Il telefono

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Pubblicato la prima volta il 18 Ottobre 2018 @ 09:46

Mentre il televisore portava il mondo in tutte le case accorciando non di poco le distanze sociali, il telefono,  nei primi anni 50, rimaneva  tabù almeno presso il ceto popolano.

Il telefono? Per far che? Le relazioni umane erano per lo più dirette. La cerchia dei parenti stretti ruotava attorno a ogni persona, con gli amici ci si incontrava quotidianamente sul lavoro, durante la spesa, nelle veglie serali.

Nel tempo della “spesa” era calcolato quello destinato alle “du ciacri” da scambiare nella bottega, negli incontri che avvenivano nella pescheria, al mercato: “cum stét? e  e’ tu fradel? La tu fiola l’a sé spuseda? Ce dventa nona? L’e’ mort Luis!? A ne saveva, ad cò clé mort? D’un malaz? E Valter? L’era un péz che steva mel.. purein  e’ menc la fnì da patì. Ehh chi muore tace e chi vive si dà pace! E la Teresina sa che mat de su marid? L’e’ stè sgrazieda, pensè che l’è sempre stè una bona dona, lò un vagabon e faquajon.. ehh sol al puteni gli ha furtuna…set ved la Lavrina salutla e dì cl’an  se zcorda.. nun a stemm sempre i lè…adess la fa la pacouna …per e’ front la zircheva i schert dai inglis.”.

Più o meno questo il tenore di scambi che, tappa per tappa mattutina, diffondevano notizie sullo stato di amici e parenti e che, come cerchi concentrici nell’acqua, si allargavano e ramificavano uniti a quelli che gli uomini più giovani praticavano al bar, nella cantina quelli più su con gli anni.

Nelle veglie serali vicini al fuoco della stufa d’inverno, sulla strada davanti i portoni d’estate, le chiacchiere diventavano corali, le storie s’intrecciavano, si scoprivano parentele fin lì ignorate, si sussurravano gli scandali dell’epoca con termini smorzati per sviare l’attenzione dei bambini che, per nulla annoiati, si sentivano attratti dai discorsi dei “grandi” convinti che prima o poi avrebbero captato qualche informazione “proibita”.

“Avì savù dl’Antognetta? E’ su marid l’endé chesa prima de lavor  e u la trova a let se su amig….”

Ma certo il luogo eletto per le chiacchiere era (ed è ) il mare, d’estate, sotto l’ombrellone. Allora sotto la tenda, sulla sedia a sdraio o più semplicemente sull’asciugamano steso sulla sabbia, sì perché all’epoca nessuno l’avrebbe chiamato “telo” trattandosi dello stesso usato per l’igiene personale, di quelli corti, sottili, rigatini.

Lì, tra una partita a carte, un giro nel lavoro a maglia, una pausa nella lettura di un giornale o di un libro, circolavano tra uomini e donne, tutte le notizie dell’anno: corna (altrui), lavoro, amori, preoccupazioni, progetti, aspirazioni, promesse.

Ed i contatti con chi abitava in altre città? Parenti emigrati? I fidanzati estivi rimpatriati? Lettere! Scritte a mano, il francobollo passato sulla lingua, non di rado stese in “brutta” e poi ricopiate in bella. Imbucate per posta aerea, con la busta orlata a tratti colorati, quelle destinate all’estero. Ricordo che la mamma le spediva al babbo, a Liverpool dove faceva scalo il mercantile su cui era imbarcato. La buca per la posta aerea era sotto i portici, in piazza Cavour dove si trova oggi la sala degli Archi.

Era più facile, allora, credere che l’uomo avrebbe presto passeggiato  sulla luna piuttosto che ipotizzare un epoca, neanche tanto lontana, in cui si sarebbero scambiati messaggi con telefonini portatili o navigato con gli smartphone.

Dunque il telefono veniva associato esclusivamente ad un uso professionale, l’avuched, e’ dutor..potevano  usare il telefono ma gli altri… a che scopo? Al massimo il titolare del negozio perché i bottegai dovevano fare “gli ordini” delle merci eppoi all’occorrenza si prestavano come servizio pubblico per i clienti. E’ sì perché le prime, indifferibili telefonate, prima ancora che nei bar frequentati pressoché esclusivamente  da uomini, si sono consumate nella bottega dei generi alimentari, con quel telefono nero, in bachelite, appeso al muro in senso verticale, con la rotellina che girava attorno ai numeri e la rubrica, piccola, ciondolante dallo spago legato al chiodo, legata con la matita. Gratis agli inizi, col contascatti in seguito.

E qual era la telefonata più urgente? Quella al medico. Il che non poteva capitare spesso perché la visita del dottore era un costo aggiuntivo difficilmente sostenibile, da praticare solamente dopo il fallimento dei rimedi naturali, in presenza di gravi presagi. Ed in genere era la mamma che correva al telefono fuori casa.

