Pubblicato la prima volta il 5 Settembre 2017 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “E’ signor l’è mòrt in crósa”
“Il signore è morto sulla croce” era un’espressione ricorrente, un tempo, nei ceti più modesti da parte di chi si sentiva appellare con “signor”, definizione oggi sicuramente e propriamente generalizzata. Non era spregio per la divinità, ma Sgnór con la S maiuscola era il re dei Cieli, con la s minuscola era quello ricco su questa terra; dunque, allora, l’appellativo non valeva per tutti e la persona modesta per origini e condizione economica sentiva estraneo quel termine e lo percepiva, a volte, come una presa in giro.
Del resto era l’epoca per cui chi “comandava” poteva rivolgersi col “tu” verso i subordinati che, invece, dovevano rigorosamente rispondere col “lei” o col “voi”. Raccontava la nonna che, a servizio in una casa di sgnór, con tanto di “crestina” sui capelli, doveva riferirsi al bimbetto ovvero “padroncino” chiamandolo “signorino” il quale, ovviamente, usava il tu – ed aggettivi ben poco educati – nei suoi confronti. Anche il medico dava del “tu” ai pazienti socialmente meno elevati per ricevere in cambio “ló sgnór dutór”.
E c’erano ancora i residuati di una nobiltà decaduta nell’ordinamento costituzionale ma non nella mentalità per cui non pochi avanzavano la pretesa di essere appellati “contessa”, “conte”…di esempi se ne potrebbero fare tanti ma il senso è chiaro. Oggi è diverso per diritti acquisiti e per un consumismo globale che ha omologato, almeno nelle apparenze (si pensi al modo di vestire), tutte le categorie ma molta, appunto, è l’apparenza perché – diceva la Elsa – “na masa si putrìa it farìa entrè da la pòrta ad sèrvizie”.






