Fu un primo maggio di botte

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La rivista "Grand Hotel"

Pubblicato la prima volta il 12 Settembre 2018 @ 09:47

In quegli anni la vita era in bianco e nero come nei film del neorealismo e non diversamente da quelli del filone “telefoni bianchi” (appunto!)…..come le fotografie, come i programmi della Rete 1, l’unica, della TV. E quando non era nero, era comunque scuro o grigio come gli abiti degli uomini, le scarpe dei bambini. Anche nei giocattoli (pochi) di latta prevaleva, su tutti, il colore metallico. In bianco e nero uscivano i fumetti per adulti su Grand-Hotel con i disegni di Valter Molino che riproducevano visi e forme dei divi (artiston) di allora, Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Ivonne Sanson, Amedeo Nazzari, Massimo Girotti …….. Sul settimanale, allora più diffuso tra le donne, scriveva, a puntate, Luciana Peverelli. Ricordo un romanzo intitolato “Il lungo giorno dell’amore”. Raccontava di due innamorati che, contrastati dalle rispettive famiglie, finivano per sposarsi con  altri partner…dopo anni, incontrandosi casualmente, si innamoravano i figli che, rincontrastati dalle famiglie, si separavano….La storia finiva con il matrimonio dei due innamorati originari nel frattempo vedovi. Un romanzo precursore delle attuali telenovele televisive. Da notare il linguaggio che esprimeva sentimenti e situazioni amorose anche nel fotoromanzo. Giunti al momento dell’amplesso tra i due, appariva la scena del bacio con la didascalia “e lei fu sua” (tadadadam!!!!). La gravità della situazione determinatasi ovvero l’intimità raggiunta, era apostrofata con un “dopo quello che c’è stato fra noi!”.

Alla radio, la trasmissione più ascoltata il sabato pomeriggio era “Sorella Radio” presentata da Silvio Gigli. Veniva trasmessa in diretta dai sanatori…ed anche lì la vita era tra il bianco ed il nero!

Il bianco e nero mi sono rimasti dentro… anche oggi penso e sogno in bianco e nero. In realtà sono i colori più fantasiosi poiché delineano l’essenziale lasciando il resto all’immaginazione ed alla creatività di ognuno di noi. La pellicola in bianco e nero (oggi sostituta dalla tecnica computerizzata) ti fa concentrare sulla storia inventata (anche quando sia tratto dal vero, infatti, il film resta sempre una simulazione) o sull’interpretazione degli attori o sul “messaggio” lanciato dal regista. Quando di un film sento dire: “ha dei colori stupendi” mi viene subito da pensare che non aveva altro! Come per i bambini ….quando ce ne presentano, con orgoglio di mamma, uno bruttino….ce la caviamo con un “quant’è simpatico!” per non poter o saper dire la verità.

Ecco… il bianco e nero sono i colori della realtà nuda.

A proposito di colori, c’è un giorno della memoria dell’infanzia dominato dal rosso…un Primo Maggio degli anni 50’. Era il rosso delle bandiere della CGIL. Sì perché allora il primo maggio, Festa del Lavoro, suggellava la divisione dei sindacati. Il mondo non era più bianco e nero ma bianco o rosso. Era il giorno dell’Orgoglio dei lavoratori aderenti alla CGIL, per lo più comunisti veraci…e di tutta la famiglia. La superiorità, numerica e coreografica, del nostro corteo rispetto agli “altri”, i cosiddetti cul zal, era schiacciante. Davanti i trattori, seguiti dalle vespe, lambrette, motori (Guzzi, Gilera), biciclette e gli appiedati, bandiere rosso scuro, tessuto fustoso, asta cromata, pennacchio e scritte dorate.

La mamma mi aveva vestita a festa ed in attesa che il babbo ci venisse a prendere mi aveva dato il permesso di attendere sui gradini del portone di Via Cairoli ovviamente con l’intimazione di non muovermi. Quel giorno la Via Cairoli era stranamente animata, mi giungevano voci non ben definite da un altoparlante a distanza…gruppi di persone, intere famiglie mi passavano davanti in direzione Piazza Cavour. Non ho resistito e mi sono incamminata anch’io. Arrivata in piazza mi sono trovata in mezzo ad una marea di gente in piedi, rivolta verso il Palazzo dell’Arengo. Una scena insolita che meritava un’ispezione più accurata. Fattami largo a spinte e gomitate, superata la folla sono arrivata ai gradini che costeggiano i palazzi Arengo e Garampi. Lì era allestito un altare dove Vescovo, chierichetti e quant’altri celebravano la Messa. Paramenti colorati, voce baritonale del vescovo, risposte corali del pubblico….uno spettacolo straordinario!

La magia fu spezzata dall’ urlo strozzato di una voce che conoscevo bene: “Ah… t’cè i que??”. Era la mamma. Non solo avevo disobbedito all’ordine ma addirittura ero andata ad ingrossare le fila degli avversari! Fu un primo maggio di botte.

Ci sono due frasi, rese più forti dal dialetto con cui la mamma, quinta elementare e marito oppressivo, ha segnato la mia formazione politica e culturale: quel l’è un socialista ad chi bon (quello, rivolto ad una persona ben identificata, è un socialista di quelli veri). A significare che non basta un’etichetta per definire la vera appartenenza ad un credo o ad un pensiero politico. Ne sono, tutt’oggi, convinta; te Grazia nun spòste va a veda l’opera (non sposarti.. vatti a godere le opere liriche). La mamma era ed è un’appassionata di Lirica, da ragazza era stata corista al Galli ma il babbo le aveva sempre impedito di frequentare il teatro o godere di qualunque altro spettacolo. Morale: chiunque ci  chieda di rinunciare alle nostre passioni… non ci ama e, quindi, non ci merita.

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