Parlate riminesi #8

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Sant'Agostino

Pubblicato la prima volta il 30 Ottobre 2016 @ 17:49

Nelle ultime puntate abbiamo visto qual è stato lo sviluppo della E non accentata che si trovava prima della vocale accentata in parole come BECCÀRE, MELÓNE, NEVÓDE, REFÀRE, che hanno dato gli esiti ‘bichè’ (o ‘biché’ in alcune parlate), ‘mlòun’, ‘anvód’, arfè’.

Ma cosa è accaduto quando in quella posizione si trovava una O non accentata? In gran parte vale il discorso che si è fatto per la E, ma ci sono alcune importanti differenze.

Talvolta questa O è caduta, com’è avvenuto per la E. Ad es. da SOTTÌLE e GIOVÀNNI si sono avuti gli esiti ‘stìl’ e ‘Žvàn’. Questo perché i dialetti romagnoli tollerano agevolmente i nessi ‘st’ e ‘žv’ all’inizio della parola (peraltro ‘st’ è tollerato anche in italiano).

Un altro caso analogo è quello della parola corrispondente a “colombo”, che Gianni Quondamatteo, nel suo ‘Dizionario romagnolo’, scrive ‘clämb’ per il riminese. Poiché a noi qui interessa lo sviluppo della O non accentata, e abbiamo appurato che anche in questo caso è caduta, potremmo non aggiungere altro, ma vale la pena fare qualche precisazione sullo sviluppo della vocale accentata, prendendo le mosse da un caso più semplice, che è quello della parola corrispondente a “rosso”.

In gran parte dell’Italia centrale si dice “rósso”, con la “o” chiusa, e in particolare si dice così in Toscana, sicché “rósso” è anche la pronuncia dell’italiano standard (quello che impara chi studia dizione). Questa pronuncia dell’Italia centrale ha conservato la pronuncia originaria del volgare, e si diceva RÓSSO anche nel volgare che si parlava in Romagna. Poi però è accaduto che a Rimini e in altre zone della Romagna la Ó davanti alle consonanti doppie si è aperta, restando breve, per cui in alcune parlate si ha ‘ròss’ (ricordo che raddoppio le consonanti non per esprimere una vera e propria doppia, ma per indicare un semplice allungamento prodotto dalla brevità della vocale precedente). In altre parlate riminesi questa ‘ò’ breve ha poi subito varie trasformazioni, restando comunque aperta e breve. Una delle varianti è appunto la vocale che Quondamatteo scrive ‘ä’, per cui si ha anche ‘räss’. Dal momento che questa vocale nel dialetto era aperta, quando i riminesi hanno imparato l’italiano, dovendo leggere la parola “rosso”, hanno letto “ròsso”, non “rósso”. Tutto questo discorso vale non solo davanti alle doppie, ma anche davanti al nesso MB: nel volgare si diceva COLÓMBO, che poi è diventato ‘clòmmb’ o ‘clämmb’, e oggi nell’italiano di Rimini si dice “colòmbo”. (Ovviamente quando parlo dell’italiano di Rimini mi riferisco al modo più tipico di parlare italiano a Rimini, ché ci sono anche molte famiglie con una pronuncia diversa, per varie ragioni, e persone che hanno studiato l’italiano standard per ragioni professionali.)

Torniamo allo sviluppo della O non accentata. Quando il contesto fonetico non consente la sua caduta, essa si riduce, come avviene anche alla E. C’è però una differenza: la E si riduce a “i” (ad es. da BECCÀRE si ha ‘bichè’), mentre la O si riduce a ‘u’. Ad es. da BOCCÀCCIA e TOCCÀRE, si sono avuti gli esiti ‘bucàza’ e ‘tuchè’ (o ‘tuché’ in alcune parlate). Questa riduzione è frequente anche nei casi in cui la vocale potrebbe cadere senza produrre nessi troppo complicati. Ad es. da SOTTÀNA si potrebbe avere agevolmente ‘stèna’ (come ‘stìl’ da SOTTÌLE), invece si ha ‘sutèna’.

Ci sono poi i casi in cui la O non accentata si trovava adiacente alla consonante R. Nel caso di E abbiamo visto che essa può cadere, almeno virtualmente, per poi essere “compensata” da una ‘a’ non etimologica da aggiungere davanti alle suddette consonanti. Ad es. da REFÀRE si ha virtualmente ‘rfè’, e quindi ‘arfè’. Orbene, talvolta questo sviluppo si è avuto anche per la O non accentata. Ad es. da ROVÌNA si è avuto virtualmente ‘rvèina’ e quindi ‘arvèina’. E da OROLÒGGIO si è avuto virtualmente ‘rlòž’ e quindi ‘arlòž’. Ma si tratta di casi rarissimi. Se fosse uno sviluppo sistematico, da parole come ROBÙSTO, ROTÓNDA e ROMÀGNA si sarebbero dovuti avere gli esiti ‘arbósst’, ‘artännda’ e ‘Armàgna’, mentre si ha ‘rubósst’, ‘rutända’ e ‘Rumàgna’. C’è da dire, poi, che a Rimini questa tendenza a evitare la caduta, limitandosi alla semplice riduzione, è più spiccata che altrove. Ad es. da ROMÓRE (“rumore” in italiano moderno) a Rimini si ha ‘rumór’, mentre in gran parte della Romagna, e anche in alcune parlate rustiche dell’area riminese, si ha ‘armór’.

