“Ciùd clà bucaza!”

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Pubblicato la prima volta il 15 Novembre 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Ciùd clà bucaza!”

Un’espressione imperativa e, direi, dispregiativa per dire “taci!”, rivolto a chi non perdeva occasione per parlare a sproposito, per “pisciare fuori dal vaso”, creando danni e disagio tra i presenti.

Si proponeva in alternativa a diverse variabili: “t’an impèr a stè zét?”. Se poi si voleva “sparlare” di chi “sparlava”, il giudizio si esprimeva con “quèla? L’è na bèla linguaza!” o “L’ha na lèngua per sèt putèni!”. Perché “parlare” e “tacere” non erano solo verbi che esprimevano due azioni contrarie, ma rappresentavano due aspetti di vita ovviamente in perenne antagonismo.

Così le mamme che si preoccupavano perché “chè burdèl è tèrda a parlè”, appena il pargolo acquisiva scioltezza nel linguaggio, si impegnavano a farlo tacere :” nu dì al parulazi ca t’arìv tlà faza”, “quand i pèrla i grand, tè da stè zét!” “ Bèda da nun arspònd!” “Nu fa e’ sfazèd, nu fa e’ sbér”. Sì i “grandi” lo erano non solo per fisico ed età ma anche in via gerarchica, erano loro i veri portatori di diritti e di interessi, ai bambini, a seconda del caso spettava tenerezza o severità. “Nù fè cias ch’è bà l’è strac”, “nù fè la boba ch’è bà e’ dorma!”. Del resto tutto “l’umore” della casa traspariva dalle voci o dai silenzi. Quando le cose giravano per il loro verso, vale a dire: cibo sufficiente a sfamarci, nessuna grave malattia (ai malanni non ci si faceva caso), assenza di motivi che potessero scatenare le liti in famiglia.. la mamma cantava, a finestre aperte, soprattutto dopo il Festival di Sanremo e la voce si sentiva dalla strada mentre, durante le pause, si affacciava al davanzale per “dè vosa” a qualche conoscente di passaggio. Le automobili passavano ogni morte di papa, idem i motori, l’inquinamento acustico era lontano… così era possibile avviare un dialogo a distanza tra i passanti, che parlavano a testa in sù e quelli che rispondevano dall’alto.

Ma quando non “girava” e le preoccupazioni accigliavano lo sguardo, ad eccezione di labili sospiri e sbuffi (e sofia), il silenzio smorzava ogni suono e la mamma “stè zét ch’è bà l’ha è nervós”. Perché il babbo incuteva più timore, era quello che dettava i ritmi, gli orari, i limiti: “fè i còmpit prima cl’ariva e’ bà”… “sbasa la vósa ch’è bà l’ha da sentì la radio”, “mitì a pòst tót che casèin prima cul véda e’ bà..”. E se i grandi avevano “più peso”, il babbo era il capo famiglia ossia il capo dei grandi e dei piccoli. Così capitava che le donne si riunissero per la “végia” durante l’assenza del marito “severo”, “c’un vò ca scapa”…era quello il momento della libertà anche di “fè “dó ciacri” col monito ai bambini “nù gì gnìnti me bà!”. Ecco, lì ce n’era per tutti con una lingua, si diceva “clà taja e la cus”. E ridacchivano compiaciute “ ma qualcadun uj ésc-ia agl’urèci..”. Noi bambini ascoltavamo attenti a cogliere qualche doppio senso od a identificare il soggetto colpito…ho così imparato ch’è buona norma quando si faccia parte di qualche raggruppamento, abbandonarlo per ultimi… perchè, dice la mamma, “davènti it fa bèlo bèlo po’ i dis mèl dré mè cul”.

Sì le donne, dopo anni di silenzi e sottomissioni, rimanevano sottomesse ma non silenti. Ricordo il babbo, uomo di poche ma decise e indiscutibili parole che, di fronte al fiume di quelle della mamma, infuocate quanto inutili, commentava “ho dét una parola e tè t’a n’è dét zènt”.

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