I bambini non sono più quelli di una volta?

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Pubblicato la prima volta il 30 Settembre 2018 @ 09:47

Confermo che invecchiando il pensiero va con più frequenza agli anni dell’infanzia, non necessariamente per motivi nostalgici o uno scontato rimpianto che, ad ogni età, ti fa apparire migliore il “com’eravamo”. Non sempre l’infanzia è il momento più felice anche se contiene in sé un pregio esclusivo: la possibilità di rinviare la realizzazione dei sogni. Si è veramente vecchi quando non ci si concede più il tempo. Ma non è questo lo spirito con cui ritorno spesso agli anni ’50.

E’ che ad un certo punto la mente chiude il cerchio da dove sei partita e scopri che là, in quei primi anni, affondano le radici della tua personalità. Lì hai acquisito i pregiudizi ma anche le doti ed anche gli antidoti al pari degli anticorpi trasmessi dal latte materno. Quando la mamma ti diceva: se t’vein a chesa pianzend me at dag e’ rest. Tradotto voleva dire non poter contare sulla protezione, a prescindere, non dico un’istigazione a farsi giustizia da sé ma certamente a farsi le proprie ragioni, quando si pensava di averle, senza pesare sulla famiglia che di pensieri ne aveva già troppi. E’ una caratteristica che non ho mai perso.

Ho sempre provato un misto tra rabbia e commiserazione per i bambini miei coetanei che piangevano in via preventiva solo per accaparrarsi la benevolenza dei genitori… un po’ come i calciatori che si buttano a terra prima di subire il fallo. Del resto mia mamma raccontava che alla sua mamma, mia nonna, si rivolgeva col “voi” e di essere stata rincorsa e picchiata, quella volta che le sfuggì per caso e per sbaglio un confidenziale “tu”. Sarà per questo che le mamme, allora, pur accettando ogni sacrificio per amore dei figli (ricordo il detto: è marid è vein dala porta, i fiol de cor), non erano particolarmente espansive o prodighe di sdolcinerie.

Ad ogni attacco di febbre traspariva la preoccupazione dal volto che s’incupiva, in casa non c’erano scorte di farmaci come capita oggi, e nemmeno i soldi per il pediatra cui si ricorreva in via del tutto eccezionale né si poteva contare sul servizio sanitario nazionale attivato successivamente. I rimedi erano prevalentemente naturali: la cerata con la chiara dell’uovo per le storte alle caviglie, gli impiastri sul petto con i semi di lino per la bronchite, il latte materno per l’otite, sciacqui con infuso di malva raccolta in qualche giardino contro il mal denti, la patata grattugiata sulle scottature in alternativa ad un filo d’olio troppo costoso, fumenti con acqua calda e bicarbonato per combattere il raffreddore … fino ad arrivare ai rimedi popolari: cacciare il singhiozzo spaventando con un “bu” urlato alle spalle, tracciare con la vera il segno della croce sopra un orzaiolo per farlo sparire, bagnare gli occhi ai più piccoli al suono delle campane di pasqua per farli camminare prima…

Ma al primo cenno di malessere, qualunque fosse la natura, non si scampava al clistere, mica la pirettina..ma una specie di cisterna collegata con un tubo che spaventava anche solo a vederlo.. c’era la convinzione che “essere sporchi dentro” fosse la causa di tutti i mali. Comunque non ricordo coccole o di aver ricevuto baci o abbracci.. c’era una sorta di pudore anche tra genitori e figli, fino a pensare che l’ostentazione dell’affetto fosse un esibizionismo un po’ ipocrita. E valeva anche per le effusioni tra moglie e marito.

Una prova che i film fossero finzione, a noi bambini, ci veniva anche dai dialoghi che intercorrevano tra i protagonisti: impensabile “cara/o, ti amo” sulla bocca del babbo od anche della mamma. Ed anche questo è il limite che mi sono portata dietro…. Ma alzino la mano quanti, della mia generazione, abbiano usato questa espressione.

Quel mondo popolare o meglio, popolano, che uscito dalla guerra s’affacciava ad una normalità tutta da costruire, sapeva apprezzare la saggezza degli anziani, l’oratoria dei grandi della politica, il vissuto dei partigiani, guardava incuriosito i film americani che rimandavano l’immagine di un benessere più diffuso ma era più vicino all’essenzialità del neorealismo italiano e non era pronto ad accettare dai propri simili modi e forme che apparivano grottesche nel nostro ambiente. Così se uno s’azzardava a pronunciare correttamente il nome di un divo americano solo per averlo sentito dire, veniva guardato male, un sburon, si diceva. Ed allora sono rimasti per sempre Gerri Levis, Toni CUrtis, Ernesto Borgnine, Lana TUrner, Chirc Duglas, Vittor Mature, Van Ionson…

