A proposito dello spostamento del CEIS…

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L'anfiteatro negli anni Trenta del Novecento

Pubblicato la prima volta il 20 Marzo 2019 @ 08:48

La nostra redazione ha fatto una lunga (e appassionata) chiacchierata, a ruota libera e sul tema dei beni culturali locali di cui le pagine dei quotidiani pre-elettorali traboccano, con… Eratosteno archeologo, pseudonimo dietro al quale si cela un attento e preparato professionista riminese, fortemente impegnato nonché nostro sostenitore “della prima ora”.

In tutti i settori dell’urbanistica, per ogni ambito abbiamo un esperto e dei professionisti: in sostanza “chi fa cosa“. Se devo rifare le fogne, chiamo un esperto di fluidodinamica; per i beni culturali e l’archeologia in generale, però, non essendo identificato un professionista specifico (o facendo finta che non ci sia) non si citano né coinvolgono mai gli archeologi, gli storici, i restauratori e ognuno si sente libero di esprimere un parere.

A Rimini esiste uno strumento urbanistico, che si chiama PSC (Piano Strutturale Comunale) all’interno del quale c’é la “Carta di potenzialità archeologica”, risultato dell’incrocio tra Carta Archeologica, Geologia (ovvero dove sono i siti, a quale epoca risalgono, se ci sono ancora, etc.) e il tetto degli strati geologici prima della comparsa dell’uomo (sfociando così nella Paleontologia) o i tetti di quegli strati formatisi per calamità naturali, quindi un evento geologico che è andato a coprire sedimenti antropici. Per fare un esempio: se io vado a incrociare la zona di San Martino in Riparotta, dove sappiamo che il Marecchia è certamente esondato, noi andiamo a individuare una fascia di 50 centimetri dove possiamo rintracciare materiale medievale crollato; sotto, tombato, potrebbe esserci il romano perfettamente conservato. Oppure potremmo avere il contrario, laddove il medievale è stato tombato da una frana o da un’alluvione e al di sopra si è impostato il moderno. Esiste, quindi, una metodologia che non è scientifica perché l’archeologia richiede un altro tipo di approccio, che non è quello sperimentale: è vero che esistono pareri e opinioni autorevoli di esperti, ma dobbiamo fare sempre i conti con i dati certi. Quindi, una volta che si ha una “Carta Archeologica”, la cosa più sbagliata è inserirla in un PSC poiché l’archeologia è, per definizione, “fluida”: ogni giorno potremmo incappare in un ritrovamento e dobbiamo poterci adattare all’evento e alla rivelazione mentre il PSC è, sempre per definizione, “rigido” (laddove una zona è stata destinata a uno specifico uso rimarrà in quello stato per decenni). L’esempio più palese è Volterra: un cumulo di nulla si è rivelato l’anfiteatro.

Da ciò che ho appena illustrato si deduce che è profondamente sciocco, ovvero è un errore enorme vincolare una mappa ai beni culturali derivanti dalla conoscenza che ne abbiamo oggi; disegnare una mappa archeologica a piacimento indicando Arco, Ponte, Anfiteatro, etc. e, su quella, ipotizzare e progettare interventi radicali serve solo a sfruttare in maniera propagandistica il monumento.
Attenzione, però: questa attitudine ‘di regime’ esiste sin dai tempi degli Assiri-Babilonesi, che andavano a cercare le proprie tombe per dimostrare che loro avevano occupato quell’area prima degli altri; poco tempo fa hanno bloccato degli scavi in Albania perché erano state trovate delle tombe serbe medievali, per lo stesso motivo. Di conseguenza viene sempre il dubbio che chi ‘spinge’ per una certa epoca, per una certa area, in realtà abbia specifici interessi o determinate amicizie da sfruttare… ma andiamo avanti.

