“Isé in te fa al malégni”

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Pubblicato la prima volta il 23 Settembre 2018 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Isé in te fa al malégni”

Credo di aver sviscerato molti aspetti della povertà targata anni 50…la fame atavica….. gli abiti avuti in regalo o, in mancanza, lo stesso abito sempre più corto e “liş”….il ricorso al Monte di Pietà….i furtarelli “domestici” dalla lampadina della scala alla maniglia esterna della porta. Gli arredi essenziali, il gabinetto con la turca ed i fogli di giornale al posto della carta igienica…la necessità di rimediare e combinare il pranzo con la cena, l’usanza del “prestito”.

Ma, a proposito di abbigliamento, vorrei soffermarmi sullo stile forzato cui eravamo sottoposti…lo sottolineo oggi che se non hai un capo firmato non sei nessuno, che se non segui la moda sei disadattato, che la “griffe” aggredisce abiti ed oggetti…Certamente non mancava la forma…portare pantaloni – già era raro da parte delle donne – con scarpe dal tacco alto era considerato di pessimo gusto…volgare…impensabile accostare i colori nero e marrone, girare con le calze di rete smagliate..o con la riga storta…anzi se ad essere storte erano le gambe (e non la riga)… quel tipo di calze non dovevi proprio indossarle..giacchè i difetti, se così si poteva dire, andavano nascosti, come fossero una colpa, un limite invalicabile. Se avevi le braccia troppo magre era meglio non scoprirle…se il sedere era piatto e non volevi commenti malevoli meglio optare per una gonna larga o svasata, se ad essere scarso era il seno (j’è pas sóra sla piala) l’ideale era la blusa e non la maglia aderente, se avevi le gambe “secche” (dó batéc)… era d’obbligo la gonna almeno sotto il ginocchio (tre quarti).

Per questo l’arrivo della minigonna fu sconvolgente, rivoluzionario per le mamme della nostra generazione … non solo per la “nudità” che scopriva ma perché ad indossarle erano donne alte o basse magre o grasse “sì gambarèl stiil” o “si zampùn ad Modena”…perché a loro piaceva e tanto doveva bastare.. Ma mi sto allontanando troppo dal detto di questa sera.. sì perché al di là dello stile e delle regole imposte dall’epoca… poi bambini ed adulti erano costretti ad indossare qualunque capo di abbigliamento potesse ripararci dal freddo e consentirci di presentarci in pubblico… dalle maglie lavorate ai ferri con lana ottenuta da quelle più vecchie (bustézi) a quelle camice coi bottoni spaiati.. In ogni casa c’era un contenitore (in genere la scatola di latta dei biscotti o delle caramelle) dove finivano bottoni avanzati da capi che, terminato il loro lungo percorso, erano orami diventati inutilizzabili.. gancini, automatici, pezzi di elastico (per il cambio di quello consunto delle mutande), fibbie, un mozzicone di metro, il ditale… fili, soprattutto il bianco ed il nero “chi va sa tót”, spille da balia, spilli non di rado arrugginiti, aghi sparsi di varie dimensioni…. no le forbici non sempre perchè ce n’era solo un paio..per ogni uso per cui potevano essere in qualuque altro luogo. Così quando la rebecca o la camicia perdevano un bottone… lo si sostituiva con quello più simile rinvenuto nel forziere domestico…non di rado di colore diverso da quelli originari…o, peggio, di dimensione diversa per cui se più grande bisognava forzare la mano per farlo entrare nell’asola.. se più piccolo si slacciava ad ogni piccolo movimento.

Ed alle nostre flebili proteste “Ma, mamma…!”, arrivava la puntuale risposta “.. isè in te fa al malégni!”.

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