“Fòrza ad spataché…”

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Pubblicato la prima volta il 7 Dicembre 2015 @ 18:48

Il verbo “spatacàre” che, non a caso deriva dal termine “patàca”, è molto riminese e traducibile in smanettare, variabile in “smadonnare”, con la consapevolezza che nessun’altra espressione può renderne efficacemente il senso, anche figurato: sì, perché uno/a che “spataca” ce lo immaginiamo alle prese con un oggetto o con una situazione o con un’azione che, difficilmente, andrà a buon fine.

E quel “fòrza ad spataché” è la conclusione, anzi la motivazione del fallimento o di un patatrac.

Si usava, giacché il termine è in via di sparizione e per questo lo riabilitiamo stasera, soprattutto quando prendeva corpo la voglia di accomodare qualche oggetto, utensile che si era guastato o, per mero trastullo, si toccava, smontava, rimontava, tirava, abbassava, alzava, girava e c’erano tutte le condizioni che facevano presagire una pezza peggiore del buco… o comunque un pessimo epilogo, quello sigillato da un “a tl’avéva dét!”.

Ricordo mio fratello quando si metteva in testa di “accomodare” la mia bambola, “ferita” ad un arto. Diventava per lui una sadica occasione per smontarla tutta, accorciare qualche pezzo che non voleva rientrare nel suo “buco”, usare la stoppa per ridurre la differenza, girarla e rigirarla per finire con “non si accomoda più”. Non meglio quando decideva di “vedere cosa c’era dentro” nella bambola che, allora, aveva un fischietto interno che, premendo un pulsante sul ventre, imitava il pianto del neonato. Procedeva quindi con “l’autopsia”, rassicurandomi mentre lacrime di preventiva consapevolezza cominciavano a riempirmi gli occhi.

Più seria la situazione quando dalla bambola si passava al bèbè: sì perché anche ai fidanzatini più o meno ufficiali, a fòrza ad spataché, spesso arrivava la sorpresa!

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