“Pianz, pianz, che tfè j’oć bèl”

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Pubblicato la prima volta il 13 Novembre 2017 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Pianz, pianz, che tfè j’oć bèl”

Era un commento, non privo di una certa crudeltà, rivolto alle (soprattutto) bambine che piangevano senza una fondata motivazione o almeno così pensava la mamma che, appunto, si rivolgeva con un “piangi pure, ti verranno gli occhi, lucidi, più belli..” come dire “nessun compatimento.. puoi piangere quanto vuoi..” Stesso commento veniva rivolto alla ragazza lasciata dal moroso quando la madre l’aveva già avvertita “quèl un’è per tè”. A Rimini poi era in voga l’abbandono stagionale: ragazzotti che si facevano la morosa d’inverno per lasciarla all’arrivo dell’estate con la prospettiva di vivere l’avventura con le straniere, tedesche, svedesi che calavano dal nord.. salvo poi “riprendersi” quella autoctona con l’arrivo dell’autunno. E’ una storia capitata anche a mia zia oggi ultraottantenne che “se lo riprendeva sempre”…e ricordando quel tempo dice ancora “um m’annéva drè un ragiungnér ma mu mè um piaséva e’ tu zì ènca sé fèva l’upèrai”.

Eh sì perché il ragioniere, il bottegaio od anche il ferroviere era l’uomo-sogno delle madri che desideravano per le figlie un futuro di agiatezza dopo i rigori – quando non proprio la miseria – subiti nel dopoguerra. … loro – le madri – che avevano dovuto fare i conti con il lavoro saltuario del marito, con uomini privi d’istruzione e quindi destinati ai lavori di fatica, invecchiati anzi tempo e loro stesse a dover servire “a chèsa di sgnór” con le mani “magnèdi da la varachina”…

Di qui il desiderio che la figlia “la truvés da fè bèin… clà n’ava da bazilè per fè la spésa…clà pòsa pensè ènca pèr léa..” con la conclusione: “e’mènca cl’avéss furtuna léa…” Ma dice zia Rosina “l’è tót distèin”.

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