“Al patati li gònfia i pid”

0
416

Pubblicato la prima volta il 23 Febbraio 2018 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Al patati li gònfia i pid”

A mangiar patate si gonfiano i piedi. Un modo di dire quando le patate (per il loro costo esiguo e la massima riuscita) erano fisse a tavola.. e stava ad indicare la proprietà di far ingrassare pur con uno scarso valore nutritivo. Certo una definizione con un chè di spregiativo che – peraltro – ricorreva anche in altre situazioni poco nobili.. dal tipo grande e grosso senza alcuna sagoma “e’ pèr un sac ad patati”… al soggetto poco intelligente “quèl l’ha al patati tè zèrvèl”… Ma la patata riempiva lo stomaco e la pancia ed ha salvato dalla fame la generazione del dopoguerra.. ed anche se il loro costo era modesto rispetto ad altri alimenti…non bisognava sprecarle tanto da stare attenti a non scartarne troppo quando si sbucciavano col coltello chè il pelapatate era di là da venire. La mia prima volta durò pochi attimi..quando la mamma vide come martoriavo l’esemplare che mi era toccato, mi strappò il coltellino di mano “ lasa andè va là, t’an véd che t’an bót via la mità?”.

Le abbiamo gustate in tutti i modi: fritte, arrostite, in umido, lessate… col ripieno.. per non dire delle combinazioni: patate e fagiolini, spezzatino, frittata, baccalà, cremose col brodino di poveracce, riso, gnocchi… condite con olio o con lo strutto, cotte nella padella o nel forno, insaporite col sugo o con aglio e rosmarino..quante volte abbiamo addentato quel pezzo abbrustolito credendolo una fetta di patata più cotta delle altre per poi ritrovarci in bocca lo spicchio dell’aglio! E le patate “americane”.. quelle dolci da cuocere sotto la cenere? Si trovano ancora? E d’inverno quell’odore che usciva dal forno della stufa..impregnando l’aria di tutta la casa..una “teggia” strapiena di patate tagliata a tocchetti che la Elsa preparava in maniera magistrale…secondo modalità che conservo tuttora: sbucciare e tamponare i tuberi con un panno (oggi ci sta anche lo scottex) . “si na li fa l’aqua”, oleare una teglia di terracotta, cospargerla di pan grattato (isè li pó stè te fórne fintèint clì sé còti bèin sèinza brusès), condirle con olio, aglio, sale, pepe (oggi meglio peperoncino), rosmarino, mescolando con le mani “isè li ciapa zà e’ sapór”…infornare e, di tanto in tanto, rigirarle…. Se poi a cottura avanzata si aggiungono alcuni “murèl ad sunsézza” dopo averli bucherellati con uno stuzzicadenti cosichè il “grassino” andrà ad insaporire ancor di più le patate…..la cena sarà pronta. Per noi bambini la patata in umido faceva da secondo e da companatico, schiacciata nel piatto per farle fare più riuscita e, talvolta, messa in mezzo alla mantovana per farne un panino… ci è finita nei cromosomi.. ancor oggi quando la pietanza servita per secondo non ci convince ..ci buttiamo sulle patate..e quando, all’ultimo momento, non ci siamo organizzate per la cena.. mettiamo una teglia di patate in forno che poi è facile “fèj la zunta” con quello che si trova nel frigorifero.

Ed il purè? Servito col cotechino ma soprattutto era pietanza unica per gli ammalati e per gli anziani perché “sé lat, la forma – clà bòna – l’olie d’uliva (al posto del burro).. è tèin piò sustènza de prim e sgänd” e “us magna ènca sèinza dèint”.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.