Di lui, ragazzo, si sentivano raccontare episodi esilaranti. A un “esame” di ginnastica il professore (che era il burbero ed esagitato Renzo Casalini, un vero spauracchio per i ragazzini intruppati nei plotoni delI’ONB-GIL) gli aveva chiesto: “Dimmi, Fellini, quanti tipi di salto tu conosci?”. “Il salto in lungo …. il salto in alto … – aveva cominciato a rispondere lui, Fellini Federico, perché così si firmava quando “pubblicava su qualche foglio balillistico locale caricature di balilla del suo plotone, con il fez e la nappa nera.
“E poi?” – aveva incalzato impietoso il Casalini. “E poi… – aveva proseguito il Fellini vincendo ogni titubanza e poi il salto … dei pasti!”.
Anche in seguito lo humour non gli era venuto meno. Così, negli anni del liceo, quando l’insegnante di latino e greco, Arduino Olivieri, aveva intimato all’adolescente un po’ irrequieto: “Fellini, prenda la porta ed esca! – il Fellini, ritornato docile, anzi obbediente alla lettera, si era alzato, aveva sollevato la porta dai gangheri ed era uscito nel corridoio con la porta sulle spalle.
Era il prete goliardo don Giovanni Borghesi a riferirei queste notizie in classe, vere o fabulate che fossero. Don Borghesi, davanti al quale, nell’ora di religione, un’ora sempre spassosa e movimentata, un alunno, un giorno aveva esclamato con aria seriosa e sorniona insieme:
“Però, professore, vuol che sia?, un prete! chiamarsi don •Giovanni! ‘. -“E tu, allora? – aveva ritorto qual prete, che aveva la battuta pronta – Tu, che ti chiami Nullo?” (si chiamava Nullo Copioli). “E’ nullo – aveva proseguito poi, rivolto a tutti noi, picchiettandosi la fronte con l’indice della mano destra – Nullo!”.
A me Fellini apparve, in quegli anni oramai lontani, sempre un po’ pensoso e taciturno. Per nulla esilarante. Sostavamo in gruppo all’inizio di via Castelfidardo, presso una edicola gestita da un anarchico cecuziente, Saluccio Casadei (ma che fosse anarchico non lo sapeva nessuno). Saluccio vendeva banane. Gli giungevano chiuse in gabbie di legno siglate RAMB. Qualche volta gli davamo una mano ad aprirle, mentre “La morte”, – il bidello del Valturio, – gridava di laggiù, a metà della via: “Ohè, muovetevi, la campanella ha suonato!”.
Fellini non faceva parte del nostro gruppo. Vi faceva parte Riccardo, il fratello, che ci mostrava gli schizzi inviati da Federico alla pagina umoristica della Domenica del Corriere.
Quando la campanella aveva suonato, Federico era passato già da qualche minuto davanti al gruppo, senza fermarsi. Lungo, lungo, con il bavero del cappotto rialzato, la selva dei capelli nerissimi sormontante il bavero come una cupola. La sua faccia era così sottratta agli sguardi del pubblico (che eravamo noi). Qualcuno, più coraggioso però, gli correva dietr: “Fa’ vedere, fa’!”. Allora lui sostava un attimo e faceva vedere la caricatura che teneva sotto il braccio e che poteva essere di Jean Harlow o di Adolphe Menjou, o di Franchot Tone o di Irene Dunne, e così via. Venivano collocate quasi sempre nella vetrina di Delucca e Vincenzi in fondo al Corso, poco prima dell’allora famoso e storico Caffè Commercio.

