Il Borgo ustionato

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Sono Elena, una trentina innamorata di Rimini dove vivo da 50 anni. Spesso e nel limite del possibile partecipo alle Feste che qui si organizzano. Anche quest’anno sono andata alla Festa del Borgo San Giuliano. Gli altri anni non avevo fatto caso al tema della festa. Per me era la “Festa del Borgo” in cui vivo: questo era più che sufficiente.
Quest’anno, invece, mi è apparso subito chiaro uno dei temi della Festa: la ricostruzione storica dello scoppio della cisterna alla Barafonda.
Io l’ho vissuto paurosamente e dopo quasi 50 anni (47 per la precisione) il ricordo di quella sera è ancora vivo in me come, credo, in molte famiglie di San Giuliano Mare. Era la sera del 23 ottobre 1953, intorno alle 20. Mi trovavo in città e mi apprestavo a tornare a casa, alla Barafonda, insieme a mio marito che portava sulla canna della bicicletta il nostro bambino di un anno e mezzo. Imboccammo via Zavagli e prima di incrociare la ferrovia, abbiamo avvertito dietro di noi il rumore di un camion che procedeva ad andatura lenta, che non ci ha mai sorpassato. Dopo il sottopassaggio di via Coletti, un forte boato con una grande luce improvvisa ci ha obbligati a fermarci. Mio marito mi ha messo tra le braccia il bambino raccomandandomi di andare a casa. Lui (era nella Polizia) sarebbe andato a vedere cosa era successo. Mi sono avviata verso casa, ma dopo pochi passi sono tornata indietro per andare a vedere cosa era successo. Proprio allora mi ha affiancato il Sig. Della Pasqua che, vedendomi con un bambino, mi ha preso per un braccio conducendomi per via Nicolini, allontanandomi così dal pericolo. Giunti a metà della via un altro forte boato ci ha sorpreso: era scoppiata la cisterna del camion fermo sotto il cavalcavia di via Zavagli.
Nello scoppio, purtroppo, rimasero ustionate molte persone: alcuni Vigili del Fuoco che voglio ricordare, Lorenzutta, Adrio Sartini, Stelio Urbinati e Silvio Trovanelli; inoltre il maresciallo Calieri della Capitaneria di Porto, il brigadiere della P.S. Vincenzo Riccio e mio marito. Oltre 150 persone raggiunsero il Pronto Soccorso, di cui più di 100 furono ricoverate presso l’Ospedale o la Villa Assunta Contarini. Ci furono anche 6 vittime, fra le quali il piccolo Mangianti di appena un anno più grande di mio figlio.
Tutti, impauriti per lo scoppio e le vampe di fuoco, si erano portati verso il mare ed io con loro. Poi mio marito a bordo di una motocicletta guidata da Taiti, che lo portava al Pronto Soccorso, mi vide e si fermò per dirmi che andava a farsi medicare e che io andassi a casa. Io, invece, presi il sentiero della Finanza (non vi erano altre strade) e con il bambino in braccio raggiunsi l’ospedale dove regnava una confusione indescrivibile. Il nosocomio era al buio completo, gente che si lamentava per il dolore provocato dalle ustioni, altri cercavano i propri cari sapendoli o immaginandoli feriti. Anche io cercavo mio marito. Ero ormai all’estremo delle mie forze, quando un suo collega, avendomi riconosciuta, mi disse che mio marito era stato ricoverato a Villa Assunta. Quindi mi accompagnò a casa sua: la moglie, Maria Pia, si prese cura del mio piccolo mentre io raggiungevo Villa Assunta dove trovai mio marito ustionato. Rimase ricoverato per circa 50 giorni in quella clinica, poi fu trasferito a Ferrara per il trapianto della pelle, dato che le ferite non si rimarginavano. A Ferrara trovammo altri riminesi, rimasti ustionati: Giorgio Franchini (ora architetto), Dina Serafini, i fratelli Lucchini, Giuseppe Villa, Viterba Ermeti, Toti Urbinati e altri di cui mi sfuggono i nomi.

Elena Postal Bonora
settembre 2000

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