Rimax – Capitolo 1 – 258 Eutyches74ae92f6_o

Spesso non si accorgeva quando la cosa aveva inizio ma quando quella, qualsiasi cosa fosse, arrivava all’apice, lui semplicemente, saltava.

Saltava via da lì. Non era un movimento conscio e nemmeno se ne rendeva conto. Istintivamente, quando la situazione si faceva insostenibile, quando un pericolo mortale lo sovrastava e a volte anche senza una ragione al mondo, lui saltava.
D’improvviso non c’era più.
Era altrove.

No, non è esatto: era l’epoca storica a cambiare ogni volta, non il posto. La città era sempre quella, non gli era mai successo di ricomparire altrove quasi che i due fiumi ed il mare della località dove era nato la prima volta delimitassero un invisibile bersaglio. Era libero di andarsene, abbandonare quel luogo, che a volte trovava borgo e a volte villaggio. In passato gli era successo di andarsene, anche se non molto spesso, ma invariabilmente ogni volta che gli era successo di saltare, saltava lì.
Fra l’Arco ed il Ponte, lì dove i fiumi quasi si univano o dove le onde del mare bagnavano la spiaggia. Si svegliava bagnato o asciutto; addormentato sulla paglia di una stalla o nel cortile di una casa nobiliare. C’era chi lo cacciava come il diavolo, altri, specialmente i bambini, invece lo adoravano. Per indole lui avrebbe voluto essere amico di tutti ma spesso questo non era possibile, spesso non bastava.
Per quanto andasse indietro, o se è per questo, avanti coi ricordi si era sempre risvegliato in quella città. Non aveva spiegazioni da dare ma in fondo, nemmeno gli importava.
La città era sua.

– Padrone! Padrone!
– Sì, Domitilla – cosa c’è? – Rassettandosi la toga Eutyches uscì dalla taberna medica dove era rimasto ad oziare dopo aver visitato l’ultimo cliente. Rimax alzò appena la testa, osservando i due.
– Una galea è appena approdata ai moli. Il custode del porto ha mandato uno schiavo ad avvertirti che ci sono a bordo diversi legionari feriti che hanno bisogno delle tue cure e che quindi tu ti tenga pronto. Afferma che c’è stata una scaramuccia coi pirati dalmati in mare aperto ed ora stanno trasferendo qui i feriti con un carretto.
– Bene. Metti a scaldare dell’acqua per detergere le ferite e prepara delle bende pulite ed i miei strumenti mentre io vado a prepararmi.

Mezz’ora dopo il centurione osservava il medico mentre questi con cautela, maneggiando il cucchiaio di Diocle, un lungo manico di bronzo che terminava con una lamina con un foro al centro, manovrava destramente per estrarre la punta di una freccia dalla coscia del soldato disteso sul lettino davanti a lui. Il legionario, senza lamentarsi, tracannava da un otre l’aspro vino locale per contrastare in qualche misura il dolore.
– Questi pirati sono una vera calamità – sbottò infine il centurione – si fanno ogni giorno più numerosi.
– Non oserebbero mai attaccarci, siamo troppo ben difesi – obiettò il medico, e aggiunse – ma perché poi vengono così vicini a riva invece di navigare al largo proprio non riesco a comprenderlo.
– Vengono a rifornirsi d’acqua potabile
– Fino a riva?
– Fino a riva, sì. In effetti a nord di qui, a poche centinaia di cubiti dalla riva, in mare aperto, c’è una polla sorgiva di acqua dolce. Ci si può rifornire di acqua potabile senza dover sbarcare. I pirati evidentemente stavano riempiendo le loro anfore quando siamo arrivati e ci hanno attaccato, per fortuna con conseguenze risibili.
– Strano però che una sola nave abbia avuto l’ardire di attaccare una galea romana, non li avrei creduti capaci di tanto coraggio. Non è possibile che nascondano la presenza di una flotta pirata più grande? In questo momento la città è pressoché sguarnita. Tutte le milizie che difendevano la città sono altrove, inviate al seguito del legato a Bononia.
– La città è ben difesa, non dubitare.
– Sicuramente ti posso sembrare nerovoso ma la mia casa è proprio adiacente alle mura, ad un passo dalla spiaggia. Un bellissimo posto in tempo di pace, il rumore della risacca, il richiamo degli uccelli marini, ma capirai che in periodi insicuri come questo che stiamo vivendo, con l’impero così vasto e con così poche forze rimaste in patria a difenderlo….
– Le forze che abbiamo basteranno, vedrai. Inoltre la coorte che comandavo ha ottenuto qui il suo congedo. Terminata la ferma, hanno ottenuto come ricompensa un appezzamento di terreno per gli anni spesi al servizio dell’imperatore. Vedrai che in caso di bisogno difenderanno valorosamente questo territorio, soprattutto adesso che è anche casa loro.
– Bene allora, centurione – disse Eutyches riponendo gli strumenti che aveva usato nel bacile di pietra che aveva accanto – i tuoi uomini stanno bene e potranno riposare nella mia casa senza problemi. Vuoi farmi l’onore della tua compagnia durante il pranzo? Posso prometterti pietanze semplici ma gustose e un buon vino rosso delle nostre colline. In effetti sono ansioso di conoscere le notizie che porti dall’oriente. Come sai è quella la mia patria. Ed è lì che ho servito l’esercito in qualità di medico per tutti questi anni, prima di ritirarmi ad Ariminum.
– Ti farò compagnia volentieri – rispose il centurione.
– Vieni allora, ti faccio strada.