Non ricordo di averlo visto a Forlì, l’8 giugno 1938, per la mostra del Melozzo che doveva essere inaugurata dal re Vittorio Emanuele III. Ma lui c’era. C’era con il “grosso” (Luigi Benzi), che era suo capomanipolo. C’ero anch’io, che non ero avanguardista, ma marinaro, nella centuria di Mario Ortenzi. Eravamo partiti per il capoluogo in circa cinquecento, con due treni speciali, alle sei del mattino. Tutta la GIL, con il seniore dai piedi piatti Valerio Lancia in testa, e il minuscolo maestro Serafino Bacchini comandante dei balilla riminesi accanto. Fermi, allineati, lungo il corso Vittorio Emanuele avevamo aspettato dalle otto fino all’una. Federico non aveva resistito. Era uscito dalle file e si era nascosto dietro i cordoni, con una mela infilata nella baionetta del moschetto ’91. Quando finalmente il re era giunto, e noi eravamo tutti lì, impalati sul “presentat’arm!”, e il re mi era passato quasi di fianco ma io non l’avevo potuto vedere perché secondo gli ordini le facce dovevano mirare alla baionetta del fucile, senza piegare né a destra né a sinistra, – Fellini, il temerario, seduto alle spalle di quelle siepi umane: “Com’è? – aveva chiesto al “grosso” – E’ alto? è basso? Ha la voglia del coniglio?”. Gli anni riminesi del riminese Fellini erano finiti in quel periodo, con la fine del Classico. Dopo (dal giugno 1939) era cominciato per lui il periodo romano. E io non avevo saputo più nulla né di lui né di Riccardo che, bocciato al primo anno di ragioneria in tre materie (ivi inclusa la calligrafia) si era dato a esercizi di canto con Brasini che noi conoscevamo come “il leone della Metro”, per un suo “tic” nervoso che ci faceva ricordare il famoso leone della casa cinematografica americana. Riccardo aveva una discreta voce tenorile e un giorno mi aveva fermato in vicolo San Gregorio, nel borgo XX Settembre, per farmi ascoltare un suo acuto che non finiva mai. Poi anche Riccardo era scomparso. A Roma, Anche lui. Gli anni della guerra, dello sfascio, delle incursioni, dei rastrellamenti, avevano segnato, poco dopo, la fine di un’epoca. Quello che Fellini fece nel dopoguerra, dallo Sceicco Bianco in poi, lo sanno tutti. I Vitelloni furono all’improvviso una specie di bomba nella nostra provincia culturale. Era un mondo piccolo introdotto per la prima volta nel mondo del cinema italiano. Era il nostro piccolo mondo (antico) messo sotto gli occhi di tutti. Ma che dico: tutti. Dovrei dire: mondo intero. Fu allora che cominciò ad esistere veramente Fellini per noi che ce lo eravamo quasi dimenticato. Fu allora che cominciarono a formarsi le schiere degli amici di Fellini. “Fellini? era un mio amico”. “Fellini? sono stato a scuola con lui”. Tutti, in un modo o in un altro, da allora, cominciarono a vantarsi di averlo conosciuto. E cercarono così di uscire con lui dall’anonimato. Quando l’ho conosciuto veramente io?
Dopo che era nata l’idea di fare un libro su Rimini. Allora Amarcord non era ancora sbocciata nella fantasia del regista. Ma La mia Rimini, firmata da lui e fatta in cooperativa, si può considerare oggi come la mamma (quanto sfortunata, ahimè!) di Amarcord. O come un film non ancora realizzato sulla nostra città. Per quel libro – un grosso “messale” illustrato, curato da Renzo Renzi – lui” aveva dettato la sua autobiografia. Guido Nozzoli la storia dei birri riminesi. Sergio Zavoli quella del panfilo (atteso con Fellini a prora). Angelo Fabi quella dei costumi, Pier Giorgio Pasini quella dell’arte, lo quella della città (vista un poco alla Montanelli). E così via.

Nel ristorante “Vecchia Rimini”, in piazza Ferrari, dove ora è la cartoleria Marcaccini, quel mezzodì dell’8 luglio 1967, lui era arrivato su di una “Seicento” dall’Hotel Savoia. Avevano pranzato tutti con appetito, lui, Renzo Renzi, Davide Minghini che lui aveva battezzato “Mingo”, e il suo paparazzo, quello vero, Tazio Secchiaroli, che gli aveva suggerito il modello per l’altro paparazzo, quello della Dolce Vita. Solo io, in disparte, non avevo preso nulla. Avevo conversato con Secchiaroli sulla Storia di Roma del romanista russo Kovaliov, che Secchiaroli aveva letto come me. “E tu non mangi?” – aveva interloquito improvvisamente Fellini rivolgendosi a me. “Non mangio”, avevo risposto io. “Per niente?”. “Per niente”. “Cioh, non mangia” – aveva ripreso lui sbalordito e rivolto agli altri che erano rimasti muti. Credeva di avere scoperto il segreto della mia magrezza. “Ah, ma adesso – aveva aggiunto – voglio smettere di mangiare anch’io, sai? anzi ho già cominciato da qualche tempo”. Poi, levatosi in piedi: “Vedete – aveva concluso rivolto agli altri – non vi pare che sia già diminuito un po”?”.
