“E’ blig dlà véggia”

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Pubblicato la prima volta il 10 Dicembre 2015 @ 18:58

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “E’ blig dlà véggia”

Letteralmente: l’ombelico della veglia, ovvero l’animatore della festa, il centro, il fulcro del raduno.

La veglia, il più delle volte, era l’unica forma di svago, di evasione dalle fatiche o dalla monotonia di giorni senza “sfogo”: nella stalla, in campagna, al calore emanato dalle bestie; attorno la stufa, in zità, finchè durava l’ultimo pezzo di legna, con il rinforzo dello “scaldino” sotto le sottane; chi si portava gli abiti da rammendare, chi faceva “d’agoç” per confezionare calze e maglie, chi orlava il corredo con un giro d’uncinetto; con le sedie davanti gli usci, d’estate, al buio della strada, non fosse altro per il filo di luce che scendeva dal lampione.
Per lo più donne chè di cose di donne si parlava: le preoccupazioni per arrivare a fine mese, perchè gli uomini le nutrono ma non le ammettono, i pensieri per “i fiól chi crès e in gnì va pió bèin gnìnt…” e sì, al ciacri su quella che “ogn’an la fa l’appendicite (invece la va ad’aburtì), cl’èlta clà va in zìr sa dó bascòzi e la trova tót’al bagi”. E poi quella che si vestiva in maniera eccentrica (la sbrambla) o eccessivamente truccata, “e’ mascaròun”. Gli uomini erano ammessi se anziani che “tanimòdi i s’indurmènta” o sciaparlini che tanto “in capès gnìnt”. In ogni caso non mancava mai “e’ blìg dlà végia”, che sapeva raccontare barzellette o cantare gli stornelli, riportare le avventure, i ricordi e noi bambini stavamo sullo sfondo pronti ad imparare, a cogliere verità celate dietro metafore o pause prolungate, con la speranza che, ad un certo punto, saltasse fuori la fusàja (lupini e brustoline), il brulè d’inverno che ci faceva sternutire o quella fetta di cocomero, d’estate che come dice la Elsa, “si mangia e si beve” e che consumavamo fino allo stremo raschiando anche la scorza verde.

Quando la mamma ci riportava i ricordi delle sue veglie, risaliva a quelle che si tenevano nelle stalle e il perché era semplice: la paglia, il fiato delle bestie riscaldavano l’ambiente nelle fredde serate d’inverno quando il gelo della casa superava quello esterno, la stufa spenta, l’umidità che tingeva di scuro le pareti, i “candlöt” si stagliavano nelle finestre. E nelle stalle, diceva la mamma, si trovavano anche i morosi nei giorni stabiliti per la visita del fidanzato: a badarli una vecchia zia o la nonna ma, diceva sempre la Elsa, “agli arvanzèva incinta listès… la vècia la s’indurmantèva… se gas de tabàc cal zanzighèva”. Io ricordo le veglie vicino la stufa d’inverno e nei cortili o davanti il portone, d’estate, quando ognuno si portava la sedia da casa e si faceva festa ad una fetta – che dico!? – ad uno spicchio di cocomero, che tutti chiamavamo “anguria”. Usanze annullate dalla televisione, perché è vero che con l’arrivo della TV, quelli che ancora non possedevano il piccolo schermo si radunavano dai fortunati che lo esibivano come un trofeo. Ma in quei raduni, il protagonista era l’apparecchio che troneggiava su tutto e tutti e, anzi, chi osava far cenno di discorso veniva severamente zittito “sta zét cun sé capés gnìnt!”.

E d’inverno, per risparmiare la luce, quando c’era, si rischiaravano i volti – ché tanto c’erano solo quello da vedere, col lume a petrolio o ad acetilene, di quelli che emanavano un odore impregnante, che rimaneva nelle narici e “in ti pan” – e ci si ritrovava nella casa più accogliente, dove l’uomo, capo famiglia, era più disponibile a dar spazio e luogo a persone e chiacchiere.. mentre le veglie di sole donne si insediavano laddove il marito era assente “l’èndè tlà cantèina”…. “è fa e’ tùrne ad nòta..”. E lì, gratificate da ceci fatti abbrustolire sulla piana della stufa, un “sórs ad vèin”, un cafè con la vecchina quando non si poteva far meglio, o “s-cèt, quèl ad Giovannini”, quando una delle ospiti lo portava in omaggio, magari corretto con un “cichèt ad mistrà”, quello contenuto nel bottiglione da due litri, proveniente da San Marino… si materializzava quella che oggi, più pomposamente, viene definita “la socializzazione”.

Per noi bambini, l’ammissione alla veglia era una sorta di debutto in società, il passaggio da “l’è óra che tvaga a durmì” finita la cena, a “sé tpò stè só ma nà fin’a tèrd chè dmatèina t’è d’andè scòla…”. A volte, la presenza di altri bambini ci permetteva di isolarci in un angolo della casa, seduti per terra… ma questa era una prerogativa molto maschile; noi femmine eravamo affascinate dai discorsi dei grandi, curiose delle loro espressioni, attente agli odori che emanavano dal loro corpo, agli abiti sempre molto modesti e, proprio per questo, si notava la capacità di “rimediare”, con quel poco che c’era, un abbigliamento dignitoso o la sciatteria cronica di talune, che naturalmente diventevano argomento di “chiacchiera” appena “al zirèva e cùl”, ovvero lasciavano la veglia: “l’è na samanòuna”… “l’am pèr na zégna”. Eh sì perché succedeva quello che ancor oggi accade dalla parrucchiera, mano a mano che una usciva “i géva ròba drè”… “Al ciacrì” insomma erano l’anima della veglia, non necessariamente malevole ma un modo per “sfughès”, per drenare tutte le limitazioni di una vita che a stento garantiva l’essenziale senza possibilità di svago… non c’erano vacanze, né cene “fuori”, non si festeggiava l’ultimo dell’anno.. qualche volta al cinema.. più raramente a vedere “al variètà”, la rivista di terz’ordine al Novelli. Ma tema centrale delle chiacchiere erano pur sempre le corna.. degli altri naturalmente… si sentivano allora storie di mariti che, tornando casa anzitempo, trovavano la “sorpresa” di figli che poco assomigliavano al babbo, di ragazze “sa tròpa libertà” e, quando il passaggio diventava troppo scabroso per le orecchie dei bambin, il tono si abbassava, partivano le strizzatine d’occhio mentre la testa faceva cenno verso di noi e le parole venivano pronunciate tra i denti.

Ma, a dire il vero, le chiacchiere erano la fase conclusiva perché prima si passava in rassegna delle sventure e disgrazie altrui con tono contrito e solidale finchè si alzava una voce “basta a zcör ad mòrt e malatiìi” e allora era il momento delle barzellette. La Elsa era un’artista nel campo, capace di trasformarle in storie avvincenti, interpretando tutti i personaggi, modificando voce ed atteggiamenti.. se non fosse che cominciava a ridere prima della fine.. una risata speciale ora modulata ora trattenuta e comunque irresistibile… e così tutti ridevano a prescindere in un clima che mamma riusciva a riprodurre anche recentemente, alle soglie dei novant’anni: “tanimòdi – diceva – slà và avènti isè chè la zènta la n’ha i sòld da spènd in zìr …cal véggi agli artórna, osc-ia sagli artórna!”

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