Tornando specificatamente al tema principale dell’attuale campagna elettorale, è bene dirlo con chiarezza e in modo definitivo: il CEIS non insiste su un’area archeologica!
Allora, con ordine: l’ultimo documento fotografico riguardante l’area è una foto RAF del 1944 – ovvero immediatamente successiva alla Liberazione di Rimini –  che mostra quote ben diverse rispetto a quelle di oggi. Il che significa che il cumulo sul quale sorge il CEIS sono presumibilmente macerie, che, per definizione, NON sono area archeologica, anche se è intuibile morfologicamente l’ellisse dell’ex anfiteatro; lo stesso CEIS men che meno rappresenta uno “sfruttamento di area archeologica”… altrimenti la giostrina attualmente presente in Piazza Ferrari, che sorge sulla città romana, come si dovrebbe configurare? Per inciso: per quello che sappiamo oggi è che archeologicamente è indubbiamente più ricca Piazza Ferrari dell’area dell’Anfiteatro.

Secondo la stessa logica, tutta Rimini è un’area archeologica e qualsiasi cittadino dovrebbe pagare, di conseguenza, i diritti di sfruttamento della superficie che calpesta: lo stesso Colle di Covignano, che sulla mappa è segnato in rosso, è interamente area archeologica. Basterebbe, quindi, che chiunque prenda il PSC, segnando le aree a potenziale archeologico o i siti e verificando semplicemente che un riferimento allo sfruttamento di un’area archeologica è riferito ai piani più antichi e/o alle elevazioni superiori di epoca antica (attenzione: il Codice dei Beni Culturali per antico intende ogni bene pubblico con più di cinquant’anni…), capirebbe che ognuno può fruire di quel pavimento o di quelle pareti in modo libero. Il Ponte di Tiberio, oggi, appare palesemente uno sfruttamento pubblico di un bene archeologico ed è più che normale pianificarne la prossima chiusura al traffico: chiunque sostenga che anche le macerie sulle quali insiste il CEIS sono area archeologica dovrebbe poi essere il primo a sostenere che vada pedonalizzato il Ponte di Tiberio… poi, guarda caso, emerge che il Ponte – come qualsiasi altro monumento – è infrastruttura urbana ancora attiva, per cui non si può pedissequamente sostenere che laddove ci sia archeologia bisogna liberare il monumento ma ritenere, in molti casi, gli stessi monumenti come infrastrutture. Ergo, per venire al dunque: se anche il CEIS/Anfiteatro è infrastruttura, qualsiasi tipo di progetto che lo riguardi deve coinvolgere a priori progettisti, professionisti coinvolti, manutenzione, sfruttamento di tipo economico (valorizzazione, sfruttamento turistico, restauro); nessuno peraltro si pone mai il problema che rimuovere un monumento dallo stato “tombato” porta all’immediata disintegrazione del materiale di cui è fatto. Le malte tenute sotto un cumulo di macerie dal dopoguerra e stabilizzate con quel clima, appena riportate all’aria si seccano ed esplodono e i mattoni se ne vanno: nel momento in cui inizi i lavori di scavo, quindi, devi avere prima redatto un progetto urbanistico dettagliato (non un progetto di valorizzazione culturale, che viene affrontato in un secondo tempo) di integrazione nel paesaggio urbano di quel monumento; verificare che tipo di problematiche può creare la cosiddetta “Buffer Zone” agli edifici circostanti (andare a togliere quel riporto significa dover creare un’enorme struttura di contenimento: la strada, oggi, è più alta di almeno tre metri) costruiti nel dopoguerra, scuole “Panzini” comprese, con una sopraelevazione di cui non conosciamo le quote esatte; verificare, soprattutto, quello che vai a tirare fuori che costi avrà di mantenimento e come lo puoi realmente sfruttare, perché dalle foto dei voli RAF e da alcune immagini scattate precedentemente dal basso, ipoteticamente (e pragmaticamente) ci troveremo di fronte a muri alti poche decine di centimetri, ovvero una porzione di anfiteatro ridotta ai minimi termini: quell’area, come emerge anche dai catasti antichi, era stata rasa al suolo e utilizzata come deposito, nell’alto medioevo, dal Vescovo di Rimini e dall’Arcivescovo di Ravenna ed è poi è diventata orto; un solo pezzo era stato fruito come mura ed è la porzione che anche oggi vediamo.

