Pubblicato la prima volta il 28 Maggio 2016 @ 00:00
“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “A magném quand e’ vèin a chèsa e’ bà’’
Si mangia quando rincasa il babbo dal lavoro era la risposta ricorrente quando, bambini, ci si rivolgeva alla mamma con il “mà, ho fame…” e quella era la risposta che sottolineva il ruolo del capo famiglia, la centralità del lavoro cui dovevano adeguarsi orari e stili di vita, l’importanza del cibo sul quale non si poteva “sgarrare”.
Erano i bisogni primari a scandire tempo ed umori e quando le difficoltà avevano il sopravvento in casa calava il silenzio, anche per noi bambini, quasi si perdesse persino il diritto di ridere. Non esisteva il concetto di “vacanza”, la scuola, non a caso, era quella “dell’obbligo”. In pochi quelli che ricordavano i compleanni. Le “differenze” sociali erano evidenti, nel modo di vestire, in quello di parlare. Nelle nostre case dove non era certo arrivata la televisione né si poteva attingere alle enciclopedie che, negli anni successivi sarebbero state acquistate a rate, il linguaggio poteva contare su un numero limitato di vocaboli, arricchito dalla lettura di giornaletti, qualche settimanale, il cinema. Tante parole di cui non conoscevamo il significato che, del resto, non avremmo saputo a chi chiedere; neanche a scuola, dove ci si vergognava un po’, per cui si preferiva apparire più taciturni che ignoranti
E’ vero c’era il dialetto ricco di colori, sfumature, di significati ma i genitori, in genere, ci proibivano di parlarlo perché “si na t’vè mèl a scòla”.






