Mentre la Città si sposta sempre più velocemente nell’anonimato della periferia, i Borghi sono rimasti in tutti questi anni caparbiamente attaccati alle mura del centro abitato conservando i ricordi e le caratteristiche della loro comunità. Dopo un lungo periodo che durava dal dopo guerra, i borghi si sono svegliati e prima che gli anni, le abitudini e i nuovi stili di vita cancellassero ogni ricordo, hanno riscoperto le antiche memorie e stanno trasferendo sulla città tutto quello che di cultura e di tradizione avevano accumulato e custodito; un segno tangibile di ciò sono le Feste annuali con le quali quei de Borg bene rinverdiscono il loro nome e la loro identità. Nell’ambito del programma di riqualificazione dei luoghi del centro storico, la Giunta Comunale ha approvato il progetto per riconsegnare al borgo S. Andrea il suo antico lavatoio pubblico, un “segno” urbano ancora presente nella memoria della gente anche grazie al permanere toponomastico della via Lavatoio, la strada che partendo da piazza Mazzini prosegue col nome di via di Mezzo.

Il problema dei lavatoi (1) è stato sempre molto presente nella nostra città. Sorvolando sull’epoca romana, quando esisteva un ricco impianto idrico con una rete di acque sotterranee che serviva tutti i quartieri cittadini alimentando molte fontane ed anche piccoli impianti termali privati, dal medioevo fino all’800 l’unica fonte pubblica di acqua potabile rimasta in funzione era l’attuale Fontana della Pigna, alimentata, tramite una propria condotta, dalla sorgente perenne del “pozzo romano” situato in fondo a via Dario Campana. Il problema che affliggeva la città non era tanto legato all’approvvigionamento idrico, numerosi infatti erano i pozzi privati e “condominiali”, quanto piuttosto ai danni legati al cattivo o inesistente sistema di deflusso delle acque nere e bianche che era causa di malsane condizioni igieniche.

L’acqua eccedente che fuoriusciva dalla Fontana della Piazza formava un fosso che percorreva la via Rigagnolo della Fontana (ora via Gambalunga) fino al lavatoio pubblico …posto sotto l’arco di mezzo del già Convento di S. Domenico, e oltre le mura attraversava gli orti di Marina fino al mare. Di quella situazione si occupavano già gli Statuti del ‘600 e del ‘700: De Pannis et aliis Turpibus non lavandis ad Fontanam vel Puteos Civitatis, neque in Riolo Fontanae…; da un Bando del 1655 con le norme per l’uso della fontana e del fontanone: …proibendosi perciò il lavarsi anco dentro Panni, o altro, sotto pena d’un scudo per volta a quelli che vi laveranno cos’alcuna… Il lavatoio di S. Domenico, attivo fino alla prima metà dell’800, fu oggetto di accese discussioni per le richieste della popolazione affinché si ponesse fine alla pessima abitudine di creare chiuse lungo la via del Rigagnolo al fine di lavare i panni e a causa delle lamentele delle lavandaie per il suo non sempre buon funzionamento che le costringeva a servirsi del lontano fosso del borgo S. Andrea; d’altra parte motivi sanitari per le cattive esalazioni e i ristagni consigliavano lo spostamento del lavatoio in un …sito più acconcio. Una inchiesta della fine dell’800 ci informa delle pessime condizioni igieniche della città anche perché gli abitanti gettavano nelle fosse immondezze ed escrementi, perché sprovvisti di latrine… quelle lordure si arrestano nel letto della fossa, mandando fetide esalazioni ed è per questo che furono progressivamente coperte.
In una relazione alla Prefettura di Forlì del 1865, l’ingegner Urbani annotava che oltre ai lavatoi naturali dei fiumi Marecchia e Ausa e delle fosse del Mavone e Patara, e a quello artificiale di S. Domenico, ne esisteva un altro nel borgo S. Andrea, anch’esso artificiale, formato da un fosso lungo 200 metri e alimentato da una sorgente perenne derivata dai Padulli …qual fosso appositamente aperto, munito di cateratta è mantenuto espurgato a spese del Comune. Il canale, che deviava lungo la “via delle lavandaie” (via delle Fosse), era collegato con uno scaricatore alla parallela fossa Patara, continuazione urbana della fossa dei Mulini che aveva la presa a Ponte Verucchio e che seguendo il corso del Marecchia fino a Rimini andava a sfociare nel torrente Ausa.

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Dal giornale “La Riscossa” del 24 luglio 1890: Sappiamo che il Municipio ha deciso di far coprire questa fossa, che è fonte d’infezioni malariche per una parte del Sobborgo Mazzini e che costituisce un permanente pericolo specialmente pei bambini. Tutti ricordano ancora con raccapriccio, che pochi anni or sono vi perì un amore di bambina… …e che anzi il Consiglio deliberò pure di costruire una tettoia per riparare le povere lavandaie dal sole e dalle bufere. Solamente nel 1901 venne approvato il progetto per la copertura del lavatoio, scelta in muratura in considerazione …della minor spesa e maggior durata, optando per una lunga pilastrata reggente un tetto a due falde che partiva dalla odierna via delle Fosse. Questo lavatoio continuò a funzionare sino ai primi anni ’60 del dopoguerra, quando ne fu decisa la demolizione secondo la filosofia, o la follia, di quegli anni.

Vediamo brevemente la descrizione dei lavori di recupero, già in esecuzione, desunte dal progetto che molto gentilmente mi ha messo a disposizione il suo autore, l’ arch. Renzo Sancisi, che in questa sede ringrazio.

Durante i primi scavi, a 140 cm di profondità sono state messe in evidenza le piane di pietra del vecchio lavatoio, rimaste interrate dopo la demolizione dei pilastri dei quali sono ancora presenti le basi in calcestruzzo rivestite da mattoni. Il progetto tende a integrare quanto si è recuperato con le parti mancanti che verranno ricostruite: il tratto rimesso in luce, un settore del manufatto originario lungo 50 metri e largo otto, prevede un rifacimento del lavatoio lungo circa 20 metri con pilastri e capriate in legno che reggeranno un tetto a due falde coperto in laterizio, e una serie di pilastri in doppia fila, di altezza digradante e senza protezione, che vuole alludere all’originario lungo edificio unitamente a un effetto “rovine”. La nuova opera sarà visibile agevolmente affacciandosi a una balaustra posta su un marciapiede realizzato con conci in vera selce del Marecchia, mentre il rimanente terreno sarà destinato a verde; l’antico reperto recuperato sarà godibile anche di sera grazie all’installazione di appositi faretti, mentre una segnaletica didascalica spiegherà sinteticamente la storia del manufatto.”

(1) Pier Giorgio Pasini: “Le fontane di Rimini”.

Arnaldo Pedrazzi
Ariminum
N. 2 Marzo/Aprile 2004

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