L’ABC inizia con… “F”

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Pubblicato la prima volta il 23 Settembre 2018 @ 09:47

La bicicletta era il mezzo di trasporto per eccellenza, custodito dentro casa… nascosto, anzi riparato dietro il comò o la porta e protetto da un panno. Per tutti noi di quell’epoca, il film di De Sica “Ladri di biciclette” non era una storia ma un documentario di vita vissuta. Chi possedeva la bicicletta veniva già maggiormente considerato, aveva qualcosa in più dello stretto necessario. Era autonomo negli spostamenti. Nessuna distanza era impossibile. Le donne vi trasportavano le borse della spesa, quelle larghe e rigide di paglia e i bambini (di tutte le età) grazie ad un sellino anteriore… non c’era bambino che non si fosse intrappolato il piede tra i raggi della ruota… gli uomini trasportavano di tutto, dagli attrezzi in spalla o appoggiati sul manubrio alle donne sedute sul cannone. Quelli a stipendio fisso la compravano di prima mano (la Vicini, la Bianchi), gli altri si accontentavano di costruirle smontando e rimontando i pezzi di quelle vecchie scovati dalla “Minghina”, una sorta di emporio (strazzer – ferveç) dei poveri dove si comprava e vendeva di tutto. Talmente diffuso e necessario era il mezzo… che il governo di allora aveva tassato la bicicletta con un “bollo” che veniva esposto sul manubrio dentro un custodia tubolare di gomma.  Anche quello era rischio: molti, infatti, “rimediavano” la bicicletta ma non i contanti per il bollo e si arrangiavano rubandolo.

I figli dei poveri non andavano alle scuole materne.  Quelle comunali erano poco diffuse e quelle private erano troppo costose e per lo più gestite da religiose. Il popolo di sinistra era ideologicamente prevenuto ed anche pedagogicamente parlando era forte la convinzione che i bambini “stanno meglio a casa loro”.  Quest’ultima teoria poi ritenuta di “destra” perché contraria all’emancipazione femminile che vuole giustamente le donne impegnate anche nella professione… in realtà nasce dal “popolino”.

Così passavo tutta la giornata con la mamma e trasportata in bicicletta avevo modo di “girare” tutta la città, osservare, ascoltare le confidenze sui rapporti coniugali, le imprecazioni contro il carovita, le “chiacchiere” sulle donne “poco serie” o su quelle che si davano le arie (quella l’è na sburouna, la ia un poter di mé!). Affacciate sui banchi della Vecchia Pescheria o del mercato della frutta (allora in piazza Castelfidardo) o ferme con le amiche, le donne, rimanendo in sella alla bicicletta, sembravano dimenticarsi dei bambini e continuavano nei loro discorsi come se fossimo invisibili.

E proprio osservando i muri sono stata colpita dalla parola scritta, anzi da una parola in particolare. Immagino che la più parte dei bambini abbia scritto, per prima, la parola “ mamma”. Non è stato il mio caso. La prima parola che ho imparato a scrivere è stata quella che, a cinque anni, ho visto impressa in stampatello col gesso, nei muri, incisa nei portoni di ferro… ovvero la definizione del sesso femminile, quattro lettere, la prima “effe” l’ultima “a”. Ho studiato le lettere per giorni, ad una ad una… facili la I e la A , media difficoltà la F, decisamente difficile la G. Appena pronta ho ridisegnato, ignara della corrispondenza, la parola sui mattoni rossi del pavimento di casa usando il gesso preso dal Cantiere di fronte. Poi, giustamente orgogliosa mi son messa ad urlare: “Anch’io so scrivere!”: la reazione della mamma mi fece capire che avrei dovuto affidare alla scuola il compito della mia istruzione.

Il rischio di perdere anzi di confondere la propria identità culturale era più forte per i bambini che vivono in centro rispetto quelli della periferia. I genitori che pure si rivolgevano a noi nell’unico modo con cui sapevano esprimersi e cioè in dialetto impedivano a noi bambini di parlarlo sapendo che a scuola la lingua dialettale ci avrebbe penalizzato soprattutto nella scrittura della lingua italiana. I bambini poveri di città si ritrovavano a scuola con bagaglio linguistico ridotto e spesso improbabile nei significati. Si traduceva dal dialetto all’italiano in senso letterale: è credenzon diventava il credenzone, la bugheda la bucata, è stuvadein lo stuvatino. Una vera e propria minoranza linguistica. Le compagne usavano termini a noi sconosciuti come “iniezione”, mentre per noi poveri catarrosi c’erano solo le “punture” quelle che ci faceva qualche parente mani callose, unghie nere, usando la siringa di vetro bollita sul gas o sulla stufa, nel contenitore di alluminio. La “premura” per noi era la pressia, il superfluo il dippiù.