Rimax aveva osservato con curiosità il progredire delle medicazioni e li osservò mentre uscivano ma senza seguirli..

Adagiato sul triclinio Eutyches decantava le lodi dell’olio d’oliva che aveva versato al suo ospite in un piccola coppa.
– Assaggia, assaggia, prodotto proprio qui, nella mia proprietà sulle colline, da olivi che ho importato direttamente dalla mia patria. Proprio stamattina ho ricevuto un grosso carico do olio. Avrai notato tutte quelle giare accatastate nell’ingresso. L’arrivo dei tuoi legionari non ci ha permesso di disporle adeguatamente nelle cantine ma una notte all’aperto non nuocerà. Non trovi anche tu che quest’olio non abbia nulla da invidiare alle qualità con più corpo del sud?
– In effetti, versato sulle fette abbrustolite del tuo pane è veramente buono – rispose il centurione – masticando con vigore.
Gli schiavi andavano e venivano, riempiendo i piatti e le coppe via via che venivano svuotati. Seguendo il pesante olezzo del garum anche Rimax non tardò a presentarsi. Per lui l’odore della salsa liquida di interiora di pesce e di pesce salato era irresistibile.

-Ah, eccoti – lo apostrofò Eutyches – mi stavo proprio chiedendo quando avresti avuto la bontà di farti vivo. Fame eh?
Rimax gli si avvicinò mostrando completa indifferenza.
– Hai liberato la mia dispensa dai topi come ti avevo chiesto? – proseguì il medico e gli lanciò un brandello della coscia del pollo che stava mangiando.
Con un balzo Rimax catturò il boccone a mezz’aria e si nascose sotto un tavolino dove si mise a sgranocchiarlo con calma. Non aveva realmente fame. C’erano stati veramente dei topi grassottelli e ben pasciuti nella dispensa e lui ormai era sazio. Però aveva imparato col tempo che era sempre utile gratificare un padrone facendogli intendere che era necessario e insostituibile. Così si stiracchiò voluttuosamente, si acciambellò con la coda sul naso e cominciò a sonnecchiare lasciando gli uomini ai loro discorsi.

Durante la notte Rimax si scosse, i sensi improvvisamente all’erta.

Dapprima non ci fu altro che un vago brusio, un acciottolio e un rumore di passi furtivi, quindi un confuso abbaiare di ordini e poi un vociare frenetico e rabbioso che prese a risuonare tutto intorno alla casa, voci a cui presto si affiancò il clangore dei gladii e degli scudi impugnati dagli uomini che combattevano. Le prime fiamme balenarono, alimentate dal forte vento di scirocco e l’odore acre del fumo prese a diffondersi nelle stanze che circondavano l’atrio interno della casa cominciando a lambire le pareti della domus.
– I pirati! I pirati! – gridavano aggirandosi frenetici nel fumo gli schiavi – indecisi se attingere acqua per cercare di domare le fiamme o di cercare nel buio una via di scampo.
Il centurione, attorniato dai suoi legionari ancora in grado di combattere, menava fendenti contro nemici i cui movimenti si intuivano appena, nascosti com’erano dalla caligine. Sentiva Eutyches gridare che si affrettassero ad accorrere con l’acqua per spegnere le fiamme che però avevano trovato un’esca formidabile nell’olio d’oliva fuoriuscito dalle giare incautamente rovesciate durante la lotta e che si erano frantumate al suolo.

Rimax rizzò il pelo e soffiò contro la barriera di fiamme. Il fuoco stava ormai divampando dappertutto impedendogli ogni via di fuga.

Rimax saltò.

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