“Ma du ca vag?”

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Pubblicato la prima volta il 25 Novembre 2016 @ 00:00

Ma dove vado? Era la domanda, anzi la risposta che la donna vittima della violenza del marito diceva a chi le suggeriva di sottrarsi a quella violenza ed andarsene.

So per esperienza, senza scendere nei dettagli per l’intimità della storia e la necessità di non aprire vecchie ferite, che era proprio così. Se ancor oggi si rivendica giustamente una nuova dimensione culturale che riaffermi, prima di tutto, il rispetto della persona, la sua autonoma dignità, figuriamoci allora quando era in voga il matrimonio “riparatore” perché ragazza “madre” era sinonimo di “poco di buono” ovvero “pùtèna”, quando un’alta percentuale di uomini prima si “divertiva” poi si sposava perché “at chèsa uj vò na dòna” ovvero una serva, una percentuale non inferiore di donne vedeva nel matrimonio l’unico scopo della propria vita.. al riguardo riporto ancora una volta il giudizio del babbo alla proposta della maestra elementare che lo pregava di farmi continuare gli studi “da fè cò spènd i sòld?..pó l’ariva un pataca cu tlà pòrta via…”. Ed il babbo, pur “attaccato” ai soldi, non voleva che andassi a lavorare perché, a parer suo, tutti gli uomini specialmente “i padroni” “ci provano” soprattutto con le più giovani; ma quando, esasperata per la mancata di mezzi, oramai più che adolescente, gli dissi che avevo trovato un lavoro ed avevo tutte le intenzioni di accettarlo sentenziò: “tvè lavurè finch’è l’è viva la tù mà..” Sì, certo, non erano tutti così, ma erano anche così.

E se in famiglia si dovevano fare i sacrifici per far studiare un figlio, quello era il maschio e del resto anche quando si passò alla scuola media unificata, per le sole femmine rimase l’ora di “educazione domestica” dove, tra l’altro, si insegnava a lavorare di maglia e uncinetto ed a “gestire” la casa. perché quello era il destino e l’unico fine in cui sperare. Così quando, dopo il matrimonio, arrivavano le urla mortificanti, i primi “stà zéta che t’an capés gnìnt e béda fè da magnè!” e poi lo schiaffo, la tirata di capelli o, ancora più spregevole, il primo calcio, era tardi, la gabbia era già stata chiusa. L’abbandono del tetto, fino al 1975 quando entrerà in vigore il nuovo diritto di famiglia, era considerato reato, la donna-moglie non aveva risorse proprie per pagarsi un avvocato ed il marito la ricattava minacciando di portarle via i figli.

Quando t’imbatti in “quel” tipo di uomo che si sposava (ma il verbo potrebbe essere declinato, in molti, troppi casi, anche al presente) per avere una vittima a portata di mano, per esercitare il proprio dominio, vantare una presunta superiorità (cosa che non gli riusciva all’esterno dell’ambiente famigliare), nulla si poteva per prevenire la violenza, le minacce, le botte… la bolletta della luce troppo alta, come se fosse responsabilità della “donna di casa”, lo sguardo, per lo più immaginato di un altro uomo, sulla “sua” donna, un suo indumento che non si trovava “chissà dù te le mès, tcì na sgrazièda”, un profumo di talco preso per un eccesso di civetteria e, quindi, la rivelazione della tendenza al tradimento, il figlioletto che s’era sporcato “t’an gnè bèd… chissà cus tè fat tót e dè”, una pietanza poco elaborata “cum’èla?! Du tcè stèda tót òz?” erano tutti pretesti usati per alzare la voce e le mani.

Il peggio è che la donna lo presagiva ed iniziava, prima ancora dell’esplosione, una sofferenza che le spegneva il sorriso, la voglia e la possibilità di stare con gli altri perché ormai “am so invlinè e’ sangue”. Una sofferenza che alimentava la solitudine, una solitudine che accresceva la sofferenza. E naturalmente mai disubbidire o contraddire, mai rifiutarsi anche quando si veniva svegliate in piena notte perché la moglie “l’an pó dì ad nà”, mai uscire di casa se non per la spesa e mai sforare sugli orari o cambiare, senza motivo, il tragitto solito, mai cantare senza far nascere il sospetto di un’allegria che nascondeva qualcosa.

Sì, accadeva.

Solo dopo alcuni anni ho capito perché la mamma, appassionata di lirica, diceva a me, ancora bimbetta, “Tè Grazia nu spóste e va’ sintì l’opera..”. Capitava anche allora di sentir dire “va là che mè an stèva i lè… a curéva via”. Non era semplice e non lo è neanche oggi perché bisogna fare i conti con la paura, la paura di perdere i figli, di essere “scoperte” in qualsiasi rifugio e dover affrontare la più grave delle violenze, quella che non si ferma neppure con la barriera del corpo.. ma allora mancava anche la solidarietà..perchè la paura era contagiosa; i famigliari per primi temevano che “ritornasse a casa” una donna “sènza marìd”, chè il marito andasse a far “casino” anche a casa loro, che ci fossero bocche in più da sfamare chè, chiaramente, allora, quella moglie non poteva avere un lavoro, neppure da serva, fuori casa. Ecco allora quella domanda/risposta: senza lavoro, senza soldi, senza una tutela legale, senza assistenza sociale, senza una abitazione alternativa… ”du ca vag?”.

Oggi molte cose sono cambiate ma non tutte e non abbastanza. I dati sulla violenza contro le donne sono lì a dimostralo: quelli del femminicidio sempre più tragici ed allarmanti. Serve la certezza della pena, serve la prevenzione, serve, come dicevo, che scuola e famiglia si adoperino per una cultura del rispetto, che le istituzioni realizzino i servizi; ogni città dovrebbe avere una casa di accoglienza per le donne che riescono a fuggire dal loro aguzzino e serve solidarietà, tanta solidarietà, non solo quella formale, non solo quella che si esprime con una firma su un volantino, non solo una bella frase il 25 novembre che qualcuno copia da quella dell’8 marzo, tutte iniziative importanti perché se vengono a mancare le donne saranno ancora più sole, le istituzioni più sorde e gli aguzzini più liberi.

Serve anche la solidarietà che ci coinvolga personalmente. Io sarei pronta in ogni momento ad aprire la mia casa, a dare rifugio ad un’amica che ne avesse bisogno, a diventare complice di una fuga che in molti casi rappresenta la salvezza della vita stessa.

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