Il riscaldamento con la stufa a legna razionata, i muri segnati dall’umidità garantivano una tosse catarrosa che cercavamo di reprimere per timore di uno sciroppo, al creosoto, disgustoso mentre la mamma incitava: spuda, spuda! Non era un caso che i bambini o gli adulti mai cresciuti venissero sopranominati “murgantun”… perché c’era un fermo immagine che caratterizzava i bambini di allora: il moccio al naso, perenne, giallo o verdastro a seconda dello stadio, che italianizzavamo col termine “muccioli” e che le mamme, quando erano nelle vicinanze, ripulivano con il loro fazzoletto quasi strappandoti il naso: vein i que c’at pules i murghent, an pos sentì tirè d’inso’… sóffia, sóffia… diversamente il sistema più rapido era usare la manica della maglia. Una strisciata a sinistra ed una a destra ed il gioco era fatto!

Ma c’era anche un altro marchio che segnava inesorabilmente i bambini: la brugola ovvero la crosta che si formava sulle immancabili ferite.. prevalentemente sulle ginocchia e sui gomiti. E questo perché il luogo dove i bambini trascorrevano il loro tempo era la strada, a volte asfaltata il più delle volte no e ad ogni caduta rimanevi bollato. E si cadeva spesso dagli alberi dove ci si arrampicava per cercare il rametto biforcuto con cui costruire la fionda o scappando dal “nemico” durante la guerra a colpi di cerbottana coi bambini dei rioni vicini. Perché la guerra, passata da poco era ancora sullo sfondo.

Anche le femmine venivano coinvolte, in un ruoli minori, ovviamente. Io, ad esempio, ero stata arruolata da mio fratello per arrotolare i “pirullini” di carta a forma di piccoli coni che venivano lanciati con le cerbottane. L’abilità consisteva nel ricercare un tipo di carta sottile e resistente, ottenendo poi una punta particolarmente affilata che meglio entrava nell’arma e maggiore effetto produceva colpendo il bersaglio. Svelo che i più “duri” infilavano pure uno spillo. Non da meno i colpi subiti col gioco “cirul, venga” una specie di hockey dove la palla era sostituita da un pezzetto di legno che, tenuto in bilico sull’orlo di una superficie rialzata, veniva lanciato con un bastone planando, non di rado, sulla testa di qualche giocatore.

Ma le cadute più serie erano quelle dalla bicicletta, il più delle volte costruita con pezzi reperiti ai “ferri vecchi”.. la mitica Minghina o quelle col carretto.. una sorta di slitta con le sfere per rotelle.. che si trainava con la corda mentre i temerari di via Cairoli si “ruglavano” giù dalla discesa di Via Bonsi…ecco in questi casi… con brugole.. arrivavano anche i “punti” preceduti dalle botte dei genitori.

Brugole che non guarivano mai perché nei momenti di pausa, quasi inconsciamente, magari mentre si sfogliava un giornalino, si scostavano con le unghie fino a sanguinare, rinnovando così la ferita e la brugola.

La lettura dei “giornalini”, Tex, Topolino, Tiramolla… era il passatempo invernale. Giornaletti sdruciti, passati di mano in mano, fino al perdersi delle origini..si scambiavano tra amici, a pile, un po’ come avveniva qualche tempo fa’ con le cassette ed oggi coi dvd. Letti velocemente e riletti quando non se ne trovava di nuovi, piuttosto malconci, impregnati degli odori di casa, finivano in vendita in qualche banchetto che, periodicamente, veniva allestito sulla strada. Le bambine contribuivano all’allestimento riempendo con acqua, zucchero e limone delle boccette di plastica allora in commercio con un liquido colorato di cui non si è mai saputa la composizione.

La scomparsa dei bambini dalle strade è uno dei segni del nostro tempo e non solo per i pericoli del traffico, ai miei tempi erano più carri che auto o la mancanza di verde di cui abbiamo goduto in abbondanza per la vicinanza del giardino Ferrari e dei campi che facevano da cinta alla città. E’ cambiato sostanzialmente il rapporto con il tempo che offre ben altre opzioni: il nuoto, il ballo, il corso di lingue…e con la casa che attrae assai di più rispetto ai nostri tempi a partire dalla TV per arrivare, soprattutto e sopra tutti, al PC, ai video giochi, a feissbuc. Generazioni sicuramente più informate, tecnologicamente avanzate. Però s’annoiano.

1 commento

  1. Bello….grazie..ho fatto un salto indietro nel passato..le brugole.eccome se le ricordo, adesso, non si usa piu’ questo termine…”murgantoun”…per indicare il moccio al naso..termini che stanno ad indicare un tempo passato, dove i bambini erano veramente bambini, e la fantasia era al potere!! Una volta, si giocava per ore con un sasso, con una foglia..adesso, invece..solo, se , un gioco e’ elettronico, vale la pena giocare…peccato, per i bambini d’oggi, non sanno cosa si perdono!!

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