“Us-cema Pietro”

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Pubblicato la prima volta il 22 Maggio 2014 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Us-cema Pietro”

Trad. si chiama Pietro era la frase che accompagnava il prestito di un qualunque oggetto o utensile, in un periodo in cui tutto aveva un valore e tutto veniva custodito con rigore. Pietro faceva la rima “si chiama Pietro tornaindietro”.
Allora, come più volte sottolineato, si tentava tutto per ovviare od evitare l’acquisto e la richiesta in prestito era una prassi costante. Ricordo che nel palazzo di via Cairoli, negli anni ’50, una sola famiglia su cinque, possedeva la scala, di quelle di legno consumato, imbrattata con tutti i colori che si usavano per imbiancare le pareti..perchè quella era la scala di tutti.. chi ne aveva bisogno risolveva così “ t’am l’imprèst c’ò da imbianchè la chèsa?”… mentre le donne, casalinghe che sognavano una bicicletta tutta loro, in attesa, la chiedevano alla vicina “ta m’imprèst la biciclètta cò da fè na sveltèzza?”. Oggi può apparire quasi incredibile ma c’erano attrezzi ed ausili – attualmente d’uso comune, banale – che allora erano considerati pressoché di lusso se non superflui.. e comunque da acquistare solamente dopo aver soddisfatto le esigenze primarie ..il badile…il martello e persino le forbici.. proprio per questo quando si chiedevano in prestito, il legittimo, quanto fortunato detentore, si raccomandava che tornassero al mittente…cosa non del tutto e non sempre scontata.. “guèrda cl’as cèma Pietro… nu fa e’ pataca perché sò tót ilè” Così si chiedeva in prestito una tovaglia “buona” quando non si voleva fare brutta figura con ospiti più “altolocati”, la borsetta per partecipare ad una cerimonia importante, un battesimo, un matrimonio… Ed anche per cibo ed alimenti, il ricorso al prestito era prassi.. certamente si trattava di piccole quantità per non arrecare danno a chi si dimostrava generoso e disponibile: un po’ di zucchero, quel tanto che bastava per dolcificare il latte del mattino chè “dòp a vag a fè la spésa a te dag indrè”, uno spicchio d’aglio, un po’ di conserva per preparare il sugo del giorno…Ma, dice la Elsa, “ènche clà volta u j’èra al furbi, ròspi che li dmandèva ma la ròba t’an la vidévti pió e sé t’avévti bsägn tè in te dèva gnìnt e it gèva – oh um dispiès ma l’ho fninì ènca me”

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