Il primo staff del Pic Nic
Il primo staff del Pic Nic

Se è vero che “le strade del Signore sono infinite”, quelle dell’ormai leggendario ristorante Pic Nic di Rimini sono altrettanto imperscrutabili e permeate di curiosa ed eterogenea predestinazione.

Maurizio Bellini nasce a Bologna il 28 luglio 1941. Nipote e figlio d’arte (il nonno è cuoco e i genitori gestiscono diversi ristoranti nelle stazioni ferroviarie emiliane – San Giovanni in Persiceto, Poggio Rusco, Finale Emilia), giovanissimo inizia a lavorare nei migliori ristoranti felsinei (Zampieri, Pappagallo) trasferendosi regolarmente a Rimini, d’estate, per “fare la stagione” presso i locali più conosciuti dell’epoca: trascorre il biennio 1962/63 all’Embassy e quello successivo al Sombrero. In quell’anno, proprio nel negozio di parrucchiera a fianco del locale di Viale Vespucci, conosce Gabriella Masini, che diventerà sua moglie e motivo del trasferimento definitivo in Riviera.

Nell’autunno del 1965 Maurizio cerca, quindi, un locale per avviare una nuova attività in proprio; passeggiando per via Tempio Malatestiano, nota un vano interessante all’angolo con via Giordano Bruno utilizzato dalla ditta Vincenzi come deposito per le stufe, di fronte al neonato Palazzo Fabbri: il 26 dicembre di quell’anno, proprio nello stesso angolo ormai conosciuto da tutti, nasce il Pic Nic. Il curioso nome scelto dal giovane Maurizio è ispirato al ricordo bolognese di un noto locale vicino all’Ospedale Rizzoli, ma soprattutto suggerito dal fatto che, nel 1965, l’imposta pubblicitaria si paga in base al numero di lettere presenti nell’insegna: quella strana e memorizzabile parola straniera è, al tempo stesso, anche breve e, quindi, economica. Nessuno ancora lo sa, ma farà tanta strada.

L’arredamento è semplice, oggi lo definiremmo “country”, poiché prevede la predominanza del legno e di elementi rustici che lo fanno vagamente assomigliare a un saloon. Anche questa scelta è ispirata sia da un ricordo bolognese di Maurizio, precisamente da un altro ristorante vicino alle Due Torri, sia dal massimo contenimento dei costi.

A quel tempo, nel Centro Storico di Rimini, non ci sono veri e propri ristoranti-pizzerie: la concorrenza è rappresentata, infatti, soprattutto da “Gnaf”, in via S. Michelino in Foro e dal ristorante “Europa” vicino alla stazione, ma sono locali di un altro livello. Caso a parte la pizzeria-rosticceria “Da Gianni”, in Vicolo Gomma, gestito da quel Gianni Nicolò che Maurizio aveva conosciuto a Bologna e che precedentemente aveva gestito la Tavola Calda dell’Embassy, dove aveva lavorato lo stesso Maurizio proprio su invito di Nicolò.

Le grandi storie, quelle che durano almeno mezzo secolo, non possono essere così semplici: devono contenere qualche episodio a cavallo tra caso e necessità per diventare realmente esemplari… ed è così che dopo soli due anni, nel 1967, Maurizio decide di vendere il Pic Nic e tornare a Bologna. La vita grigia e sonnolenta dell’inverno in Riviera non fa per lui ed è proprio per questo che anche il Pic Nic è nato ma crescerà e vivrà sempre nel Centro Storico. In questo periodo, infatti, Maurizio intraprende anche una breve esperienza vicino alla spiaggia, a Torre Pedrera, con un ristorante omonimo di quello presente in via Tempio Malatestiano, ma l’andamento incostante degli affari stagionali – pochi clienti in giugno e settembre, caos a luglio e agosto – non soddisfa pienamente le aspettative commerciali. Intanto, nonostante passi il tempo, il locale di Rimini non riesce ad essere venduto. Maurizio, non potendo mantenere attivi due locali contemporaneamente, decide di abbandonare il ristorante al mare e tentare nuovamente l’avventura in via Tempio Malatestiano.

