“A scapém in bèla vita”

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Pubblicato la prima volta il 4 Settembre 2015 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “A scapém in bèla vita”

Usciamo di casa col solo vestito, senza cappotti, giacche o soprabiti, al massimo una “rebecchina”, quella maglietta coi bottoni davanti che si indossava o appoggiava sulle spalle come gli uomini facevano col pullover, segno dell’arrivo della bella stagione o del suo anticipo. La primavera, soprattutto per le donne, accentuava la sensualità liberando i corpi perlopiù carnosi (era il tempo delle maggiorate fisiche), infagottati d’inverno nei cappotti con le maniche alla raglan o a kimono.

Il cappotto andava smesso prima possibile anche perché era il capo più costoso, quello che doveva durare più a lungo. Veniva confezionato con stoffe di pregio (loden, cammello, doppio panno). Anche i bottoni (pochi e grandi) impreziosivano. Per trovare i migliori si era disposte a lunghe file da Benvenuti, la merceria più fornita di Rimini, nella piazzetta della Poveracce. Dovendo risparmiare si optava per i bottoni ricoperti con i ritagli della stoffa, nel botteghino in fondo la via Giordano Bruno dove si rammendavano anche le calze di nailon “smagliate”. Da rimarcare che le calze di nailon da portare esclusivamente col reggicalze, in un’immagine che ha dominato i sogni erotici per lunghi anni, ci si era arrivati con la “scoperta” della fibra sintetica che rivoluzionerà i tessuti, portando al una distribuzione di massa, diversi capi di abbigliamento. Prima le calze “fine” (così le abbiamo chiamate per tanto tempo) erano rigorosamente di seta tanto che, timorose si “smagliarle”, le donne, anche quelle che potevano permettersele, le calzavano coi guanti. E avevano “la riga”, quella cucitura che doveva segnare la metà del polpaccio mettendone in evidenza la bellezza e che, invece, troppe volte era fuori centro accentuando “l’archetto” ovvero gambe storte o, come diceva la Elsa, “gambe ad ics”. Solitamente era il 19 maggio, festa di San Giuseppe a dare il via alla “liberazione” dagli indumenti tipici del freddo, mentre tra il 25 aprile ed il primo maggio si passava alle maniche corte.
Parliamo, comunque, di un periodo in cui la stagionalità del clima era più costante.

Ma quell’espressione “bèla vita” non alludeva solo all’abbigliamento che metteva in evidenza il fisico grazie l’abbigliamento ma all’apertura verso un modo di vivere più libero e vivace, più disinvolto, favorito dalle belle e prolungate giornate, dalle maggiori occasioni di incontro, dal gusto di sorridere alla luce del sole: chissà che Fellini, pur riferendosi ad un altro ambito, non si sia comunque ispirato a questa espressione, molto riminese, per il suo “La dolce vita”.

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