Il primo telefono entrato quindi nella storia del “popolo” è stato quello nero, seguito dall’apparecchio grigio, per poi passare a quelli a tasto ed arrivare alla storia dei giorni nostri. Si è fatto un gran parlare dei telefoni bianchi, fino a definire un’epoca ed un filone cinematografico, tra gli anni trenta e quaranta. Ma, per l’appunto, quegli apparecchi rimasero confinati nella finzione  in uso a dame platinate perennemente in vestaglia mantenute dal gangster o ad aristocratici proprietari terrieri che venivano puniti dal destino per la loro crudeltà nei confronti dei poveri contadini che lavoravano le loro terre. Un buonismo che doveva rassicurare gli spettatori nel clima edulcorato che i regimi di allora cercavano di sovrapporre alla realtà.

Telefoni bianchi così inutili persino in quelle storie tanto da dubitare che fossero veri.

Non di meno è certa l’influenza che il cinema ha giocato nella diffusione del telefono. Soprattutto il cinema americano. Ho in mente i films polizieschi dove lo squillo del telefono sulla scrivania del capo preannunciava le sequenze che avrebbero portato alla soluzione del caso, per non dire della lunga serie dedicata ai detectives che, piedi sulla scrivania, il ricevitore appoggiato tra la l’orecchio e la spalla mentre si confezionavano la sigaretta, emanavano un fascino unico e di quelli ambientati in ambito giornalistico dove l’avvenente capo redattore con tempestive telefonate metteva i reporter sulla scia dello scoop svelando scandali e misteri.

Ma anche nei films italiani degli anni 50, fatta eccezione di quelli girati dai registi del neorealismo, il telefono fa la sua apparizione, pellicole che riproducevano anche le case più modeste o quelle di una nuova borghesia dove il capo famiglia, ragioniere, ferroviere, maestro.. cercava di “farsi una posizione” nella società aprendo la strada ai figli per cui le “relazioni” favorite dai collegamenti telefonici diventavano un valido supporto.

Per non dire della notorietà delle centraliste con le cuffie, grembiule nero, alle prese con gli spinotti. Un’importanza che mantenevano anche nella vita “reale”. “La lavora in tla TIMO” era una espressione che sottolineava la notevole considerazione per quel posto “sicuro” dato il rilievo dell’azienda. Ben altra cosa dalla precarietà dei ragazzi utilizzati oggi nei call center.

Dunque anche il telefono, ancor prima della sua utilità, viene percepito come status symbol e dopo il televisore, il frigorifero, l’utilitaria, la macchina da cucire, entra nella case degli italiani non più distinti per categorie professionali. In meno di un decennio, dal 1954 al 1963, gli abbonati al telefono passarono da un milione e mezzo a circa quattro milioni.

Un indicatore significativo delle trasformazioni in atto, un cambio di passo nel modo di concepire le relazioni, le distanze, i rapporti.

Il paradosso infatti è che il telefono per alcuni versi ha aumentato e non diminuito il distacco tra e con le persone dal momento che consente di far arrivare la propria voce in ogni parte del mondo per poi impedirci di salire le  scale che ci dividono dalla coinquilina del piano di sopra raggiungibile, appunto, con una chiamata telefonica. Già allora. Figurarsi oggi coi cellulari.

A casa mia, come in molte altre, arrivò nella formula del duplex ovvero una linea unica per due utenti che abitavano vicini, il numero di telefono simile, in genere distinguibile per una sola cifra e non c’era, allora, l’obbligo  del prefisso per le telefonate urbane. Vi si accedeva con l’unico scopo di risparmiare sulla bolletta che, di fatto, veniva dimezzata con il non piccolo inconveniente che non si poteva telefonare né ricevere chiamate contemporaneamente. Per questo, il “socio” veniva scelto, quando possibile, nella cerchia delle amicizie ma il duplex è divenuto poi una delle cause maggiori di litigio per la frequenza con cui, al bisogno, si trovava la linea occupata “dall’altro”: “cusch’i avrà da dì! Je sempra attached ma che telefun! i sta dagli ori!”.

Nelle abitazioni private il primo apparecchio  doveva essere esposto in una zona centrale, solo il secondo, infatti, con conseguente aggravio di spesa, poteva essere collocato in altre camere. Ecco allora sorgere mensoline a mezzo muro, angoliere, tavolinetti mentre l’utente era costretto in una posizione, oggi impensabile, fissa, in piedi, il più delle volte con un muro davanti.

Anche se quelli della mia generazione per alcune, particolari telefonate preferivano la cabina telefonica pubblica, quella a gettone, lontana dagli occhi e dalle orecchie dei genitori. Ogni ragazzo aveva una mappa chiara della dislocazione delle cabine e delle scuse da accampare per uscire nell’ora prefissata. Ne ricordo il cattivo odore e la sporcizia che rendeva appiccicosa la cornetta. Personalmente (ma non credo di essere stata la sola) sollevavo il ricevitore con un fazzolettino di carta, attenta a tenerlo il più possibile lontano dalla bocca e dall’orecchio.

E l’ansia nel chiamare chi non rispondeva sapendo che ad una certa ora l’obbligo di rientrare a casa avrebbe messo fine ad ogni ulteriore tentativo? Preistoria!

 

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