“Aspèt i barchèt in zìma la palèda”

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Pubblicato la prima volta il 6 Agosto 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Aspèt i barchèt in zìma la palèda”

Tiglio, il mare, non lo abbandonava mai, nemmeno d’inverno e passava il tempo a rastrellare la sabbia per liberarla dai detriti portati dalle mareggiate. Un getto di sputo per lubrificare le mani e via con rastrello e badile. Stivali, calze lavorate ai ferri con lana di risulta (i scarfarót), capaci di assorbire sudore ed umidità, ancora da venire l’uso di piumini e giacche a vento, un maglione in “bella vita” garantiva la giusta temperatura corporea durante il lavoro. Calata la luce, prima del rientro a casa, faceva tappa “in te zircul” del Borgo di cui è stato socio fondatore. Era l’unico contatto con la realtà esterna, perché il suo mondo, la sua realtà interiore era la spiaggia. Dunque il “mare d’inverno” non è solo una intuizione poetica nata dalla vena artistica di un cantautore…

Oppure aspettava “l’arìv in tèra di barchét, in zima la palèda”.

Mi piace ricordarlo adesso che, partito il fermo di pesca, quasi tutti i ristori hanno “Un amico col barchetto” che fornisce loro il pesce fresco! Ma il marinaio di famiglia puntava “mi bisàt”. Tiglio portava casa l’anguilla, come trofeo di conquista e con la fierezza di un guerriero si accingeva a lavorarla inchiodandole la testa sul legno per tagliare i pezzi che infarinati e fritti avrebbe gustato in completa solitudine. Sia perché l’ingordigia verso quel pesce prelibato mai glielo avrebbe fatto dividere con qualcuno sia perché nessuno di noi bambini e mamma compresa poteva accettare l’idea di mangiare una “biscia”. Perché il marinaio originario metteva il pesce al primo posto nella lista dei cibi prediletti. Ma non di ogni specie. I paganèl ci stavano con i zanchét in una frittura scolata nella carta gialla o per la migliore resa di un brodino di pesce ma non come piatto a sé. In quel caso diventavano spudapèn. Stesso dispregio per i zivùl o “ è grong”. Sardunzìn, biènc e dòlz, saraghìna nà clà grasa, sfoj, mazòli, sgòmbre, canoci, baracùli, omni nùd, rusól, spèdi.. e lumaghìn, garagól, bdòç e purazi….ecco sì! Nei miei racconti il cibo ricorre spesso. Lavorare per mangiare, a quei tempi non era una volgarità e, a pensarci bene, non lo sarebbe neanche oggi che, di volgarità, ce ne sono ben altre. All’inizio degli anni 50, alzarsi da tavola senza il buco nello stomaco era la rivincita sulla fame, quella atavica tante volte apparsa nella trama dei film di Totò. Dopo, aver raggiunto la possibilità di “fare la spesa” ovvero comprare i prodotti alimentari non solo di prima necessità, era l’emancipazione dalla miseria ed il passaggio ad una dignitosa povertà. Non è la retorica del buoni sentimenti che per forza dovevano aleggiare nelle famiglie povere. Quella è stata la mia (e di molti altri) infanzia. Nei giorni “normali”, d’inverno, la legna veniva razionata, il sugo si rapprendeva nel piatto mentre si sforchettava, vestiti a strati, mani e piedi perennemente gelati. E’ naturale che ci si accontentasse di poco più. Quando nel ’59, ci trasferimmo da via Cairoli a San Giuliano Mare, rimasi per lungo tempo in casa, un appartamento tal chèsi populèri al quarto piano di un palazzo con tredici famiglie, privo di riscaldamento e, ovviamente, di ascensore. Ma era tanto il piacere di aver un bagno interno, un letto tutto mio, una cucina separata dalle altre stanze e persino un terrazzo… che preferivo godermi il tutto anziché giocare nel cortile con gli altri bambini.

Anche la storia di quella casa si lega a Tiglio ed al mare. Il babbo aveva avuto in assegnazione un appartamento all’INA Casa (in ti cundott), di nuova costruzione, dotato di termosifoni, impianti elettrici moderni, rivestimenti di prima qualità…. ma era lontano dal mare: per questo volle scambiare l’alloggio con quello di San Giuliano costruito dieci anni prima, pur di non rinunciare all’odore della salsedine!

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