Pubblicato la prima volta il 9 Maggio 2016 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Ai faz un mutìv”
È un’epressione che sentivo ripetere spesso dalla zia, prima sartina poi sarta provetta che, negli anni ’50, tempi di magra, cuciva sfruttando ogni pezzo di stoffa. Bastava “un scampulin” e venivano fuori gonne e vestiti di tutte le taglie; quando poi serviva porre rimedio ad uno strappo, ad una parte logora o scolorita, per rimediare diceva “ai faz un mutìv”: un’idea, un’aggiunta, un espediente creativo che non solo nascondeva il difetto, ma addirittura esaltava il capo.
Ricordo che a una gonnellina di panno lenci destinata a me, rimediò alla parte “rovinata” applicando delle piccole campanelline di legno: “un mutìv”, appunto, che rese unica quella sottanina. Altre volte era un fiocco, oppure dei bottoni caratteristici o una cucitura particolare; in questo modo, ogni capo era diverso dall’altro perché ognuno aveva il suo “motivo”.






