Pubblicato la prima volta il 4 Febbraio 2015 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Purèt, u s’è ardót a magnè al scatulèti”!
Trad. poveretto è costretto a mangiare cibi in scatola.. negli anni ’50 quando cucinare il cibo era un momento fondamentale nella vita della famiglia, ridursi a mangiare la “scatoletta” (allora appena apparse sul mercato) era un segnale di disagio. Ricordo una sorta di disprezzo verso una nota carne in scatola, ancora in commercio, alla sua prima apparizione: uj sarà ènca i surs (il commento difidente di mia mamma), vale a dire balenava il sospetto che in quella poltiglia, camuffata dalla gelatina, ci finisse di tutto, topi compresi! E la voce popolare non si limitava al prodotto ma ci aggiungeva anche un’analisi sociologica. Chi mangiava la scatoletta era “un puret”, un derelitto cui nessuno preparava il mangiare, la donna che usava il dado da brodo a preparazione istantanea era il tipo che “la n’a gnènca voja da fè da magnè”. Ma il dissenso maggiore era verso gli alimenti dell’infanzia, a partire dagli omogeneizzati, pubblicizzati da una nota e storica marca rappresentata da una specie di Ercole dal fisico scultoreo a dimostrazione dell’efficacia per la crescita dei bambini. “Una lèca clà tira só i burdèl cume pól”… il commento più benevolo. La maggior parte dei bambini della mia generazione e di quell’ambiente che ho cercato di raccontare, fu svezzata col pancotto, pane raffermo cotto ed ammorbidito nell’acqua condito con poche gocce d’olio e forma (grana) mentre per lenire lo spasimo derivato dai primi denti, ci veniva data, da strusciare contro le gengive, la biossa… la crosta del grana.. la parte che non si poteva più grattugiare.. e che, diversamente, finiva nel minestrone.. Dove sia arrivata la pubblicità partendo da quel lontano Carosello… è fenomeno noto a tutti ma a me risuona il commento di mia mamma, 88 enne che, a tavola, sentendo gli slogan “salutisti” oggi in voga: la crema per il prurito intimo, l’acqua che fa fare plin plin, lo yogurt che libera l’intestino, le mutande che trattengono la pipì.. se ne esce con la sconfortata considerazione: “che schiv, sempre quand us magna”!