Come archeologo certamente potrei effettuare un sondaggio geognostico a supporto delle già esplicative fotografie d’epoca ma poi, attraverso le indagini, otterrei una mole di interferenze causata dai blocchi di macerie incorporati nel riporto di terra; contemporaneamente andrebbero coinvolte numerose imprese legate alla progettazione strutturale (che, presumibilmente, verrebbe a costare cifre insostenibili come dimostra la recente scoperta dell’Anfiteatro di Volterra per la cui valorizzazione sarebbero necessari 20 milioni di Euro)… per ottenere cosa? Una bellissima piazza nella quale si intuiscono dei cumuletti di mattoni?

Io ci campo, di archeologia, volete che non desideri rivedere l’Anfiteatro riportato alla luce del sole? Da quando avevo 12 anni desidero una cosa del genere, come penso lo desiderino tutti i dodicenni riminesi… ma quando si sogna, da adulti, lo si deve fare con un minimo di coscienza civica nella quale non rientri solo il tuo benessere ma anche quello di un’intera comunità. Quello che è un proclamare “bisogna togliere la terra!” è in realtà un progetto a lungo termine di ampissimo spettro professionale e strutturale, dalle mille sfaccettature e dai costi imponderabili.

A questo proposito mi viene in mente quello che avrebbe sostenuto il compianto professor Riccardo Francovich: noi non stiamo curando affatto tutto ciò che è già fuori terra e fruibile da un punto di vista urbano e turistico. Continuiamo ad avere concittadini che si lamentano della sicurezza, dell’immigrazione incontrollata e della delinquenza… ma dove risiedono, per definizione, queste problematiche? Nei cosiddetti “non luoghi“, ovvero contesti generati dallo stato di abbandono delle strutture esistenti: guarda caso la maggior parte delle strutture abbandonate nel centro città, a Rimini, sono beni culturali. Le mura sono piene di cespugli, pezzi abbandonati; pensate alle mura di San Giuliano: tratti di torrioni intatti, fruibili anche in elevato (c’é ancora la scala in laterizi, si potrebbe arrivare sino in cima emulando un soldato di ronda di epoca malatestiana) sono diventati dei vespasiani a cielo aperto e potenziali trabocchetti per malintenzionati. Mi chiedo: perché un amministratore, un tecnico, un professionista… ma anche un cittadino, si concentra su qualcosa sul quale ci sono tonnellate di macerie ma non nota il patrimonio delle mura cittadine in evidente declino? Sterpaglie e rampicanti che fanno tanto romanticismo e “sturm und drang” stanno devastando la malta, che si sta spaccando, e i ragazzini si dilettano in parkour sia nell’anfiteatro sia in piazza Cavour sul palazzo dell’Arengo, o provando a fare roccia sulle mura del Parco Cervi o a San Giuliano: se un mattone cade in testa a qualcuno, i duecentomila Euro non spesi in valorizzazione si trasformeranno in un milione di risarcimento danni.
Perché non attuare, quindi, un progetto integrato con mappatura GPS e fotografica delle mura esistenti, pianificare un restauro e decidere, sulla base dei costi e dei fondi, dove intervenire, ripulendo le mura e restituendole ai cittadini permettendo, contemporaneamente, l’avvio di attività commerciali a ridosso dei monumenti con percorsi di visita in notturna (sul modello dell’Anello delle Nuove Piazze): la malvivenza, a quel punto, cercherebbe altre zone per spadroneggiare, lontane dal nuovo Parco Archeologico a cielo aperto. Un Parco che verrà adeguatamente sfruttato economicamente e che permetterà l’ampliamento del cosiddetto “centro storico”: dopo duemila anni Rimini continua ad avere il centro storico a ridosso del cardo e del decumano e le visite guidate non si spingono oltre a quegli assi. Parallelamente si farebbe partire un progetto “open data” archeologico riminese, con un proprio marchio sfruttabile commercialmente da qualsiasi professionista (a fronte di una parte devoluta per il progetto di mantenimento) e fai rivivere le mura. Da noi ci sono tantissimi ragazzi competenti che potrebbero portare i turisti in giro, attraverso il patrimonio che abbiamo già sotto agli occhi… e noi continuiamo a preoccuparci dell’anfiteatro sommerso!

