Marine Adriatiche – Bagni e bagnini

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Pubblicato la prima volta il 16 Ottobre 2018 @ 18:37

Marine Adriatiche – Bagni e bagnini

(di Giuseppe Nanni)

(da Le Vie d’Italia, n. 8 Agosto 1948)

 

Chi ricorda più, a Rimini, il baracchino del Tintori, che sorse primo sulla mobile rena, granello di senape da cui doveva germogliare tanta dovizia di Ville?

La storia, diremo cosi, documentata della splendida riviera, comincia con quell’edificio neoclassico, che un patrizio indigeno fece piantare’ al termine d’un viale di platani: gradinate, colonnati, logge, frontone severo, all’esterno; e dentro leggiadria di saloni istoriati di pitture pompeiane o quasi, vasi monumentali impennacchiati di verde, specchiere galeotte e accoglienti canapè damascati di giallo, per languide dame stanche d’alternare la quadriglia alla Polonaise e ai “Lancieri”.

Più tardi (e già intorno v’era un bel crocchio di Ville) dalle terrazze dello Stabilimento s’ammirò la “piattaforma” o rotonda, librata sull’acqua con la gran cupola a pagoda, simile ad una gigantesca campanula di tela bianca e blu arrovesciata a succhiar frescura.

Sin d’allora gran folla di bagnanti formicolava per la spiaggia: baffuti signori si drappeggiavano con decoro nei candidi burnus degli accappatoi; signore scutrettolavano in atroci costumi orlati di candide strisce e chiusi a metà polpaccio da sboffi pudichi; sulle teste, cappelloni di paglia da far invidia ai mietitori.

Lungo la litoranea polverosa transitavano carrozze con l’ombrellone zebrato e le frange a palline, mentre per i viali appena accennati da gracili siepi di bosso procedevano a trotto economico, ma nonpertanto cadenzato e solenne, i quattro cavalli del tram, dalle orecchie incappucciate di bianco. Dal piazzale dello Stabilimento veniva or si or no, nell’ora del vespro, la sinfonia della “Semiramide” o il “Poeta e contadino” di Suppè. Ondeggiavano alla brezza serotina le piume biancorosse dei bandisti in spadino, attenti alla bacchetta del maestro in bombetta e coda di rondine.

Crebbero i tempi, e con essi la fama della riviera. Lo Stabilimento ascese alla dignità di Kursaal anche in omaggio agli ospiti stranieri, ma immiserì nel confronto tra un Grand Hotel floreale e con due cupolozze alla Coppedè e le palazzine “Roma” e “Milano” che gli stavano ai lati, alzatesi in punta di piedi con la faccia rifatta in nome del sopravvenuto Novecento. Intanto cavalli alipedi venivano a posarsi in mezzo al piazzale tra i pini e nuotavano nell’acqua querula d’una fontana di cemento.

Poi passò, schiantando, la guerra.

Adesso questa terra mostra un viso che risorride pallidamente tra le lacrime. La vita riprende. E’ un battito lento che s’accelera, fatto di memorie, di speranze e d’ardore.

Chi torna qui per sognare, cerca invano molti segni del passato. E anche quel che la guerra non ha sommerso tende a scomparire. II vecchio Stabilimento è caduto ieri sotto il piccone, e del lontanissimo passato pare non parli più se non il gruppo mutilato dei pini superstiti, coevi del Tintori. Ma a chi scende le scalette sbrecciate del lungomare, a chi s’inoltra sulla soffice rena tra il vocio e il balenio dei colori, sorge in cuore, improvviso, un senso blando di continuità.

Tutto è mutato, nulla è mutato. Ancora il mare cesio e aerino, e ali di vele inquiete, e lieto tramestio di folla in costumi vivaci. Ancora la malia dell’onda laminata dal sole. E c’è tuttavia, laggiù, la vecchia Lanterna; e ci sono sempre le bandierine rosse e azzurre sui bagni popolari, sui capanni vetusti della “Rosa” e della “Giannina (casa fondata nel 1903); e c’è il pizzardone scialbato di bianco, il moscone, il… “Salvataggio”, il gelataio, quello dei bomboloni… E c’è soprattutto, colui che concilia passato e avvenire; il simbolo che

signoreggia la spiaggia: il bagnino.

A Rimini, a Riccione, a Cervia, a Cesenatico, in uno qualunque, insomma, dei centri della riviera di Romagna, a giugno, quando il mare chiama, indossati i calzoncini corti color cachi e. la maglietta candida con la scritta vistosa, ficcatosi in testa un berrettino da turista, magari con l’ancora d’oro, lui non è più lui; voglio dire, non è più un membro qualunque di quell’umanità svestita e indifferenziata che popola la spiaggia: è il bagnino.

 

Per tradizione saranno suoi tutti gli attributi del vecchio lupo di mare: il volto glabro, adusto, angoloso, con impressa nelle rughe sottili la storia di perigliosi viaggi da Trieste a Ceylon, da Sciangai a San Francisco (o da Cervia alla Cattolica), le gambe solide leggermente arcuate, l’andatura dondolante di chi uso al rullio e al beccheggio, il corpo villoso. Se poi sulle braccia e sul petto potrà ostentare qualche tatuaggio discreto, ricordo di lunghe ore in coperta – “Anita”, un cuore trafitto da una freccia – tanto meglio: sarà questa un’aggiunta sapiente alla rude civetteria del mestiere.

