“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “E’ fa la neva, e’ fa la neva!”

Non era un “modo di dire”: era l’esclamazione che sentivo dire al babbo quando cadevano i primi fiocchi, perché, pur spaventando per il freddo (in casa c’era solo la stufa a legna e la legna contata pezzo per pezzo, acquistata giorno per un giorno con un sacco), anche la neve, nei momenti di disoccupazione, rappresentava una benedizione.
L’Ente Ferroviario assumeva infatti, anche se per qualche giorno, gli spalatori, per ripulire i binari facendo così scattare il diritto all’assistenza mutualistica, dato allora non c’era il Servizio Sanitario Nazionale, sicché “la mutua” decorreva per sei mesi, dal momento in cui s’iniziava un qualunque lavoro. Ricordo che il babbo preferiva il turno di notte, perché pagato con doppia tariffa. La mamma ed io rimediavamo guanti di lana ricavandoli dalle vecchie maglie “inasseddi”, quelli con il solo dito pollice.. mettevo la mano sulla manica e ritagliavo attorno. E gli poteva mancare il cappotto, sostituito da un giubbotto di stoffa (blusòn) confezionato in casa, ma non gli stivali che, con il badile, facevano parte del corredo “professionale” come i ferri per il chirurgo: “ui sarìa da lavurè ma la neva, t’è i stivèl”? Vi ricordate il film “Ladri di biciclette” quando il collocatore ammette alla selezione per il lavoro di attacchino solo chi possedeva la bici?

Più o meno la stessa cosa.

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