“Seh! I se dèva Sanvalentino…”

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Pubblicato la prima volta il 14 Febbraio 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Seh! I se dèva Sanvalentino…”

Quel “dare” sottintende sempre il peggio… e, comunque, diceva la Elsa che San Valentino non si festeggiava (il riferimento è agli anni Cinquanta). Certo, questa è stata l’esperienza della mamma che in alcun modo può essere generalizzata… ma è pur vero che il romanticismo, ovvero il modo di avere e manifestare i sentimenti, soprattutto quelli amorosi, ha i suoi tratti a seconda dei periodi, delle condizioni sociali e di quelle economiche.
Anche quest’ultime hanno il loro peso perché è vero che ci sono gesti “carini”, frasi dolci che non hanno alcun costo ma lo è altrettanto che la confezione floreale, i cioccolatini col “pensierino”, l’uscita a cena tȇte a tȇte; certe abitudini nascono con l’avvio del consumismo, quando dalla comunicazione si passa all’acquisto. “I ciuculatèin?” – dice la Elsa – “me a n’ho mai vù gnìnt… a m’arcòrd che quand ho parturì tl’Aiuto Materno: la mi zia la m’avèva pòrt una bòcia ad marsala… e tù bà us’lè purtèda via perché – tanimodi i què t’magn sà e t’an è bsögn ad gnìnt – (qui mangi a sufficienza e non hai bisogno d’altro)”.

Era il tempo in cui espressioni come “ti amo” si sentivano solo nei dialoghi dei film, ché nella vita reale sarebbero apparse come un esibizionismo sdolcinato e anche poco credibile, soprattutto da parte degli uomini che, all’epoca, si trattenevano persino dallo spingere la carrozzina col bebè, considerata azione tipicamente ed esclusivamente femminile. Non pochi dei pregiudizi attuali hanno radici proprio in quegli anni, quando le coccole in pubblico erano viste come atti di sfrontatezza… tanto che il giudizio, sempre nei confronti della donna, era che fosse “poco seria”, del tipo “slà fa isè davènti tót po’ capì quant’jè da pèr lór” (se si comporta così in pubblico, figurarsi in privato).

Ed anche il sesso, ritenuto il passo supremo nella relazione, prima del matrimonio, quando non era vissuto come colpa, sempre da parte della donna ovviamente, diventava una sorta di fidejussione, a volte mal riposta, sul futuro, dato che lui ci arrivava con “se mi vuoi bene me lo devi dimostrare”. E poi già in quegli anni Rimini rientrava nelle città di Calvino, di quelle che ogni sei mesi si smontavano e rimontavano, per cui, raccontava la zia, “il mio moroso d’estate mi lasciava per andare con le bagnanti, soprattutto con le tedesche e tornava a fine settembre”. Eppure c’erano dei gesti, quasi dei segnali che stavano ad indicare l’intimità raggiunta: trasportare la propria ragazza sul cannone della bicicletta, sfiorarle i capelli con le labbra e, di tanto in tanto, baciarla sul collo mentre, in via si sparizione, quel gesto tra protettivo e possessivo di circondarle le spalle con il braccio. Ora è chiaro che l’amore in alcun modo si può legare ad un giorno specifico, dichiarato festivo per soli scopi commerciali.

Quello però che ancora fa male anche oggi, è che ci siano persone cui è negato manifestarlo ed anche viverlo: quanto dolore ingiusto ed inutile! A loro il mio più accorato augurio.

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