Molte cose deve sapere il bagnino, ma anzitutto l’ora esatta che ‘indolente bagnante mai sa, l’ubicazione e il prezzo degli appartamenti liberi, l’andamento degli affari dei padroni delle pensioni, l’orario dei treni, e cosi via. Gli si può perdonare qualche lacuna, a patto che possieda una virtù veramente essenziale: quella di saper predire il tempo. Non appena una nuvoletta s’avventura pel cielo, gli si chiede da ogni parte con malcelata apprensione :

Che dice, bagnino, quest’oggi pioverà? (Chi non sa che cos’è la pioggia per i bagnanti, non sa che cos’è la pioggia).

II povero diavolo, per non disilludere si candida fiducia, deve snocciolare in irre e in orre le più acrobatiche ipotesi : Se vince il garbino o se sforza il maestro, eh… può darsi; ma c’è il libeccio o e vent d’Arzùn, per fortuna, che vien su…

E accenna col dito levato il libeccio o il vento riccionese, come se li vedesse trasvolare per i sereni gorghi del cielo ad ali spiegate e a gote gonfie come nelle carte del Seicento.

 

Amici del bagnino sono i bimbi che s’incantano a guardarlo quando attende ai suoi riti d’aiuto regista per la messinscena della spiaggia. Egli li conosce quasi tutti; molti li ha visti crescere d’anno in anno e ne sa nomi, virtù e vizietti, come se si trattasse de’ suoi figlioli. Quasi per ‘un senso di lontana ma dimessa parentela professionale, amiche (e informatrici) del bagnino sono le domestiche. Calano esse a sedere sui “mosconi” nelle primissime ore del pomeriggio, momento di pausa in cui tutti sonnecchiano o dormono.

La spiaggia è deserta o quasi, sotto la fungaia policroma delle tende e degli ombrelloni: non c’è che qualche bambino insonne che ruzza sotto l’occhio del solleone. Le ancelle hanno un’ora di respiro in tanto daffare; e cosi fanno un po’ le bagnanti anch’esse, poverine, e si mettono spesso in costume. Allora sdegnano i “mosconi” e si calettano negli sdrai e nelle poltroncine di vimini dei “signori”.

Si danno arie ingenuamente assenti o languide o fatali, mentre sfogliano compitando fumetti o rotocalchi da dozzina. Con quel suo fare di protettore paterno, il bagnino è il loro confidente. A lui narrano le bizze della signora, le scappatelle del signorino, le aspirazioni rugiadose della damigella. Poi, con un sospiro, scivolano a parlare della loro casa lontana, el fidanzato lontano, e tirano fuori l’immancabile foto-lampo.

A un certo momento le ancelle decidono di concedersi all’acqua e s’eclissano, agresti oceanine, tra nembi di spuma.

 

Ogni tanto, e sempre in quell’ora stracca, il bagnino riceve visite.

Si tratta del “mosconaro” del fotografo di spiaggia in mezzemaniche nere, fiorentino, o del venditore di brigidini “freschi e bboni” che viene da Fucecchio con suo gran barilotto di latta.

La conversazione è piuttosto breve e generica perché il bagnino, da buon romagnolo, trova scomodo il toscaneggiare. Più espansivo si fa, invece, col petulante rivendugliolo di conchiglie-coralli-pettini-pettinini-occhiali, col “soccorritore di spiaggia” (vulgo: Salvataggio) e col venditore di bomboloni alla crema color pappagallo. Si tratta generalmente di elementi locali, di vecchi e provati amici con cui può sfogarsi a fare un giro d’orizzonte politico, critiche, maldicenze, lagni, ad avanzare rivendicazioni nei confronti dell’Azienda di cura, per finire con un bicchiere d’arrubbiato Sangiovese ch’esce, rorido di goccioline, da non si sa quale recesso sotterraneo del suo misterioso capanno.

Talora non disdegna di render visita al bagnino il solito commendatore (“nostro ospite affezionato e autorevole”) così innamorato della spiaggia da pranzare sotto la tettoia della cabina e da rinunciare perfino al pisolino pomeridiano. Allora il bagnino, solleticato dalla confidenza, trova modo di rifarsi la biografia romanzata. Sono elementi obbligati della medesima la descrizione vivace e minuta del tempo in cui fu fra i “comuni” della leva di mare milleottocento e tanti; storie di viaggi procellosi, tutti a lieto fine, e avventure colorate nelle bettole di Trieste e di Fiume, prima di “quell’altra” guerra, quando era bello, dinanzi alle “mule” ammirate, menar onesti cazzotti in faccia ai leccapiattini di Cecco Beppe.

Alla domenica i campagnoli che vengono al mare – scarpe in mano e cappello in testa – e vagano fra le tende deserte, tirandosi dietro la moglie in fazzolettone e branchi di figlietti assonnati e stracchi, si affidano sempre all’autorità del bagnino, che da lupo di mare autentico o non, sotto la ruvida scorza nasconde sempre un cuor d’oro.

Quando cade la sera, egli comincia a disfar tende, a piegarle e riporle nel suo capanno. Perde allora la loquacità e s’immalinconisce. Pensa che un altro giorno è trascorso e che s’avvicina di nuovo il tempo in cui – smessa la mise elegante – tornerà ad essere un uomo qualunque, avventore d’una bettola qualunque, in cui tra fortor di braciole, di vino e di pipa, porterà in un cantuccio del cuore un gran riso di sole e di mare.

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