Nel novembre 1967, su segnalazione di un grossista di ortaggi, si presenta Benedetto “Berto” La Maida, classe 1944, che diventerà l’altra “faccia” storica del ristorante, il socio “occulto” (in quanto, come un esperto alchimista, “Bertino” vive la professione sempre all’interno della cucina, moderno laboratorio). Originario di Teggiano (Salerno), ma trasferitosi con la famiglia a Rivabella nel 1948 poiché il padre, fattore, necessita di una casa colonica con stalla annessa per la movimentazione degli animali da rivendere stagionalmente, facendo la spola tra la Lucania e Rimini, Benedetto cresce giocando e aiutando i genitori tra la ferrovia e le paludi vicino al cimitero comunale; proprio la vendita dei terreni al Comune di Rimini alla fine degli anni Sessanta, destinati all’allargamento della struttura, permette ai La Maida l’acquisto di un albergo, che dovrà rappresentare il futuro professionale dei figli e, in particolare, di Benedetto, esperto commesso nei generi alimentari; ma la gestione alberghiera non fa per lui e lo scopre molto presto. Già nell’inverno 1967, infatti, Benedetto decide di sperimentare una nuova esperienza stagionale nella ristorazione e, appunto, grazie all’intercessione di un commerciante fornitore comune, conosce Maurizio Bellini e inizia a frequentare la cucina del ritrovato Pic Nic, dove osserva attentamente all’opera – carpendo e assimilandone perfettamente segreti e ricette – il titolare, Marco Mazzetti e la cuoca Maria. Ed è in quegli anni che, per una strana e imperscrutabile evoluzione, il suo nome di battesimo viene progressivamente modificato nel curioso soprannome Bertino che, a tutt’oggi, induce gli avventori a supporre che Benedetto, in realtà, si chiami Roberto. Misteri della popolarità, come le grandi star della musica leggera.

È allora che Berto conosce le poche ma ormai solide proposte del menu, fatto di portate selezionate e apprezzate ormai in tutta la città. I primi storici risentono inevitabilmente della tradizione bolognese introdotta da Maurizio: tortellini alla panna, maccheroncini pasticciati (poi ribattezzati con un nome ormai epico per i buongustai riminesi: “Delizia”), gramigna con la salsiccia; in un secondo momento arriveranno gli altrettanto famosi rigatoni alla boscaiola, abbinati ai tortellini e ai maccheroncini nel leggendario “tris”, servito in un curioso piatto a settori. I secondi sono altrettanto centellinati e selezionati: carne alla pizzaiola, goulasch con polenta, involtini con piselli, salsiccia con fagioli e tonno, fagioli con cipolla. Non a caso le proposte storiche, oggi come ieri nonostante l’evoluzione e l’espansione dell’offerta, rimangono tra le più richieste: segno di qualità e fama costante nel tempo. E poi ci sono le pizze, poche e classiche, allineate all’essenziale offerta dell’epoca. Assieme a loro e attorno a Maurizio Bellini, in quell’ultimo mese del 1967, in sala lavorano anche Sauro e Franco. Poi ci sono Bruno, Luigi, Claudio e Giovanni.

Berto si ambienta perfettamente nel nuovo contesto e decide di intraprendere una carriera che non sia solo stagionale, lasciando l’albergo nelle mani del fratello dopo soli pochi mesi. Nel 1970, Marco Mazzetti, fresco di matrimonio con la figlia di un noto ristoratore riminese, decide di lasciare il Pic Nic per aprire una propria attività: è venuto così il momento per Maurizio di coinvolgere Berto direttamente nella società, creando le premesse per una delle coppie di ristoratori più note e proficue della Città, inossidabile ai bisticci e agli inevitabili contrasti e capace di guardare sempre avanti. L’ascesa, dal quel momento, è infatti irresistibile: all’inizio degli anni Settanta il marchio “Pic Nic”, oltre alla sede storica di via Tempio Malatestiano, lo si può rintracciare a Marina Centro all’angolo tra viale Trieste e viale Dandolo e a Riccione, di fronte al Palazzo del Turismo, entrambi in versione “self-service” (una soluzione veloce ed economica, ma sempre di alta qualità, che propone le portate a prezzi di poco superiori al costo di un panino dell’epoca, adatte anche all’asporto in spiaggia), purtroppo talmente in anticipo sui tempi e troppo dispersivi – dal punto di vista gestionale – da interrompersi inspiegabilmente dopo pochi anni. Contemporaneamente vengono acquistati anche il Green e il Blue Bar, sempre nella “Perla Verde”, per differenziare l’offerta enogastronomica e la clientela di riferimento. Anni dopo, alla cessione dei locali riccionesi verrà invece acquistato il Bar Cavour, situato nell’omonima piazza riminese.

