“Blàn blàn, blàn blàn, concerto di Pierrots…”. Siamo in un pomeriggio dell’estate 1962, in una saletta del Whisky Juke Box. Poco distante un viavai di persone occupate a riassettare il locale mentre il Maestro si siede al pianoforte, isolato come in una sfera di vetro, e intona la sua ultima creatura. A rispettosa distanza noi lo ascoltiamo mentre passa da un pezzo all’altro lasciandosi trasportare talvolta dall’ improvvisazione, e ci scambiamo occhiate di stupore al susse­guirsi di accordi di cui noi, avezzi agli elementari giri armonici del rock, non sospettavamo neppure l’esistenza. Appartata in un angolo una ragazzi­na mora, minuta, taciturna.
Il Maestro è Carlo Alberto Rossi, uno dei “mostri sacri” della musica leggera ita­liana. La ragazzina è Mimì Bertè, scoperta dal Maestro, che esce dalla sua timi­dezza solo quando ha un microfono in mano, e che sfonderà molti anni più tardi con il nome di Mia Martini. Noi siamo cinque volonterosi giovanotti che forma­no il complesso dei “King’s Stars”, impegnati ogni sera in una breve performan­ce di mezz’oretta.
Il Whisky Juke Box è un locale speciale; non uno dei tanti “dancing” della rivie­ra, con l’ orchestrina dalla musica più o meno ”liscia”. Nell’era del juke box, il locale stesso diventa un grande juke box, ed al suo interno si può provare una sensazione nuova: quella di ballare immersi nella musica dei dischi di successo, diffusa da grandi altoparlanti che circondano la pista.
Che io sappia, con il Whisky Juke Box nasce la prima “discoteca” riminese, un’intuizione di Carlo Alberto Rossi, o forse un’idea che avrà visto da qualche parte e che gli ha dato l’occasione di avvicinarsi alla sua città natale, sede natu­rale per questo genere di locale.
Il maestro Rossi ha già dimostrato di avere senso pratico e di non essere il classi­co artista che vive tra le nuvole. Partito da Rimini nel 1936 e trasferitosi a Milano con la famiglia, ha continuato gli studi musicali iniziati al “Lettimi”, tro­vando nella capitale della discografia italiana l’ambiente giusto per mettere in evidenza le proprie doti di autore. I suoi primi grandi successi, nell’immediato dopoguerra, erano cantati dagli interpreti più famosi dell epoca, in particolare Natalino Otto, Alberto Rabagliati ed Ernesto Bonino, più vicini alle radici “swing” della sua musica. E negli anni cinquanta, mentre la sua vena artistica sfornava motivi indimenticabili, la sua vena “materiale” lo portava ad essere un protagonista anche nel campo dell’ imprenditoria musicale. Così diventò prima editore, creando l’ARISTON e la C.A. ROSSI EDITORE. Poi, quando il disco si profilò come mezzo di diffusione di massa della musica, diventò discografico con la JUKE BOX. Infine decise di fare tutto da sè, costruendo un grande centro di registrazione e doppiaggio, la FONORAMA, dotato delle attrezzature più all’avanguardia, e dal quale passarono le maggiori orchestre ed i più famosi can­tanti italiani.
Questo lato imprenditoriale dell’animo di Carlo Alberto Rossi, che in lui si fonde a meraviglia con quello artistico, lo ha portato nel 1958 ad aprire a Rimini questo locale la cui formula, sviluppata fino alla degenerazione, avrebbe fatto della nostra città il “divertimentificio” che conosciamo.
Ma il Whisky Juke Box era un locale speciale per un altro motivo. Quasi tutte le sere, ad ora tarda (cioè fra la mezzanotte e l’una!) cantanti famosi che avevano tenuto delle serate nella zona facevano una “capatina” al W.J.B. a trovare l’amico Rossi, e spesso non disdegnavano una estemporanea esibizione per i pochi nottambuli che avevano resistito fino a quell’ora. Ricordo il chiassoso arri­vo di Adriano Celentano e dei suoi fedelissimi del Clan, con i quali si improvvi­sò una jam session di buon rock che avrei voluto non finisse mai.
A trentadue anni di distanza ho sentito la stessa voce, lo stesso tocco magico sulla tastiera. Il 31 agosto scorso il Maestro ha deciso di uscire dall’oscuro ruolo di autore per concedersi al microfono, di fronte ai suoi concittadini, e festeggiare in questo modo il proprio settantatreesimo compleanno. Ha scelto come luogo la gradinata di Piazza Cavour proprio di fronte alla sua casa natale a fianco della vecchia Pescheria. È il secondo grande rientro a Rimini, dopo l’esperienza del Whisky Juke Box. Da allora la sua carriera di autore gli ha riservato nuovi suc­cessi, mentre ha abbandonato quella di imprenditore nel 1974. Con una scelta sofferta, ma coraggiosa, ha venduto “baracca e burattini” ed è uscito da un mondo che non gli dava più le soddisfazioni che cercava. Da allora si è dedicato completamente alla sua musica, ed ai viaggi.
In quella memorabile serata, fra una canzone e l’altra, il Maestro Rossi si rac­conta ai concittadini. Ed io che allora, forse intimorito dalla caratura del perso­naggio, lo ricordavo un po’ austero, lo scopro conversatore brillante che, assie­me al suo amico Elio Sparano ed alla sua musica, ha saputo intrattenere piace­volmente la platea presente in piazza. Fra una battuta e l’altra, ha intonato una ventina di canzoni, scelte fra le 6-700 della sua produzione. E, all’inizio di ogni pezzo, salivano dal pubblico degli “Oh! ha scritto lui anche questa? anche questa è sua?”. Scorrendo alcuni titoli, ma soprattutto ascoltando melodie impresse nella nostra mente ci i rende conto che sono uscite dalla sua tastiera alcune fra le più belle canzoni italiane. “Conosci mia cugina?”, “Amore baciami”, “Acque amare”, “Trieste mia”, “Mon pays”, “Vecchia Europa”, “Na voce ‘na chitarra”, “Non è peccato”, “Al chiar di luna (porto fortuna)”, “Quando vien la sera”, “Le mille bolle blù”, “E se domani”. Lo stile è inconfondibile in tutti i pezzi. Sempre una struttura armonica complessa, ma non costruita: ogni accordo chiama con naturalezza il successivo. E su queste armonie poggiano bellissime melodie che rendono attuali anche canzoni di quasi cinquant’ anni fa.
Sulle note di questa musica, che è riduttivo definire “leggera”, molti riminesi hanno ritrovato un concittadino illustre.

Oreste Ruggeri
Ariminum
N.2 Settembre/Ottobre 1994

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