Prima di rientrare aveva voluto il mio indirizzo. Voleva chiacchierare in altra occasione con me (che a pancia vuota, accetto volentieri, ma che considero un supplizio mangiare e parlare come piace tanto agli italiani). La mia faccia gli ispirava fiducia. Era curioso del mio Comunismo e cattolicesimo (gliene mandai in seguito una copia). Se fossi andato a Roma, lo avrei dovuto cercare. Mi aveva lasciato il numero di Fregene. Se non fosse stato colà, mi avrebbe richiamato lui. Qualche tempo dopo c’era stata una sua intervista ad un quotidiano regionale, nella quale aveva parlato di giovani che cercano una vita più vera e più sacra, libera da tutti i vecchi e carnevaleschi ciarpami del periodo fascista – babbo, mamma, famiglia, matrimonio, chiesa vecchia e grintosa, Dio in divisa. Una nuova chiesa gli pareva di averla scoperta allo Yè Yè club di Rimini. Là i giovani vivevano una esistenza felice (così gli era parso) nel clangore delle orchestre, nella suggestione scenografica, ballando con niente di calcolato,”niente di inventato. Là stava sorgendo una umanità nuova. Ne era rimasto emozionato.
Gli avevo fatto pervenire un lungo commento (in sette paragrafi!) all’intervista che lo aveva messo un po’ in imbarazzo. Quei giovani, secondo me erano dei giovani-vecchi, per i quali la vita, scarnificata alla pura esistenzialità, non aveva più senso. Tornava acconcia una frase di Calvero: “‘La vita non ha senso. Bisogna darglielo”. Ma il nuovo senso non poteva essere, per me, quello dello “yè yè”.

Ci eravamo rivisti nel marzo dell’anno successivo nella sala del Grand-Hotel. I riminesi vi erano stati ammessi ad invito. Poco più di un centinaio, mi par di ricordare. Era nata La mia Rimini di Federico Fellini. Sempre per quel maledetto o benedetto senso della vita – o per quel Calvero che non gli era andato del tutto giù – aveva voluto citarmi nell’ultimo paragrafo della sua autobiografia.
Polemizzare con me nell ‘ultima pagina, dopo una precedente polemica contenuta in una sua lunga lettera di risposta ai miei sette paragrafi. Ribadiva l’intervista rilasciata al quotidiano. Ammirava i giovani di oggi. Tra loro e quelli di un tempo (cioè noi) c’era la differenza che corre tra una farfalla e un ragioniere. Ma adesso stava per iniziare la presentazione ufficiale. Editore, sindaco Ceccaroni, giunta, presidente dell’azienda di soggiorno, collaboratori del volume: c’erano tutti, o quasi. C’era Sergio Zavoli, e c’era anche l’immancabile Bartolani~ Fellini si spostava di qua e di là. Tanti ospiti silenziosi, quasi intimiditi si erano allineati lungo le pareti. La sala pareva ancora più grande. E più vuota. Mi era venuto incontro presentandomi Leopoldo Trieste, che nei vitelloni fa la parte del poeta e del drammaturgo (lo è anche). Mi aveva informato di una conversazione che aveva avuto qualche tempo prima con Pietro Ingrao a proposito del mio Comunismo, durante una cena in un ristorante (mi erano venuti i brividi). Poi era andato a raggiunger un altro crocchio. Poi era ritornato: “Che cosa stiamo a fare, qui? – mi aveva chiesto in un angolo. Lo avevano chiamato altrove. Quando era riapparso: “Dirami – avevo azzardato con finta innocenza- adesso che non ci sente nessuno, che cosa diceva a Marcello quella ragazza nella sequenza finale della Dolce Vita? Muoveva le labbra ma non si afferravano le parole” (era di moda, allora, l’incomunicabilità). “E che ne so, io? – mi aveva confessato lui, che era sincero. Povera ragazza. Povera Valeria. Certo, neppure lei potrebbe dirmelo, oggi, lei che è morta da tanfi anni (per disastro aviatorio) e che della dolce vita ha conosciuto poco, o forse niente (e, per questo, credo che non abbia perduto molto). In seguito si era appartato un poco con Raoul, quello del famoso bar (l’Ausonia) degli anni Trenta. Ma all’improvviso, passandomi accanto: “Sai, mi aveva detto – ho ripensato a quella cosa”. La cosa non era la sequenza finale della Dolce Vita. Era la frase di Calvero. Un chiodo fisso, per tutti e due. “E allora – l’avevo interrogato io. “Allora io dico che non è vero. La vita ha un senso. Bisogna scoprirlo’.