La sede di via Tempio Malatestiano sta diventando progressivamente e parallelamente nota, nel fine settimana, per la ristorazione da asporto: sono tanti i clienti che vogliono godere della qualità e dell’offerta dal Pic Nic anche a casa propria, magari per celebrare una ricorrenza o una festività. Ed ecco che dietro al banco vengono confezionate con cura vaschette in alluminio che garantiscono ai clienti il trasporto, anche nelle zone limitrofe alla città, garantendo il mantenimento della temperatura e un pasto di qualità anche in ambito domestico, offrendo risparmio e comfort. Il servizio di asporto del Pic Nic è talmente rinomato da rappresentare, in un certo periodo storico, addirittura un surrogato di “catering” per alcune aziende di grandi dimensioni, che commissionano a Maurizio e Berto decine di pasti monoporzione da consegnare direttamente in sede a un orario prestabilito, per i quali viene utilizzato un apposito furgone Nissan.

E intanto passano gli anni e il Pic Nic cresce, sia in fama sia in dimensioni, diventando uno dei locali più noti del centro storico ed espandendosi, in estate, con un suggestivo giardino all’aperto sino alle diroccate propaggini del Palazzo Lettimi, antico edificio gentilizio irrimediabilmente deturpato dai bombardamenti e una delle ferite della Seconda Guerra Mondiale rimaste aperte, nonostante i decenni trascorrano inesorabili e apparentemente immobili. Proprio nell’area affacciata sul giardino accadrà uno dei pochi episodi “non felici” della sua storia: una mattina, Berto è solo in cucina e sta preparando l’impasto per la pizza. A un tratto la gente in strada, allarmata, lo avvisa della presenza di fumo denso che si sprigiona dalle tende esterne: c’è stato un corto circuito, le coperture in vetroresina hanno preso fuoco; i muri si anneriscono, arrivano i pompieri, l’area estiva è temporaneamente inagibile ma, anche in questo caso, i protagonisti non si perdono d’animo e il ristorante continua a lavorare solo nelle zone interne, come se niente fosse.

Uno dei motivi del travolgente successo popolare del locale, oltre all’atmosfera informale e alla costante qualità gastronomica, è l’assunzione del Pic Nic a ‘baricentro’ della vita mondana, sportiva e studentesca riminese; è facile, infatti, rintracciare e riconoscere, tra i clienti abituali, interi consigli comunali reduci da sfibranti sedute, esponenti delle redazioni giornalistiche locali, gruppi di giovani in procinto di andare al cinema, intere tavolate di classi medie superiori, ma soprattutto volti noti tra gli appassionati di pallacanestro e pallamano. La connotazione prettamente cestistica del locale è tuttora testimoniata dalle numerose fotografie storiche appese alle pareti, che spaziano dalle immagini istituzionali delle squadre maggiori di serie A sino alle sponsorizzazioni del locale alle manifestazioni cittadine più sentite, come il mitico Palio svoltosi tra le altrettanto mitiche pareti dell’ex-Teatro.

È poi facile scorgere casualmente amici, colleghi, clienti, intellettuali e professionisti; (ri)trovarsi in una cena aziendale e istituzionale; per spegnere le proprie candeline o per porgere gli auguri di una importante ricorrenza o festività. Il Pic Nic, al pari dei luoghi pubblici assurti a crocevia delle compagnie e degli incontri, è ormai uno dei locali riminesi per eccellenza, immutabile e confortante per quantità e qualità, su cui puoi fare affidamento come la cucina della mamma.

Il tempo passa, le mode svaniscono, ma il Pic Nic resta.

Da cinquant’anni e innumerevoli volti, riconoscibili oggi poiché somiglianti a quelli dei padri, degli zii, dei nonni, seduti vicini, magari sempre allo stesso tavolo.

Nicola
luglio 2015

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Una replica a “Il “Pic Nic” resta”

  1. Sottoscrivo tutto quello che hai scritto, con l’aggravante (anagrafica) di averlo totalmente vissuto in prima persona, con il privilegio di avere personalmente conosciuto tutti i dipendenti citati, averne sopportato quotidianamente gli sfottò scalpitando per poter andarmeli a prendere. Maurizio era un grande amico di famiglia, tutti i locali che ha aperto li raccontava in anteprima alla mia famiglia e ad ogni inaugurazione il tavolo di Coppola & Picchio era in posizione di privilegio. E’ stato un grande privilegio conoscerlo, frequentarlo anche fuori dall’ambito del suo lavoro, lascia un vuoto uno sgomento che non riesco a descrivere, posso solo descrivere il suo sorriso che conquistava chiunque……………. da ieri non è più come prima

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