“I pitturini”

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Pubblicato la prima volta il 13 Giugno 2018 @ 00:00

I figli dei poveri non andavano alle scuole materne. Quelle comunali erano poco diffuse e quelle private erano troppo costose e per lo più gestite da religiose. Il popolo di sinistra era ideologicamente prevenuto ed anche pedagogicamente parlando era forte la convinzione che i bambini “i sta mèj ma chèsa su”. Quest’ultima teoria poi ritenuta di “destra” perchè contraria all’emancipazione femminile che vuole giustamente le donne impegnate anche nella professione…in realtà nasce dal “popolino”…..”.

Così passavo tutta la giornata con la mamma e trasportata in bicicletta avevo modo di “girare” tutta la città, osservare, ascoltare le confidenze sui rapporti coniugali, le imprecazioni contro il carovita, le “chiacchiere” sulle donne “poco serie” o su quelle che si davano le arie (quella l’è na sburòuna, la ia un potér di mé!). Affacciate sui banchi della Vecchia Pescheria o del mercato della frutta (allora in piazza Castelfidardo) o ferme con le amiche, le donne, rimanendo in sella alla bicicletta, sembravano dimenticarsi dei bambini e continuavano nei loro discorsi come se fossimo invisibili. E proprio osservando i muri sono stata colpita dalla parola scritta, anzi da una parola in particolare. Immagino che la più parte dei bambini abbia scritto, per prima, la parola “ mamma”. Non è stato il mio caso. La prima parola che ho imparato a scrivere è stata quella che, a cinque anni, ho visto impressa in stampatello col gesso, nei muri, incisa nei portoni di ferro ovvero la definizione del sesso femminile, quattro lettere, la prima “effe” l’ultima “a”. Ho studiato le lettere per giorni, ad una ad una, facili la I e la A, media difficoltà la F…. decisamente difficile la G. Appena pronta ho ridisegnato la parola, ignara della corrispondenza, sui mattoni rossi del pavimento di casa usando il gesso preso dal cantiere di fronte. Poi, giustamente orgogliosa mi son messa ad urlare: “Anch’io so scrivere!” La reazione della mamma mi fece capire che avrei dovuto affidare alla scuola il compito della mia istruzione.

Il rischio di perdere, anzi, di confondere la propria identità culturale era più forte per i bambini che vivevano in centro rispetto quelli della periferia. I genitori che pure si rivolgevano a noi nell’unico modo con cui sapevano esprimersi e cioè in dialetto impedivano a noi bambini di parlarlo sapendo che a scuola la lingua dialettale ci avrebbe penalizzato soprattutto nella scrittura della lingua italiana. I bambini poveri di città si ritrovavano a scuola con bagaglio linguistico ridotto e spesso improbabile nei significati. Si traduceva dal dialetto all’italiano in senso letterale: è credenzòn diventava il credenzone, la bughèda ..la bucata, è stuvadèin …lo stuvatino. Una vera e propria minoranza linguistica. Le compagne usavano termini a noi sconosciuti come “iniezione”…..mentre per noi poveri catarrosi c’erano solo le “punture” quelle che ci faceva qualche parente, mani callose, unghie nere, usando la siringa di vetro bollita sul gas o sulla stufa, nel contenitore di alluminio. La “premura” per noi era la pressia…il superfluo….”e’ dippió”.

Ed il linguaggio non era la sola cosa che ci distingueva. La Scuola Elementare Ferrari di fronte l’omonimo Giardino era frequentata dall’élite cittadina. I poveri erano un’eccezione, come tale accettata. Le compagne figlie di professionisti, commercianti o nobili decaduti, ci guardavano dubbiose, diffidenti. Si salvavano, tra noi, sono quelle inaspettatamente “brave nel profitto”. Quando ancora tutti gli alunni delle scuole elementari di Rimini portavano il grembiule nero, alla Ferrari il grembiule era di un azzurro chiaro modello predefinito da realizzarsi artigianalmente con stoffa venduta in via esclusiva alle “Quattro Stagioni” , negozio “chic” sotto i portici di piazza Tre Martiri. Il mio grembiule, confezionato dalla zia sarta con gli avanzi della stoffa dei clienti…aveva un colore più simile al blu che all’azzurro. La maestra me lo faceva graziosamente notare tutte le mattine, a voce alta, davanti le compagne. Arrossivo ed ingoiavo. Le compagne avevano l’astuccio in pelle con chiusura a cerniera, matite colorate: quattro le sfumature del verde, tre quelle del rosso e così via. Io avevo l’astuccio di legno, appartenuto a mio fratello che lo aveva avuto da un amico più vecchio, sei colori essenziali, lunghezza cinque centimetri. I “colori” (pitturini) si restringevano ad occhio anche perché mancando il temperamatite non erano rare le volte in cui la punta “si faceva” col coltello di cucina. Ricordo un episodio dal quale imparai il valore del significato da attribuire alla parole. Mentre coloravo un disegno mi accorsi che il mio pitturino “verde” era talmente consumato da non poter più essere appuntito, così mi rivolsi alla mia vicina di banco, figlia di un noto professionista, alta, anzi altera, con lo sguardo sempre sopra le nostre reste: “Annamaria (il nome “composto” era tipico, esclusivo dei bambini ricchi), hai il verde?”, “sì” rispose ma non fece nessun altro gesto laddove mi aspetto che, invece, me lo porgesse; così incalzai ” ma non me lo dai?” e lei “mi ha chiesto se l’avevo non mi hai chiesto di dartelo”.

Una lezione che non ho mai scordato!

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