“Oz l’è un dé da pulènta”

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Pubblicato la prima volta il 9 Ottobre 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Oz l’è un dé da pulènta”

Oggi è un giorno in cui ci starebbe bene un bel piatto di polenta. Pioggia, vento, la temperatura in forte calo, il buio già sceso… anzi, mai svanito dalla notte di ieri: cosa ci può essere di meglio di un buon cibo caldo come la polenta, che con la sua farina trattiene il calore fino a scottare il palato mentre il vapore sale a riscaldare le narici? Magari con un buon sugo di salsiccia così, diceva la Elsa “u jè è prìm e sgònd”?

Per non dire del calore che penetra tutto il corpo quando si mescola, sul fuoco, per non farla attaccare (zira, zira, si nà la s’impalòta) con il cucchiaio di legno, quel cucchiaio che mio fratello ed io ci contendevamo per la leccata finale dato che una parte del sugo si buttava nel tegame, a metà cottura per dar più sapore alla polenta che, una volta cotta, veniva condita col sugo rimasto di salsiccia, appunto, ma la Elsa la condiva anche coi fagioli o con le cozze (i bdoć).
Insomma ancora una volta il “modo di dire” ci riporta al cibo, tema, in quegli anni, ricorrente e che ha formato menti e stili di vita. Ancora negli ultimi anni la Elsa, pur non potendo, per problemi di mobilità, dedicarsi alla cucina ripete il suo rituale a pranzo “cus cu jè staséra?” ed a cena “sa fèt ad mèn?”. Certamente si tratta di una curiosità che interrompe la monotonia della giornata facendo pregustare il nuovo pasto e c’è quel tanto di soddisfazione nella conferma che si portino avanti le sue tradizioni e magari qualche occasione di critica “mè a fèva, us putrìa fè, l’è mej a fè..”, ma non c’è dubbio che quelle domande abbiano ataviche radici in quell’esigenza di assicurare che la famiglia potesse mettersi a tavola due volte giorno; esigenza che richiedeva una vera e propria programmazione, anche allo scopo di sfruttare meglio tutte le possibilità “quèli clì va a fè la spésa a mizdè, l’in fa da magnè.

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