C’è infine il vincolo imposto alla O “legata”, cioè la O che, pur essendo non accentata, può essere accentata nella radice corrispondente. Trattando la E non accentata, avevamo visto ad es. il caso della E di CREDÙDO che risulta “legata” alla É di CRÉDERE, e avevamo detto che i limiti imposti all’alternanza vocalica delle radici hanno impedito, a Rimini, di avere ‘cardù’, a favore di ‘cridù’. Ebbene, un discorso del tutto analogo vale anche per la O legata. Consideriamo ad esempio le parole corrispondenti “ruota” e “rotella”, che nel volgare romagnolo erano RÒDA e RODÈLLA. A Rimini RÒDA si conserva in ‘ròda’, ma RODÈLLA avrebbe potuto dare ‘ardèla’. Ciò però non accade, perché in tal caso avremmo la radice accentata ‘ròd’- accanto alla radice non accentata ‘ard-’, e questa alternanza non è tollerata. Quindi per la O di RODÈLLA si ha la semplice riduzione, con l’esito ‘rudèla’. Un caso simile è quello delle parole RÓCCA (lo strumento per filare a mano, detto anche conocchia) e ROCCHÉTTO. Da RÓCCA s’è avuto, al solito, ‘räcca’ (da qui si capisce anche la ragione per cui nell’italiano di Rimini si cialis en pharmacie avec ordonnance dice “ròcca”, mentre in italiano standard si è conservata la pronuncia “rócca”). Da ROCCHÉTTO si sarebbe potuto avere ‘archètt’, ma si ha invece la semplice riduzione di O a ‘u’, con esito ‘ruchètt’. C’è da dire, poi, che questa restrizione sulla O legata vale in genere per la Romagna, non solo per Rimini. Cioè, anche i dialetti romagnoli che hanno lasciato cadere agevolmente la E legata (con esito ‘cardù’ da CREDÙDO) e la O libera (con esito ‘armór’ da ROMÓRE), in genere non hanno lasciato cadere la O legata che si trovava in parole come RODÈLLA e ROCCHÉTTO.

Prima di concludere vorrei aggiungere qualcosa sull’italiano di Rimini. Ho detto che i suoni presenti nell’italiano sono stati ricavati dal dialetto (ciò è avvenuto in gran parte dell’Italia settentrionale, dove l’italiano è giunto per lo più per iscritto). Tuttavia nel passaggio dal dialetto all’italiano molte informazioni si sono perse. Possiamo osservare, in particolare, che c’è una corrispondenza fra le vocali del dialetto riminese e quelle dell’italiano che si parla in Italia centrale, essendo entrambe lingue derivate in modo “naturale” dal latino; invece spesso questa corrispondenza viene a mancare nell’italiano di Rimini. Consideriamo ad es. le parole che scriviamo “cotto” e “rotto”. Nel volgare si diceva ovunque CÒTTO e RÓTTO, e questa pronuncia si è conservata in Toscana e quindi nell’italiano standard. Invece a Rimini la Ò e la Ó davanti alle doppie hanno avuto ulteriori sviluppi. La Ò è rimasta aperta, ma si è allungata, per cui la doppia T si è completamente ridotta a una consonante semplice, e si dice ‘còt’. Invece, come s’è detto, la Ó è rimasta breve aprendosi, per cui la T è rimasta un poco allungata, e oggi si dice ‘ròtt’ o ‘rätt’. Ora, chi conosce il dialetto e ha qualche nozione sugli sviluppi delle lingue romanze sa che la ‘ò’ lunga del dialetto riminese corrisponde a “ò” in Toscana, e che invece quella breve corrisponde a “ó”, per cui non ha bisogno di studiare dizione per sapere che in italiano standard si dice “còtto” e “rótto”. Invece l’italiano di Rimini, avendo messo assieme le doppie dell’italiano scritto con i suoni del dialetto riminese, ha perso le corrispondenze quantitative, e si ha “còtto” e “ròtto”, con la stessa vocale. Di conseguenza un riminese che conosca solo l’italiano di Rimini e debba imparare l’italiano standard è costretto a studiare caso per caso, mentre una conoscenza consapevole del dialetto consente di acquisire facilmente degli automatismi per passare alle vocali del toscano (per lo meno nella maggior parte dei casi, perché non manca qualche eccezione).

Davide Pioggia

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