“L’ha na faza rossa com’un prét imbrièg”

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Pubblicato la prima volta il 12 Dicembre 2018 @ 13:09

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “L’ha na faza rossa com’un prét imbrièg”

Trad. ha una faccia rossa come un prete ubriaco. Paragone diffuso in un’epoca in cui il riferimento agli uomini di chiesa era frequente soprattutto negli ambienti più popolani.. dove il prete (quali che fossero le sue condizioni economiche) appariva sempre sazio e rubicondo…

Ho già toccato l’argomento riportando i miei ricordi sulla chiesa di Sant’Agostino e lo spazio che, allora, aveva nella vita dei bambini di Via Cairoli… oltre luogo di culto, era punto di ritrovo per i nostri giochi, di incontro con altri bambini, già a partire dalla scalinata, teatro di partite con biglie e “stampini” ottenuti dai tappi a corona delle bibite, riempiti di sughero.. Era la stazione dove ci fermavamo per osservare la vita che si snodava lungo la via, i passanti che si dirigevano verso la pescheria o la piazza del mercato… i matrimoni che si susseguivano mettendo in mostra, attraverso l’abito della sposa e degli invitati, il “rango” di appartenenza. Era il ritrovo delle donne durante il “mese di maggio”, era il pretesto per uscire la sera in occasione della processione.

Ciò nonostante il rapporto tra religione, se vogliamo la fede, ed il clero aveva una sua dimensione tutta particolare, parlando, naturalmente sempre e solo della mia esperienza personale, riferita all’ambiente dove sono nata. C’era una sorta di religiosità molto “umana”, di prevalente appannaggio femminile… erano le donne, solo donne di casa che andavano a “zènd na candèla ma la Madòna” e non a caso a Lei.. perché da “donna a donna” se non “da madre a madre” era più facile capirsi… molto “richiesta” anche Santa Rita ovvero la santa delle cause più disperate.. sì perché il ricorso alla richiesta di grazia doveva essere fondato su motivi seri molto seri…sottolineo questo aspetto perché qualche anno fa, durante un convegno-incontro, con giovani adolescenti, Mons. Tonini, uno dei relatori, raccontò di una madre che si era rivolta a lui perché perorasse, con le sue preghiere, la vittoria della figlia al concorso di Miss Italia.

Tutte le “regole” canoniche, erano facilmente ignorate prevalendo sentimenti di giustizia “laica”, tipo “male non fare, paura non avere”, le preghiere recitate di notte, nel proprio letto con dediche specifiche: quelle ai defunti, altre agli ammalati, al marito o figlio disoccupato, alla pace in famiglia…e grande era la diffidenza verso la confessione “mè ho da racùntè i mi pchè ma ló? Ló è racòunta i su mù mè?”.. eh sì perché storie di preti libertini (veramente l’espressione era “putanièr”) o “afarésta”… si sprecavano. Insomma, non veniva riconosciuto il ruolo di ambasciatori divini ma, anche loro venivano giudicati in base ai comportamenti.. Quindi c’era il prete “l’è un ad chi bòn” che accoglieva tutti allo stesso modo, non faceva distinzioni tra “sgnùr” e “purét”, che lasciava le mance pasquali al chierichetto che lo accompagnava durante le benedizioni domiciliari quando il ragazzino apparteneva ad una famiglia povera…e c’era il prete “per còunt su” con ciò intendendo quello che, chiuso nella sua reggia, se ne impippava di quello che accadeva fuori, che discriminava i comunisti non dando loro il “nulla osta” alla funzione di “santolo” …
Poi è vero, allora più di oggi, il prete incarnava anche un partito quello che, vedi mò, aveva la croce nel simbolo… “un cùl zàl”, insomma che, in quanto tale, si opponeva ai “rossi”.

E sì, un certo anticlericalismo più ironico che ideologico, impregnava molte delle nostre case…Del resto non è un caso che uno dei piatti più “romagnoli” si chiami strozzapreti..ma, non me ne vogliano coloro che mai farebbero dell’ironia su questi temi, noi bambini avevamo un giochino più cinico… ci era stata tramandato che, sbucciando un’arancia, se si riusciva ad ottenere una spirale senza che la scorza si spezzasse… no, va là, questa non la dico!

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