“E vó nu dèj rasòun”

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Pubblicato la prima volta il 2 Ottobre 2016 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “E vó nu dèj rasòun”

“E voi non dategli ragione“, ovvero non proteggetelo/a, era il monito che la mamma rivolgeva alla sua (mia nonna) quando ci inseguiva per menarci e noi ci rifugevamo nella stanza della nonna, accanto la nostra. Allora alla mamma ci si rivolgeva col “voi” non tanto o non solo quale retaggio dell’epoca fascista da poco conclusa, ma quale forma di riconoscimento di un’autorità indiscussa. Ricordo questo particolare perché ho appreso che il 2 ottobre ricorre la festa dei nonni, l’ennesima festa di stampo esclusivamente commerciale ed a questo scopo inventata.

Ma personalmente mi sento tranquilla perché in tanti dei miei ricordi degli anni ’50, la figura della nonna è ricorrente ed è stata determinante nella mia formazione perché è stata l’unica, dei quattro, da me conosciuta e perché ha rappresentato quella figura rassicurante molto oltre il naturale aspetto affettivo. Vedova a 47 anni, con tre figli, il più piccolo di 8 anni, accolse le assistenti sociali con la falce quando tentarono di “portare via” il figlio minore per richiuderlo nell’istituto Pio Felice. Era lei che usciva per “armidiè” erbe o altro da mettere in tavola quando non ce n’era… al motto di “la ròba clè ti chèmp l’è di dio e di sènt”. Lei, che a servizio presso una famiglia di possidenti aveva dato uno “scriccotto” al collo della gallina che aveva forzatamente chinato la testa, gridando “signora la gallina ha la malattia” e la signora “buttala via Marcella, subito” (fu così che nonna e figli poterono mangiare una gallina intera in un giorno che non era natale). Lei, che mi aperto gli occchi sulle “differenze” con una amara considerazione “quand e’ lèt l’è bagnèd.. s’lè stè un sgnór l’ha sudè”.. s’lè stè un purèt us’è pisè m’adòs”. Da lei la mamma ha appreso un principio passato poi a me “che se na dòna l’an vò fè mèl la pó lavurè dapertót” in un’epoca in cui se una donna lavorava, da sola, in un ambiente prettamente maschile, era considerata “leggera”. Non a caso lavorava alla Fornace Fabbri, dove si cuocevano i mattoni e non solo dato che anche la pelle sul petto, lasciata scoperta dal grembiule, era di color biscotto. E se dai figli ha sempre preteso che le si rivolgessero col “voi”, con noi nipoti era tenera come la maggior parte dei nonni e da lei abbiamo avuto i primi soldini in regalo, quelli che teneva legati in un angolo del fazzoletto.

Mi piacerebbe che, soprattutto quelli della mia generazione, ricordassero i tratti più caratteristici dei loro nonni… visti con gli occhi di oggi perché anch’io ho capito solo molto più tardi che anche se allora la parola nonna era sinonimo di anziana, quelle donne sempre vestite di scuro, quasi sempre coi cappelli che non coscevano la parrucchiera e, quindi, coperti dal fazzoletto, che quando avevano del tempo libero lo passavano lavorando ai ferri o all’uncinetto.. in realtà erano, lo dico anagraficamente, molto più giovani di quanto io non lo sia oggi, considerate vecchie a cinquant’anni, per dire che la dimensione che abbiamo nella comunità dipende da quello che siamo, certo, ma non di meno dalla percezione che si tende a diffondere negli altri… ieri a loro… oggi e/o domani a noi.

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