenti, tipo bar e ristorazioni, ben distribuiti sul territorio, onde evitare una concorrenza tra loro, offrendo, in cambio, ai titolari delle licenze, alcuni vantaggi.

Nell’Osteria Stella dei miei nonni, Costantino Nicolò e Filomena Urbinati, in via dei Mille 3-5-7 del Borgo Marina, prima della Seconda Guerra Mondiale, arrivò questo “posto pubblico telefonico “ segnalato agli utenti con un ampio disco giallo, provvisto di numeri neri, posizionato all’esterno, sulla facciata del locale.

“Sergio corri dalla Maria, nel Cugulet, ed avvisala che suo marito vuole parlare con lei ! “

Questo era spesso un compito che i miei nonni o le zie o la mamma mi conferivano, per avvisare gli interessati che c’erano delle “prenotazioni di chiamata” per loro.

 La Centrale della Timo, in Piazzale Cesare Battisti, si avvaleva di personale femminile, le centraliniste, che, per essere assunte, dovevano avere un certo grado di cultura e parlare correttamente la lingua ufficiale, che non era certamente il nostro dialetto.

Solitamente il diploma di Scuole Magistrali era il più gettonato e, come in tanti film in bianco e nero, queste dipendenti si applicavano nel servizio in modo impeccabile ed il loro lavoro era considerato un ottimo impiego come, ad esempio, per gli uomini, era quello del ferroviere.

 Il posto telefonico pubblico, in caso di telefonate interurbane, era obbligato a fare la prenotazione, chiamando il centralino per trasmettere alla signorina il numero telefonico richiesto, (riservatezza zero), mentre il cliente rimaneva in attesa, nella Osteria, leggendo un giornale, bevendo qualche cosa, giocando a bocce, sperando insieme con noi, che la comunicazione venisse data in modo rapido.

Questa rapidità non sempre si verificava, infatti erano necessari anche 15-30… perfino 60 minuti e così il cliente, più volte, chiedeva il sollecito e questo era il lato negativo del servizio offerto.“Signorina sollecitiamo per questo numero… è più di un’ora che il cliente aspetta!”

Spesso, all’impazienza del cliente, si aggiungeva il tono di voce alterato dei miei parenti che, non sempre, potevano seguire serenamente questi ritardi, specialmente durante le ore nelle quali c’era gente a pranzo o a cena.

Chi mi conosce sa bene che amo ascoltare le conversazioni femminili più di quelle maschili, quasi sempre focalizzate al solito pallone o alla cilindrata delle auto, e ritengo che, in parte, questa mia predisposizione sia legata al telefono di casa mia. Perché, molto spesso, erano le mogli, le morose oppure le amanti che, mentre l’attesa si prolungava, dialogavano, quasi a giustificarsi, delle motivazioni e dell’ansia dell’attesa ed io, bambino, mi incuriosivo alle problematiche femminili.

Così ascoltavo, attaccato alla parananza della nonna, i racconti della moglie del marinaio, il quale non era rientrato in Porto, causa la Tramontana, e tutti insieme eravamo curiosi di sapere dove la barca aveva trovato rifugio. Forse a San Benedetto del Tronto? Forse da Tito?

Oppure, con curiosità, osservavo la morosa che aspettava di parlare con il fidanzato militare che, in libera uscita, tentava di avvisarla sulla salute, sulla licenza, sulla nostalgia.

Usufruivano del servizio telefonico anche le “signorine in libera uscita” dal Casino di via Bastioni Settentrionali, desiderose di ritrovare un aggancio affettivo, diverso dal solito, con parenti, figli in collegio o fidanzati e posso garantire che, a parte il rossetto molto evidente e spesso “sbavato”, sembravano simili, per aspetto, a tutte le altre donne e non cosi appariscenti come le ha descritte Fellini.
In parole povere se uno voleva telefonare nel Borgo Marina, a meno che non avesse il telefono in casa, doveva passare da qui!

Il “contascatti”, per le chiamate interurbane, non esisteva ancora e dopo ogni telefonata, quando cadeva la linea dopo il preavviso acustico, si era costretti a richiedere alla Timo la spesa, spesso elevata, per i tempi di dialogo troppo lunghi. Così, a volte, il cliente chiedeva se poteva pagare a rate e le zie scrivevano il debito, con una penna copiativa, su un quaderno a quadretti con la copertina nera.

Il ricavato delle telefonate cadeva, attraverso una feritoia, dentro una “cassettina in legno”, chiusa con lucchetto, in modo tale che, quando la Timo presentava il conto, non ci fossero problemi a rimediare i soldi richiesti e questa soluzione era anche una ottima riserva di spiccioli per dare i resti.

Il telefono, non essendoci una cabina, era posto all’inizio della scala che portava al piano superiore e quindi i numerosi clienti ricercavano la riservatezza con la chiusura di una porta a vetri, mettendosi poi, spesso, seduti sul primo scalino della scala, perché mia nonna diceva che la sedia avrebbe fatto allungare la conversazione e si sarebbe allungata la fila.
Effettivamente lei aveva ragione specialmente se il colloquio telefonico era portato avanti da colui che io battezzai come “Fregoli”, il quale chiamava l’amante ogni sera. Stessa cosa se la conversazione telefonica era tenuta dal più bel napoletano che frequentava il Bar Marittimo il quale si guardava allo specchio, posto dietro al bancone del vino, dicendosi a voce alta : “come sei bello! “.

Il problema era tutto mio, in queste telefonate prolungate, dal momento che, quando stavo “di sopra”, nella mia camera, e decidevo di scendere, Fregoli, le mogli, gli amanti ….. non terminavano mai la conversazione e così nell’attesa ero costretto ad origliare dicendo a denti stretti : “dai !!! che è ora!! “

Nella mia giovinezza, dal pianerottolo alla fine delle scale, scoprii tantissimi problemi del mondo degli adulti : le cambiali che scadevano, i debiti che non si riusciva a chiudere, gli affari più o meno onesti, le malattie, le nascite, le morti e anche… segreti e bugie.
Per me, tuttavia, esisteva il lato positivo ed unica consolazione di questo servizio TIMO. Potevo recuperare qualche moneta da 50 o 100 lire, rivoltando la cassetta del telefono aiutato, per farle uscire, dalla lama di un coltello, naturalmente all’insaputa dei grandi.

Però questo “reato” lo raccontavo solo a Don Angelo, al sabato, in confessione.

Sergio Giordano

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