Il ponte di San Vito

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Il ponte di San Vito, Amedeo Montemaggi, 1978

La petizione per il ritorno della originaria statua di Giulio Cesare nella piazza Tre Martiri, battaglia promossa in passato dal compianto Umberto Bartolani e condotta ora con energia da Gaetano Rossi tramite l’associazione Aries, ha riproposto la questione sull’importanza da attribuire alla storia antica del nostro territorio. E’ sicuramente fondamentale per noi il periodo romano, epoca in cui Rimini è assurta a grande gloria come le tante testimonianze, prima di tutto Arco di Augusto, Ponte di Augusto e Tiberio e Anfiteatro, lasciano capire a chiunque passeggi per le vie cittadine.

Esiste però un altro grande monumento, meno noto ma che avrebbe necessità di un’attenzione molto maggiore: il ponte romano di San Vito. Si tratta sicuramente di un’opera imponente che forse fu costruita da Augusto sulla Via Emilia per attraversare l’attuale Uso. In verità non un «normale» ponte, ma un’infrastruttura complessa che doveva probabilmente unire alla sua funzione anche un intento celebrativo.

Partiamo da alcuni elementi di fatto: sappiamo che quando Agostino Martinelli, nel 1680, ricostruì l’ultima arcata del Ponte di Augusto e Tiberio, verso il borgo San Giuliano, fu autorizzato a prelevare il materiale dall’antico ponte romano sul fiume che attualmente è l’Uso. Un ponte a San Vito era stato ricostruito nel Trecento da Galeotto Malatesta in laterizio (è quello di cui si vedono i ruderi), conseguenza del fatto che da secoli quello romano era utilizzato come cava di materiali di reimpiego per tanti edifici pubblici, malvezzo purtroppo continuato fino all’epoca moderna; nello stesso tempo ciò significava che nel Seicento c’erano ancora tante pietre da poter ricostruire un’arcata del ponte di Rimini: le dimensioni dovevano perciò essere davvero ingenti.

Martinelli ventila un’ipotesi sul fiume Uso: «Se non sapessi essere controversia non ancora decisa intorno al determinare quale fosse l’antico Rubicone tanto famoso, ardirei quasi a dir essere questo»

Nel 1735 il cardinal legato Giulio Alberoni (quello dell’occupazione di San Marino), concedeva la possibilità di prelevare ulteriori «marmi che sono rimasti delle antiche ruine del Ponte del Fiume Rubicone volgarmente chiamato Uso quali stanno inutilmente nell’acqua, ad effetto di servirsene per rendere risarcito il Ponte di Augusto» e Tiberio di Rimini.

Giovanni Rimondini ha potuto visionare (prima che sparisse misteriosamente) un rilievo dell’ingegnere riminese Maurizio Brighenti del 1825 in cui veniva delineata l’area del Ponte e la dispersione di parte delle sue pietre.

Nel 1949, a pochissimi metri dal ponte, fu trovato un miliario, oggi al Museo della Città, che attesta il restauro della via Emilia da parte dell’imperatore Augusto nel 2 a.C.

Nel 2004 Marcello Cartoceti, con l’associazione A.R.R.S.A. sollecitato da don Giuseppe Celli, su incarico del Comune di Rimini in accordo con la competente Soprintendenza, avviò alcuni scavi da cui emersero importantissime rivelazioni: si è infatti appurato che esisteva un ponte di costruzione indubbiamente romana, con utilizzo del marmo rosso di Verona e della pietra bianca di Aurisina, la cosiddetta Pietra d’Istria impiegata anche nel Ponte di Augusto e Tiberio; almeno due arcate avevano un diametro di 5,60 metri e lo spessore del pilastro, la cui base è stata rinvenuta, era di 2,90 metri.

Si è in presenza quindi di un tesoro nascosto: il Comune ha acquistato l’area in due riprese, una prima parte negli anni duemila e una seconda proprio in questi giorni e ha previsto la valorizzazione dell’area. Riteniamo però che ciò non basti: sarebbe opportuna invece una nuova e più intensa campagna di scavi che riporti alla luce quello che già Cartoceti aveva rinvenuto e che continui fino a chiarire definitivamente la dimensione, la portata e la funzione dell’opera.

Non nascondiamoci infatti che c’è un enigma che ancora non è stato definitivamente risolto: quale, tra i fiumi attuali, è il Rubicone di Giulio Cesare, uno dei più famosi dell’antichità, frontiera del territorio romano nella tarda epoca repubblicana, il cui attraversamento significa, in tutto il mondo, prendere una decisione irrevocabile?

Mussolini volle decidere per decreto che il Rubicone era il corso d’acqua passante per l’allora Savignano di Romagna. Ma è chiaro che gli storici non si possono fermare all’«ipse dixit» di un dittatore ma devono continuamente ricercare per stabilire la verità  o comunque le ipotesi più fondate scientificamente.

Sarebbe davvero un colpo sensazionale a livello planetario stabilire in modo inoppugnabile quale sia il vero Rubicone: ma, indipendentemente da questo, sarebbe anche un gesto di amore verso la propria città non trascurare un monumento così importante per la nostra storia. Luigi Tonini riuscì a far emergere l’Anfiteatro, ci auguriamo che quasi due secoli dopo si riesca a riportare alla luce il ponte romano di San Vito. E in questo modo potrebbe tornare al centro dell’attenzione anche un territorio a margine del Comune, che pure presenta realtà economiche molto importanti, sicuramente interessate a dare impulso nella riscoperta del monumento e a promuovere lo sviluppo della periferia anche in senso culturale e, perché no?, turistico.

Andrea Montemaggi

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