Provocatoriamente faccio presente anche che da anni vengono imposti i blocchi del traffico per le polveri sottili: nessuno si è mai posto il problema del Ponte di Tiberio. Il marmo o la pietra d’Istria esposti allo smog, nel momento in cui piove vedono le polveri fissarsi e trasformarsi in gesso, degradando il materiale. Perché non ci sono le targhe alterne per i beni culturali? Ne deduco che la salute dei cittadini è più importante del monumento da salvaguardare…. ma allora perché nessuno si pone il problema di decine di bambini in età dello sviluppo che giocano a pallone e respirano a pieni polmoni a ridosso di uno degli incroci più trafficati di Rimini (via Roma)? Questo problema non lo pone nessuno. C’è una palese contraddizione nelle persone che puntano alla valorizzazione dell’Anfiteatro ma non alla salvaguardia del Ponte, fregandosene nel contempo della salute di bambini che giocano nello smog. O no?

In sostanza non è il luogo che fa il CEIS, che rimane un modello di insegnamento: relegarlo alla posizione è sminuirlo e il CEIS rimarrebbe tale ovunque. Anzi, propongo una provocazione: il CEIS potrebbe rimanere nello stesso punto, sopraelevandolo rispetto agli scavi e creando una sorta di struttura sospesa di grande impatto architettonico; oppure si potrebbe lavorare anche in anastilosi, ricostruendo il profilo delle parti superiori mancanti… o, ancora meglio, in rendering digitale 3D su maxischermo, poiché se estrai una prateria devi poi continuare a mantenerla pulita! Oggi come oggi è impossibile già tenere pulita e valorizzata la parte emersa… evitiamo quindi commenti privi di competenza e mossi dalla sola, pur lodevole, passione senza alcuna conoscenza della materia!

A Colle Val d’Elsa, l’amministrazione ha deciso di regolamentare rigidamente il contesto in modo armonico con la terra toscana, i materiali e le tonalità: hanno compreso che se ti affacci su un contesto bello e armonico vivi meglio e, alla fine, compri di più (non vedo problemi nelle finalità commerciali): Rimini potrebbe finalmente poporre e valorizzare un percorso malatestiano che permettesse di fare jogging attorno alla città, attraversando il fiume, passando sotto le antiche porte (penso anche alla valorizzazione di Porta Galliana), “l’insignificante” cattedrale di Santa Colomba e il Fulgor (che poteva essere integrato in un progetto archeologico). Dice una mia collega: «Dall’asfalto al geologico, è tutto importante», per cui attorno al cardo e decumano ogni palazzo riminese conserva potenzialmente dei tesori sotterranei e non è che l’Anfiteatro sia in modo esclusivo “monumento di interesse nazionale”… tutti i monumenti sono di interesse nazionale!

