Pubblicato la prima volta il 8 Dicembre 2015 @ 18:44
“È arrivato il momento che abbia un proprio letto“ o, a seconda della situazione, “una camera propria”. Già, perché allora il “dove” si dormiva definiva la condizione economica e sociale ed il “cambio” di letto, la sua evoluzione. Quante volte ho sentito dire la mamma che mio fratello, nato gracilino perché nel periodo della miseria nera e della scarsità di cibo, “è stèva t’una scatula dal schèrpi..”. Probabilmente era un modo di dire per sottolineare le dimensioni “ridotte” del neonato “è paréva un cunèj” (l’altra espressione).
Ma è certo che se non scatole, le cassette entravano nella storia della nostra infanzia perché era lì che si finiva, prima di imparare a camminare, se non avevi avuto in prestito una carrozzina.. non c’era passeggino né girello.
Ho chiaro nella memoria mio fratello che mi “traina” con una corda legata alla cassetta mentre per favorire i primi passi ed il “distacco”…ci mettevano accanto la gamba della tavola spronandoci a passare all’altra, prima la più vicina poi a quella più distante.. si partiva con un tuffo per passare ai primi incerti passi.. un po’ come quelli che, per far sì che il bambino impari a nuotare, lo buttano direttamente nell’acqua del mare. Ed arrivati a casa dall’Ospedalino (Aiuto Materno), in braccio alla mamma che, fresca di parto, si muoveva a piedi, la tappa successiva era il lettone, l ’unico facente parte dell’arredo. Di giorno nel mezzo, protetto dai due cuscini che, messi ai fianchi del neonato, facevano da barriera. Lì si cambiava riparando il letto con un asciugamano, lì si “cullava” spingendo su e giù la rete, lì si sedeva la mamma per allattarlo. E nel lettone dormiva la notte in mezzo a babbo e mamma… e non solo da neonato.
Ho già ricordato in questi flash che a tre, quattro anni mi addormentavo nel mezzo per poi svegliarmi, la mattina su di un lato… e ci ho messo un bel po’ a capire perché. Dunque le immagini che già arrivavano dei film americani dove i bambini avevano la loro cameretta, quella delle femminucce di tenui colori con bambole sparse, cuscini enormi sul letto, ci erano completamente estranee.
Del resto i film italiani, di quel tempo, erano improntati al neorealismo e l’immagine emblema dell’infanzia, già triste e consapevole, ci veniva rimandata da “Ladri di biciclette” dove memorabile resta la scena del pranzo al cartoccio nell’osteria sotto gli occhi del bambino sbruffone… per non dire dei bambini di “Sciuscià”. Allora quanto ci voleva per avere una camera propria? Tevoja!
Il passaggio, infatti, avverrà, all’inizio degli anni ’60, quando la casa in edilizia popolare che ci fu assegnata, disponeva di due camere, una destinata a noi bambini, una quindi, con due letti ma era anche la prima volta che avevamo un letto tutto nostro, mio fratello lasciava quello della nonna, io quello dei miei genitori. C’era finalmente una “comodità” ma c’era anche la sensazione nuova di condividere gioie e paure, ansie e confidenze, di sentirsi meno soli quando dall’altra stanza ci arrivava voci troppo alte…ed era lì che il fratello diventava quello “maggiore”..Poi venne il giorno.. quando si arrivò alla fatidica conclusione che “mas-ce e fèmna ad un zèrt pùnt in stà pió bèin tlà stessa camèra” e così il fratellone finì nella sala da pranzo, in uno di quegli orribili mobili-letto che si aprivano di notte e si chiudevano di giorno, di quelli che non potevi aprire finché non si era liberata la tavola accanto, finché gli ospiti non se ne fossero andati; se stavi male, con febbre, mal di testa o vomito, ti trovavi in mezzo alle chiacchiere dei commensali e se volevi dormire ti dovevi tappare le orecchie perché gli altri stavano sempre lì, nella sala a guardare la TV. Fino a quando? Almeno finchè non ti sposavi!





