“A vag fé un zir se’ merché”

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Mercato in Piazza Malatesta

Pubblicato la prima volta il 8 Settembre 2018 @ 09:49

Per i bambini di via Cairoli il Mercato Ambulante di Piazza Cavour e Piazza Malatesta, era il Paese delle Meraviglie. La tappa più ambita. Quando il mercoledì e il sabato si chiedeva “Mamma posso andare a giocare di sotto ?” Era lì, al Mercato, che si puntava. Da soli o in piccole squadre ce lo giravamo tutto. Allora c’erano vere e proprie aree distinte per settori mercelogici: la zona della scarpe, vicino la Rocca (oggi Castelsismondo), quella della biancheria, a ridosso del Teatro, i casalinghi in via Poletti, maglie e camice in piazza Cavour…

I maschietti più grandi, abili di mano, non di rado venivano rincorsi dal commerciante, noi femmine eravamo incantate… dai giocattoli? No dai “servizi” di porcellana: tazzine da caffè con decorazioni floreali e l’orlo dorato in stile barocco o neoclassico, bicchierini di vetro con bottiglie portaliquore, striati in oro. Perché al mercato non si andava per comprare (i soldi chi li aveva?). C’era chi ci andava per “rimediare” qualcosa..a noi bambine ci bastava sognare: una casa con più stanze dove signore vestite con le stoffe bellissime esposte sui banchi prendevano il caffè in salotto in quelle tazzine sostenute delicatamente dal piattino che somigliava ad una trina!. A casa nostra il caffè (ma spesso era il surrogato della “Vecchina”) si beveva nel bicchiere, l’unico, che andava bene per il vino, per l’acqua, per la camomilla, per il caffè. In genere aveva erano colorati con disegni geometrici e non di rado erano un omaggio ricevuto con le bustine dell’acqua di vichy (idrolitina). Dopo un po’ erano tutti diversi l’uno dall’altro per forma e dimensione. Quella di bere il caffè nel bicchiere è un’usanza che pratico ancor oggi quando non ci siano ospiti extrafamiliari.

Di giocattoli non se ne vendavano molti, al Mercato, a parte il periodo della Befana: il Natale per i poveri non era un’occasione per scambiarsi i regali e i bambini non erano, a differenza di oggi, destinatari delle merci. I prodotti, gli articoli esposti sui banchi dovevano rispondere a necessità precise ed essenziali: scarpe, stoffe per le sartine o per chi si arrangiava in proprio, biancheria da casa  da accatastare nel  corredo che le ragazze portavano in dote nel matrimonio. Le mamme iniziavano presto, sui dieci, dodici anni della bambina. Ogni anno, finita la stagione di lavoro nella pensione si comprava una coppia di lenzuoli o una dozzina di strofinacci o una mezza dozzina di asciugamani o una tovaglia… ci volevano minimo dieci anni per fare un corredo. Le più fortunate potevano rimpinguarlo con qualche capo ricevuto in dono dalla “santola” (la madrina del battesimo e della cresima) o impreziosirlo con qualche giro di uncinetto attorno l’orlo, fosse asciugamano o lenzuolo. In ogni casa infatti c’era una mamma o una nonna abile coi ferri e con “l’agocc” (uncinetto). Io non ho mai avuto un corredo, il babbo non era disposto a spendere un soldo per “un pataca che po’ utla porta via”.

La decisione di comprare le scarpe ai bambini, era tra le più ponderate. Si compravano solamente quando erano “finite” (consumate irrimediabilmente), quelle in uso, spesso risuolate dal calzolaio, a volte ritinte con qualche prodotto da utilizzare in proprio.

La scarpa nuova, soprattutto, doveva soddisfare molte esigenze: di numero abbondante per adeguarsi alla crescita, meglio con la “para” (gomma) che “teneva di più” la pioggia, colore nero che si adatta a tutto, al massimo marrone…e parliamo di scarpe destinate ad una bimba di pochi anni! L’acquisto era importante e, quindi, prerogativa del babbo, era lui l’unico abilitato a trattare. Allora, come oggi, al mercato il prezzo si contrattava. A noi bambini non era concessa nessuna valutazione, non fosse stato per la necessità di provarle..l’acquisto poteva essere fatto direttamente dal babbo. Ce ne stavamo in piedi, in silenzio con gli occhi sgranati su quelle deliziose scarpette di vernice nera con il cinturino  alla caviglia (alla bebè) finchè lo sguardo non veniva catturato dalle scarpe da signora col tacco alto, punta tonda bombata, pelle vellutata simbolo indiscusso di una sensualità che arrivava anche a noi bambine. Girare per casa con le scarpe “alte” della mamma era il divertimento più grande. Non credo si usi più. Oggi bambini ed adulti vestono allo stesso modo.

La distesa di scarpe esposte sopra la pila delle scatole sembrava precaria ed enorme eppure il commerciante si destreggiava a raccogliere la scarpa indicata dal cliente senza farne cadere alcuna. Il babbo discuteva sul prezzo. Sempre. Si ripeteva la stessa scena… bluffava sulla qualità: “li né cusidi, a gliè incoledi” e minacciava: “guerda che se t’an mli dè per menc a vag via”. E lo faceva per poi tornare alla carica magari al mercato successivo.

Pur nella già acquisita consapevolezza che la povertà non è una colpa: a quel senso sottile di umiliazione non ci si abitua mai.

In genere ci mettevamo addosso quello che ci veniva regalato, usato da altri o “passato” dai figli maggiori. Era così raro avere qualcosa di nuovo che, nel caso delle scarpe, si tenevano come reliquie. Ne fiutavo l’odore tipico dei materiali “nuovi”, arrivavo anche, nei primi giorni, a pulire la suola dopo aver camminato per prolungare la sensazione del nuovo. La qualità però era proporzionata al costo, sempre il più basso possibile. I piedi immancabilmente freddi o bagnati dalla pioggia che filtrava. Ricordo la felicità del primo paio di scarponcini alti con i lacci intrecciati e la suola a “carroarmato”, cosiddetta per lo spessore e la forma a cingolato. Finalmente piedi caldi e asciutti! Alla prima pioggia, per asciugarli la mamma li mise nel vano inferiore della stufa. Il calore mandò in tilt il “carroarmato” che in realtà era uno strato di plastica riempito con del sughero.

Da allora mi è rimasta la fissa delle scarpe “buone”. Al primo stipendio ricevuto, sono entrata da Pollini ed ho comprato un paio di scarponcini favolosi, durati ben dieci anni.

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