L’ultima velaia

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© Migliorini, 2009

Pubblicato la prima volta il 4 Ottobre 2018 @ 09:46

A 91 anni si è spenta Olga Tamburini, “l’ultima velaia” riminese. In suo ricordo, riproponiamo un bel ritratto scritto in occasione di una delle sue ultime interviste.

Te lo sanno dire tutti, in via Derna, dove abita Olga Tamburini “la velaia”. Mario, fratello di Olga, dopo aver imparato a fabbricare barche negli storici cantieri Carlini, dagli anni ’30 si mette in proprio, diventa maestro d’ascia e comincia a costruire da solo barche da pesca e  batane. Si specializza nei “beccaccini”, agili barche in legno di 5 metri con un solo albero, randa e fiocco, facili da governare. Ne fabbrica anche sei o sette in un inverno: Olga gli cuce le vele. Nel dopoguerra, con Angelo Deitos, marito di Olga, che dà una mano in cantiere, riescono a costruire la casa dove lei abita ancor oggi, con il laboratorio annesso. Nel ’64 Mario muore. Angelo ha continuato fino al ’78 a costruire mosconi, Olga ha cucito e riparato vele fino a un paio di anni fa. Suono al cancello, il figlio mi apre. “Vediamo se è sveglia.” Dice. “Ha avuto problemi di salute, non so se vorrà raccontare.”

Olga mi invita ad entrare. La casa è pulitissima, lei è seduta in cucina, i capelli bianchi ben pettinati. Si schermisce: è ormai vecchia e sorda, che ci sarà mai da scrivere? Poi mi fa vedere come il lavoro ha segnato le sue mani. Infine comincia a raccontare. “Sono nata nel ’22, qui vicino, in via Cirene.” Dice. “Tranne un anno a Ivrea, appena sposata, sono vissuta sempre qui. C’era l’Ausa che d’inverno straripava, ci si girava in moscone in via Derna. Eravamo tre sorelle e un fratello senza più l’uso delle gambe, aveva avuto la poliomielite da piccolo; da subito c’è stato bisogno che lavorassi. Poi mio fratello è andato a lavorare nel cantiere navale da Carlini, che il figlio si era preso l’ernia del disco. Io sapevo già cucire – ho cominciato a lavorare da sarta che avevo 11 anni – e l’ho aiutato con le vele. Dopo che abbiamo costruito, in estate andavo a vivere nel laboratorio per lasciare la casa ai bagnanti, per vent’anni le stesse persone, mi toccava traslocare con tutta la mia roba per prendere quei soldi. Ne ho viste davvero di tutti i colori. Mi sono sposata nel ’43, ho un figlio nato nel ‘47. Mio marito l’ho conosciuto qui durante la guerra, era un militare della Val d’Aosta, un uomo taciturno ma buono: quando c’era la neve, che una volta faceva davvero tanta neve e adesso non ne fa più, prendeva in braccio mio fratello per fargli passare il cortile. Me lo sogno ancora, e ci penso a lui: non alzava mai la voce. Ma se non c’ero io non si faceva niente. Non ho mai avuto tempo per le visite, se avevo bisogno di soldi e capitava una riparazione stavo sveglia tutta la notte, così piano piano ho rifatto tutta la casa, poi facevo la sfoglia, le lasagne… le donne di una volta non lavoravano mai abbastanza. Per comprare la stoffa andavo a Santarcangelo in bicicletta, da Ramberti. Una volta avevo fatto un carico talmente grosso che il fratello di Ramberti mi ha visto e ha detto di portarmi giù col camion.”

Olga mi accompagna nel laboratorio, per vedere un modellino di “beccaccino” opera del fratello. Da un cassetto tira fuori vecchie foto, ritagli di giornale che raccontano di lei, un portafogli del nonno con dentro ancora un sigaro toscano. In mezzo alla stanza c’è la sua macchina da cucire. “Se potesse parlare…” sussurra.

Lorella Barlaam
[© Chiamami Città, n. 611 – maggio 2009]

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