Aveva rovesciato Calvero. Che era poi Chaplin. Un Chaplin che forse aveva echeggiato Sartre. Penso che avesse torto. Perché se dovessimo scoprirlo il senso, muovere alla sua ricerca … campa cavallo! e intanto: chi darebbe un senso alla nostra vita?
Nella vasta sala da pranzo, dopo la presentazione, si era levato dal pubblico il pittore-scrittore Luigi Pasquini: “Federico, vorrei sapere da te quanti significati ha la parola pataca“. “Quarantacinque” – aveva risposto il regista, seduta stante. Però non li aveva elencati. Il compito l’aveva lasciato ai riminesi.

Era ripartito la sera stessa, dopo una cena a lume di candela. Nel 1969, quando era stato proiettato il Satyricon gli avevo confessato che in quel film egli dimostrava di avere un sentimento raffinato della decadenza, di ciò che si va disfacendo e pervertendo. Sapeva esprimerlo senza provocare repulsioni, come il misterioso autore dell’età neroniana. Pensavo perciò che di lui si potesse dire ciò che Croce aveva detto di D’Annunzio: “dilettante di sensazioni”. In Satyricon lui, – come D’Annunzio in molte sue poesie – si dimostrava più artista che poeta.
Poeta lo era stato in passato, nella Strada, in Cabiria, – come D’Annunzio nell’Alcyone. “Sai – avevo aggiunto – cosa direbbe Renzo Renzi se fosse qui?”. – “Il Satyricon? ma il Satyricon è Rimini, non te ne sei accorto?”. Lui, sul paragone Fellini-D’Annunzio non si era lasciato convincere del tutto. Aveva però messo al corrente Renzo Renzi sulla Rimini-Satyricon, mezz’ora dopo. E Renzi, da Bologna, ridendoci sopra, gli aveva confermato che era vero, era proprio così. Rimini era il Satyricon. Se io allora avessi indovinato o no, lo dicano i riminesi della Rimini di oggi, quella di notte.
Nel 1972, nella sua Roma, avevo creduto di cogliere, nella prima parte, – quella “riminese”, – una vis comica straordinaria; quella dei suoi Clowns: un mondo dialettale “riminese”, che gli faceva raggiungere livelli chapliniani; peccato che quel mondo fosse così frammentario. Quanto al resto, c’era in Roma un pessimismo radicale. C’era l’homo vulneratus di Aurelio Agostino. La trilogia Dolce Vita-Satyricon-Roma era una civitas diaboli, secondo me (vi spuntava il cattolicesimo dell’autore). Era quello il periodo in cui egli progettava di girare un film in Romagna. Film contadinesco, forse, a cui aveva accennato nella sua autobiografia. Ne avrebbe parlato volentieri con me – diceva – in una sua prossima venuta a Rimini. Il film c’era stato. Ma non girato in Romagna, però. Si intitolava Amarcord. Lì i cerebralismi psiconoanalitici, i simbolismi erano caduti tutti. Lì c’era un ritorno alle origini. La schietta vena satirica popolaresca, la vena più sua, lì era venuta fuori tutta.