Ed il linguaggio non era la sola cosa che ci distingueva. La Scuola Elementare Ferrari, di fronte l’omonimo Giardino era frequentata dall’elite cittadina. I poveri erano un’eccezione, come tale accettata. Le compagne figlie di professionisti, commercianti o nobili decaduti, ci guardavano dubbiose, diffidenti. Si salvavano, tra noi, sono quelle inaspettatamente “brave nel profitto”.

Quando ancora tutti gli alunni delle scuole elementari di Rimini portavano il grembiule nero; alla Ferrari il grembiule era di un azzurro chiaro, modello predefinito da realizzarsi artigianalmente, con stoffa venduta in via esclusiva alle “Quattro Stagioni”, negozio “chic” sotto i portici di piazza Tre Martiri. Il mio grembiule, confezionato dalla zia sarta con gli avanzi della stoffa dei clienti, aveva un colore più simile al blu che all’azzurro. La maestra me lo faceva graziosamente notare tutte le mattine, a voce alta, davanti le compagne: arrossivo ed ingoiavo.

Le compagne avevano l’astuccio in pelle con chiusura a cerniera, matite colorate: quattro le sfumature del verde, tre quelle del rosso e così via. Io avevo l’astuccio di legno, appartenuto a mio fratello che lo aveva avuto da un amico più vecchio, sei colori essenziali, lunghezza cinque centimetri. I “colori” (pitturini) si restringevano ad occhio anche perché, mancando il temperamatite, non erano rare le volte in cui la punta “si faceva” col coltello di cucina.

Nell’aula della prima elementare vi erano quattro file di banchi, simmetriche e parallele. La disposizione cambiò con l’arrivo della nipote della Direttrice. Sapendo già leggere e scrivere, iniziò la prima elementare nel mese di dicembre, fu nominata subito capoclasse dalla maestra ed ebbe un banco distaccato dagli altri, posto al centro, di fronte la cattedra.

Come ho ricordato negli appunti precedenti, abitavo con la mia famiglia in un’unica stanza nel palazzo di Via Cairoli, sopra l’allora Cinema Italia. La mattina scendevo, mi fermavo sugli scalini del portone d’ingresso e aspettavo la maestra che abitava in Via Bonsi per fare insieme il tratto di strada che portava alla scuola Ferrari: la maestra, dunque, sapeva come e dove abitavo.
Non dimeno il primo tema che diede alla mia classe fu “Le ore liete che trascorro nella mia cameretta”, seguito da “Prima gita con papà”.

Nel banco non ci si poteva atteggiare liberamente, le posizioni venivano impartite dalla maestra: in prima, braccia tese lungo i fianchi; in seconda, braccia unite dietro la schiena, in libertà: braccia conserte appoggiate sul tavolo. Il banco delimitava ogni singola postazione. Potevamo muovere la testa ma non le gambe; potevamo alzarci al momento della ricreazione, per andare in bagno, previa autorizzazione richiesta con il braccio alzato ed anche in un’altra circostanza. La maestra ci aveva spiegato che, in segno di rispetto, quando entrava in aula un adulto, era bene che le alunne si alzassero in piedi.

Qui ho ricevuto, dalla scuola, la prima vera lezione di “classe”. S’affaccia sulla porta la maestra dell’aula di fronte: tutte in piedi. Entra, senza bussare, la direttrice: tutte in piedi.  Entra il bidello: mi alzo solo io! La maestra mi guarda e, con un misto tra insofferenza e irritazione, mi riprende: “per il bidello non serve alzarsi!”. Naturalmente, data l’età, non ero in grado di fare grandi ragionamenti. Ma percepivo, quasi fisicamente, un forte senso di malessere: se era considerato niente il bidello, escluso perfino dal novero degli “adulti” quando nel mio immaginario era collocato tra coloro che avevano una “posizione” importante, uno stipendio sicuro, mio babbo, manovale-precario, cos’era? Le compagne si sarebbero alzate al suo ingresso?

Mi rendo conto di fare il verso a De Amicis, ma le cose, negli anni cinquanta, stavano così! La mia è la generazione che, dal calamaio, è passata all’email; dal lume ad acetilene a Internet; dal gabinetto con la “turca”, alla vasca idromassaggio.
Ci sarebbe da chiedersi se la stessa evoluzione sia avvenuta nei rapporti sociali… ma questo è altro tema.

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Una replica a “L’ABC inizia con… “F””

  1. vero tutto vero mia ma’ era riminese classe 1905 ed io ho vissuto un breve periodo a rimini da bambino, poi un altro periodo a 18 anni ero il nipote del proprietario del negozio le 4 stagioni si chiamava OtelloRoberti, uomo generosissimo munifico con i nipoti . serbo sempre un bellisimo amarcord di quella Rimini che l’autrice Grazia Nardi a così mirabilmente descritto.

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