“Quèl cu n’a stròza, ingrasa”

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Pubblicato la prima volta il 22 Marzo 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Quèl cu n’a stròza, ingrasa”

Se non ci fa strozzare, ci farà ingrassare: riferito al cibo, soprattutto nei tempi di magra. Non si butta via niente: se non mette in pericolo la vita allora è buono per alimentarsi. In senso figurato si riferisce ad ogni cosa magari non gradevolissima ma che ci può “far comodo”.

È un modo di dire diffuso in più località, espresso nei rispettivi dialetti, un’espressione con significati diversi a seconda del contesto; interessante infatti, al di là del significato letterale, è “l’uso” che se ne faceva. Personalmente ho sentito questo commento nei casi in cui, soprattutto da bambina, capitava di ingoiare (butè zó si diceva, in un senso più figurato) qualcosa di poco commestibile o poco buono: allora la mamma, per tranquillizzarmi, sentenziava “nù vé paura che quèl cu n’a stròza, ingrasa”.
Ricordo la volta in cui vedendo uscire dal buco della pesca, una “forcella” (così chiamavamo quegli insetti neri con le tenaglie che spuntavano dalla testa) cominciai a piangere temendo di averne mangiate con la pesca che mi era toccata a pranzo. E la mamma mi consolò come sopra. Sta di fatto però che da allora, prima di comprarle, mi assicuro che le pesche non abbiano il “buco”.
E la disinvoltura con cui si raccoglieva del cibo caduto a terra? Una soffiatina ed i microbi sparivano!

Ma, più in generale, questo “modo di dire” serviva a giustificare tutto ciò che veniva cucinato o proposto come prodotto alimentare, anche fuori dalla consuetudini e dai cibi che comunemente stavano alla base dell’alimentazione… ed i motivi erano sempre gli stessi: non sprecare, rimediare pranzo e cena, assicurarsi che tutti si saziassero a sufficienza. Mai sentito dire “l’endè da mèl a l’ho dovù butè via”. Si recuperava tutto: “tanìmodi quand l’è còt un fa mèl..”. Quella sì che si poteva definire “cucina creativa”, ben diversa da quella che usa il miscuglio di salse multicolori che coprono ogni altro sapore, da quelle “vellutate” più simili a brodaglie insipide, a quel “letto di..” che in genere è una comunissima base di insalata o legumi. Era creativa e sostanziosa, tanto da riempire il fondo del piatto o della ciotola: non come capita sempre più spesso che due maccheroni in numero vengano presentati in un piatto largo come la tesa di un sombrero, “impreziositi” (adesso si dice così) con due foglioline di basilico appiccicate inutilmente sull’orlo del piatto.

Ecco che allora i sardoncini fritti – se mai ne avanzavano – venivano marinati con aceto e bucce di arancia e limone, ridando nuova vita a un ulteriore piatto con un profumo particolare che si diffondeva in tutta la stanza; alla faccia del radicchio trevigiano: le foglie dei radicini, anziché nella spazzatura finivano per insaporire un risotto con l’aggiunta di cipolla, un parte di ricotta e di “forma” che la nonna, quando faceva il sugo coi piselli quelli piccoli e teneri, tratteneva ed usava anche una parte delle bucce. Le teste scartate dei pesci durante “la cunzadura”, bollite, andavano ad insaporire, insieme all’acqua di cottura, il sugo di pesce; la testa, le zampine, cuore, maghetto e la “curadèla” del pollo, cucinate con olio, aglio e rosmarino costuivano già di per sé una pietanza; il polmone “ad bèsc-ia gròsa”, che qualcuno diceva di dare al gatto, veniva invece cucinato nel tegame, con un’ottima riuscita per tutta la famiglia… e com’era buona la cartilagine della trachea!. Mentre le donne si litigavano cotenne (al cótghi), e’ zampèt e la coda del maiale, prelibate coi fagioli o bollite: del resto, non a caso, l’insaccato più apprezzato e a buon mercato era l’andrugolo, una sorta di salame composto da tutti i resti del maiale, unghie comprese, oggi, credo, sparito.

Ma tutto questo (e l’elenco potrebbe continuare) è niente, se penso al racconto del babbo quando marinaio sui pescherecci, al tempo del “mare pulito” faceva il brodo coi sassi pescati assieme al pesce!

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