“L’è sèmpra tlà finèstra…”

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Pubblicato la prima volta il 13 Luglio 2017 @ 00:00

“L’è sèmpra tlà finèstra, us véd clà nà un caz gnìnt da fè..”. Sta sempre alla finestra…. è evidente che non abbia niente da fare.

Un commento indispettito che ho sentito pronunciare alla mamma verso la vicina, che passava la maggior parte del giorno affacciata alla finestra d’estate, dietro i vetri d’inverno: “ènca òz l’è ad vèdètta”! Trattasi di soggetto diffuso, da sempre, che trae il massimo godimento nell’osservare (e soprattutto criticare) chiunque entri od esca dal portone principale, favorita dalla collocazione al primo od al piano rialzato. Con tono servile di chi si vuol rendere utile chiede all’ignaro passante “chi cerca?” e sentita la risposta è in grado di dare ogni informazione utile: se si trova in casa e, in caso contrario, l’orario presumibile di rientro, se stia dormendo, se sia solo, in compagnia, arrivando, quando il terreno alla chiacchiera è dei più fertili, a definirne il grado di simpatia e di serietà sperando di estorcere qualche confidenza all’incauto.

Ma l’apice lo raggiunge all’arrivo del postino, l’unico momento in cui lascia la finestra per fingere di spazzare il pianerottolo che dà sulle buchette della posta. Da lì può controllare il tipo di corrispondenza che ricevono gli altri inquilini con particolare interesse per le cambiali che le consentiranno di prendere di mira i destinatari “i fa i sbùrun ma jè pìn ad débit..”, può dare suggerimenti al postino sui congiunti del titolare i cui cognomi non siano in evidenza e, fino a diffida dell’interessato, firmare e prendere in consegna le raccomandate degli assenti che la sera stessa andrà a trovare avendo così occasione di osservare l’appartamento dall’interno.

Tutte le numerose informazioni acquisite saranno poi amabilmente diffuse a quanti faranno manifestazione d’interesse: ”i fa ciricicì spèsà la porta”. Ma negli anni ’50, in via Cairoli, la mamma ed io stavamo alla finestra con altre ispirazioni. Era, come diceva la Elsa, la “nostra valvola ad sfòg”: lei appoggiata ai gomiti sul davanzale, io con le gambe piegate sotto il sedere appoggiato alla sedia per raggiungere l’altezza necessaria. Si guardava e si criticava ma, diceva la mamma, “am fém dé mèl ma nisùn”, perché le persone che passavano sotto il nostro sguardo e che noi vedevamo dall’alto neanche le conoscevamo.

Era come guardare la televisione: personaggi, storie che si immaginavano. La maggior parte delle persone era diretta al Cinema Italia o al cinema Sant’Agostino, ma sulla via Cairoli si affacciavano il falegname Amedeo, l’officina garage di Pivi, la parrucchiera Eva, la Chiesa di Sant’Agostino, la cantina della Gigia e di Turno, il barbiere Missiroli, il meccanico, l’edicola, il banchetto dei dolciumi… il via vai era continuo. Anche i commenti erano innocenti “guèrda quèla cmè che la camina… l’ha dal gambi stòrti cuj pasa un camiòn..” e quella troppo “vistosa” coi vestiti dai colori sgargianti “l’an pèr un mascaròun”… “sa chi tac un ènt pó la s’amaza..”. Ricordo una giovane occhialuta, con un sorriso prestampato che ogni pomeriggio andava al cinema Italia, seguita dalla mamma ma sottobraccio ad un militare sempre diverso e la Elsa “quèla la da ès un pó saparlèina … ma la sù ma a fèj da rufièna.. l’ha davè pòc giudiziè!..”.

Sentivamo la Gigia che apriva la porta di legno della cantina per far entrare i primi avventori che andavano a fare “l’imbrènda” portandosi dietro pane e mortadella e, con un quartino di vino spesso, quella, diventava la cena. Ci incuriosivano quanti che andavano dal falegname, noto per la sue specialità che metteva in mostra, dritte, in piedi, fuori dalla bottega: le casse da morto… “purét chi sarà è mòrt?”. Le macchine che si dirigevano verso il garage, quelle no, non ci interessavano, erano un articolo che attirava di più i maschi, anche se a me piaceva la giardinetta con le rifiniture esterne in legno e la 600 multipla che noi chiamavamo “la corrierina”; la 1100 Fiat, più lunga e dalle forme rotonde e bombate, però era, ai miei occhi, la “vera macchina”, lontana dal nostro immaginario, anche futuro, più della luna. Il babbo non ha mai posseduto un auto.

E che spettacolo, per noi che “ci facevamo i capelli” in casa usando bigodini di carta trasparente, vedere le donne che entravano dalla parrucchiera con il fazzoletto in testa per poi uscire trasformate: “guèrda che bèla testina ch’j ha fat…” capelli morbidi, in antitesi alla “cotonatura” che arrivrà con gli anni 60, con le ondine realizzate con le grappette dentate in alluminio o “il rotolo” per sotto che si otteneva arrotolando i capelli attorno al cotone… E i matrimoni celebrati nella chiesa! Lì c’era tutto da osservare: i vestiti degli invitati “quèl sé clè un bèl vistìd” ma non di meno “mè sò d’andè in zìr i sé piutòst a stag ma chèsa..” per non dire di quella immancabile col cappellino eccentrico che “la fa rìd i pól”..e lo stile che tradiva il ceto di appartenenza: “us véd clè zènta fèina..”. Ogni tanto la mamma dava voce ad un’amica riconosciuta in quell’andirivieni “Dì Rusìna, a sò i què.. t’an me vèin a truvè? Mè a so sèmpra at chèsa!”…. “Oh Elsa cum stèt? Apèna pòs vèng.. a sò sèmpra ad cursa…”

Ma non mancavano quelli che sentendosi osservati, alzavano lo sguardo in sù … chi sorridendo – e noi contraccambiavamo – chi facendo boccacce, prendendosi un rapido: “sa vòt? Us guèrda m’un palàz, us guèrda mèj m’un vis dè caz”.

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