Il mio giudizio gli aveva fatto piacere. Ancora una volta mi avrebbe veduto volentieri. Ma ancora una volta l’incontro era sfumato. Nel 1981 avevo “girato” un Amarcord anch’io. Si trattava di un lungo saggio su Fascismo e gioventù, in cui ricostruivo le vicende vissute dai giovani riminesi negli anni della GIL, – gli anni che erano stati suoi e miei, – seguendo anche la traccia di certa stampa periodica locale. Il saggio l’aveva interessato e commosso. Gli aveva fatto ricordare una infinità di cose, personaggi, stagioni. Desiderava avere tutti i numeri di Storie e Storia, la rivista su cui era uscito Fascismo e gioventù. Ancora una volta si era ripromesso di vedermi. “Vogliamo provare a Natale?” – mi aveva precisato. Ma la prova ancora una volta era mancata. Nel 1983 era uscita la sua Intervista sul cinema, a cura di Giovanni Grazzini, per i tipi del Laterza. Mi era sembrato un piccolo capolavoro di bravura letteraria, per tacere del resto. L’aveva scritto tutto lui, domande e risposte (l’avevo saputo in biblioteca, da Tullio Kezich). Era quindi un autointervista. “Che scrittore mancato – mi ero detto pensando a lui -. Ah, se invece di fare il regista..”. Ma, forse, in quel momento mi aveva deviato uno spiritello maligno. Che fosse uno scrittore efficacissimo, comunque, era fuor di dubbio. Lo aveva già provato, del resto, in La mia Rimini, nella sua autobiografia. L’anno successivo ero stato raggiunto da una sua telefonata da Roma. Il discorso era caduto subito sull’Intervista. “Chissà quante recensioni avrai avuto – gli avevo detto. “Macchè – mi aveva risposto con voce che mi era parsa triste e malinconica- non mi ha recensito nessuno!” La conversazione era finita lì. Ma da quel momento mi dissi: “E se mi provassi io, a recensirlo?”. Poi avevo ricacciato l’idea. Che però aveva continuato a covare sotto. Per tre anni. Alla fine, non potendo eliminarla, mi ero deciso di liquidarla realizzandola.
Così, nel 1987, era comparso Federico dallo schermo alla pagina bianca. Su “Incontri-2000″. Per merito di Renzo Renzi. E anche lì, – dove avevo creduto di poterlo decisamente classificare, quanto a religione, nella schiera dei cattolici atei – non avevo potuto resistere. Ma perché Fellini non tenta la letteratura?” – avevo insinuato alla fine.
La sua telefonata mi era giunta poco tempo dopo, nel giorno di Pasqua, a mezzogiorno in punto. Quasi una telefonata fiume. Il mio saggio era il migliore. Era “il più”. Nessuno mai, prima di me, aveva colto lui così bene. Intendeva passarlo, quel saggio, al suo editore americano. Glielo autorizzavo? Ma sì, che glielo autorizzavo.
Così facevo un salto ideale da Rimini agli USA senza muovermi di casa, come piace a me che i viaggi preferisco farli col pensiero. E anche in quella occasione: “Dobbiamo vederci – aveva ripetuto – dobbiamo conoscerci meglio”. Ci eravamo veduti, o riveduti, infatti, molto tempo prima, il 25 settembre 1983 in occasione del Fellini’s Day (sotto la regia non più di Fellini, ma di Mario Guaraldi); quel Fellini’s che aveva irritato parecchie signore della Rimini-bene, rimaste escluse dall’invito (ma il pavimento della hall – era stato detto – non poteva sopportare un numero eccessivo di ospiti). Il nostro era stato un incontro fugacissimo. Un breve: “come va?” – e basta. C’era, – a dispetto del pavimento, – una folla enorme. C’era La nave va. In anteprima. Non era proprio il caso di star lì a discutere. Dopo non ci siamo visti più.

Liliano Faenza
Chiamami Città
1° novembre 1993

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