Per quello che riguarda i lavori attuali in Castel Sismondo, devo sottolineare che anche in questo caso l’esposizione del fossato significa dover conservare, in modo adeguato, centinaia di migliaia di laterizi; inoltre non abbiamo assolutamente idea, finché non si farà uno scavo, delle condizioni del fossato stesso poiché, come ho già detto, l’archeologia è tutto fuorché ciò che vediamo. Domanda: gli stessi voli RAF del 1944 che fotografarono la “spianata” dell’Anfiteatro hanno immortalato anche l’area antistante Castel Sismondo… ma siamo proprio sicuri che nel frattempo quelle aree vuote non siano state scavate per ottenere volumi ulteriori da riempire con le macerie o per utilizzarne gli sbancamenti per altri livellamenti? Se noi scaviamo dove oggi c’é il CEIS, superate le macerie troveremo il livello originario dell’Anfiteatro o un’ulteriore “vuoto” colmato da sedimenti postbellici? Me lo chiedo poiché a Castel Sismondo è stato effettuato un sondaggio nell’area dell’ipotetica Piazza d’Armi ed è invece stata rintracciata una voragine inaspettata di 7-8 metri, contenente macerie degli anni Cinquanta. Perché una voragine? Difficile dirlo: ipotetiche fogne? Avvallamento nel quale far brillare eventualmente gli ordigni inesplosi? Potrebbero anche essere inesatte le date delle foto dei ricognitori RAF (ulteriori bombardamenti successivi agli scatti) e allora bisognerebbe studiare i crateri.

Certo, si potrebbe effettuare uno scavo “per la scienza”, a fondo perduto: scavi, studi sulle epoche e verifica della stratificazione e dell’importanza dell’area nei diversi periodi. Dobbiamo ottenere dei dati per studiarlo a fondo, magari scoprendo che l’Anfiteatro ha avuto importanza soprattutto nel periodo gallico o nell’alto medioevo. Ma se l’approssimazione può andare bene al turista, non è accettabile da parte del professionista: ci sono commistioni di epoche anche nei nostri musei e nelle ‘nostre’ ricostruzioni multimediali e dipende se si vuole mettere in campo archeologia seria.

Se fossimo realmente furbi, avremmo valorizzato in modo complessivo e intenso la Rimini romana e quella medievale, le mura maltestiane e Cagnacci, come gli scavi altomedievali sotto al Supercinema, Santa Colomba e la casa del Quattrocento dietro la Pizzeria del Secolo [via Gambalunga]  completamente demolita senza che nessuno muovesse un dito: abbiamo domus ovunque, il teatro romano mai valorizzato, il Palazzo Lettimi ancora diroccato, il Convento di San Francesco con i piccioni…

Nel proporre un progetto serio di riemersione di un bene culturale sepolto, è quindi fondamentale:

  1. guardare il contesto monumentale globale del sito dall’epoca preistorica ad oggi
  2. verificare come il tessuto dei beni culturali si dipana per la città
  3. contestualizzare la fruizione urbanistica odierna di quei beni culturali
  4. decidere rigidamente le priorità di restauro sulla base delle risorse finanziarie
  5. pianificarne la fruizione dal punto di vista turistico ed economico
  6. solo quando hai soddisfatto i punti precedenti puoi avviare l’emersione del bene

… altrimenti l’operazione si rivelerà la classica “cattedrale nel deserto”.

Attualmente il nostro Anfiteatro sta benissimo: è sepolto e, quindi, conservato perfettamente (per la parte che ancora esiste, o probabilmente esiste). Non puoi avviare uno scavo solo perché qualcuno ha manifestato il capriccio di voler vederne una porzione (quale? come? cosa?) emersa, con tutti i rischi e le esposizioni di cui sopra. Non tiri fuori il corredo della bisnonna perché il nipotino vuole vederlo: se lo estrai ed è corroso dalle tarme devi restaurarlo, non puoi ignorare i danni e richiudere il baule: a quel punto devi coinvolgere i veri professionisti (architetti, archeologi, etc.) per effettuare un intervento ponderato e competente. Chi sostiene “avviamo uno scavo archeologico”, sa quanti soldi costa e quante figure professionali coinvolge un progetto del genere? Quanto tempo richiede?
Ma soprattutto: quali sono le competenze specifiche di coloro che diffondono “a salve” proclami del genere?

In definitiva, soprattutto in archeologia vale quell’eccellente massima che gira attualmente sui social network: “Se pensi che affidarsi a un professionista sia costoso, è perché non hai idea di quanto può costare affidarsi a un dilettante”.

Eratosteno archeologo

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