Pubblicato la prima volta il 21 Aprile 2017 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Da òm l’è ènca tròp bèl…”
Per essere un uomo è persino troppo bello. Negli anni ’50 (ma forse anche oggi) la bellezza era legata alla sensualità, non quella senza veli ma quella ammiccante, per cui se la bellezza femminile era rappresentata dalle “maggiorate” fisiche, quella maschile era incarnata dal macho, dal “duro”. Insomma, l’uomo poteva avere il naso lungo, la bocca sottile, le dita ingiallite dalla nicotina, purchè manifestasse quel “certo non so chè”; certo, c’erano i belloni alla Rodolfo Valentino, che la mamma sopranominava ironicamente “Rodolfo Lavandino”, ma i tratti effeminati e il trucco pesante non sempre arrivavano a segno. Anche fuori dalla pellicola, nella vita di ogni giorno per un uomo importante era “clava un bòn lavór…”, che poi, non di rado, quello bello non aveva “nisùn sug”.
Non di meno c’era e c’è quella più o meno sottile discriminazione per cui la donna quando non attraente era brutta, l’uomo, pur con lineamente irregolari si definiva “interessante”, l’uomo scapolo diventava “zóvne antig” la donna nubile “na zitèla”.






