Pubblicato la prima volta il 22 Gennaio 2016 @ 18:46
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “I la tèin cum’è na pupa”
La trattano, la curano come fosse una bambola, di quelle che si tenevano sul letto coi capelli di stoppa ben pettinati ed il vestitino d’organza. Non so in quanti conoscano questa espressione che si riferiva alle donne anziane: quello riportato è un commento positivo, che sta a sottolineare le attenzioni prestate, con piacere, alla mamma od alla nonna “tenuta” in famiglia, ovvero in alternativa all’ospizio, casa protetta o di riposo che dir si voglia; allora si diceva “i la mèssa tì vèć”, qualcuno anche “tì vciùn”. Se non fosse che allora si era considerate vecchie a cinquant’anni e decrepite dai sessanta, mentre oggi a quell’età si decide per la gravidanza o un lifting… non è che le cose siano cambiate molto.
La casa diventata troppo piccola con la nascita di figli o nipoti, la sopraggiunta invalidità dell’anziana che perdeva l’autosufficienza, i dissapori in famiglia tra suocere, nuore e generi faceva e fa optare per “stà meglio là… hanno tutte le cure.. sono in compagnia… noi finchè abbiamo potuto…e poi andremo spesso a trovarla”. Diceva la Elsa che “al dòni agli andèva zó prèst”, cioè perdevano il loro “smalto” e raccontava di parti avvenuti, casualmente, nei fossi e di cordoni ombelicali tagliati con la falcetta, di duro lavoro a servizio presso le case dei “signori”, di ceste di panni lavati nell’acqua gelide del fiume, di abitazioni riscaldate a male pena, di rifugi umidi durante la guerra, di pasti saltati per lasciare quel poco ai figli, di vedovanze precoci, di capelli raccolti e nascosti dal fazzoletto, lavati e asciugati in casa, di rimedi naturali per curare ogni disturbo della serie “o la va o la spaca”.
Sì perché si sentiva dire “la véd pòc.. l’ah al catarati” ma non si parlava di intervento, si vedevano andature ondulanti “l’ha l’ènca”… ma di protesi non si faceva cenno; per non dire dei denti: quando si perdevano, addio!
E allora c’erano famiglie che riservavano alla nonna l’unica sedia imbottita, magari vicino la radio, che si pettinava con delicatezza per non farle perdere altri dei pochi capelli rimasti, che si nutriva con cibi morbidi per rendere più facile la masticazione; quando “si usciva” si sceglievano solo mete accessibili all’anziana, che, soprattutto nelle tavolate di festa, era sempre a capo tavola e della quale, anche se sentiti fino allo sfinimento, si ascoltavano, sollecitandola, i racconti sulla sua vita, la guerra, le avventure per sopravvivere e così le si allungava la vita perché, appunto, “i la tèin cum’è na pupa”.
Potrà apparire retorico ma l’aspettativa di vita, tra tutti gli altri fattori, è strettamente correlato all’ambiente ed agli affetti che ci circondano, due campi in cui le conquiste non sono mai definitive per cui, diceva sempre la Elsa, “arcurdèv che con quel pettine che pettini, vieni pettinato”.






