“Sa tót chi tatànai!”

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Pubblicato la prima volta il 29 Settembre 2015 @ 00:00

“Cosa ci hanno lasciato” di Grazia Nardi
Vocabolario domestico: “Sa tót chi tatànai!”

Un commento dispregiativo ed infastidito verso l’eccesso di ninnoli, cianfrusaglie, soprammobili, cazzabubboli che inondavano certe case, secondo il gusto personale dei padroni di casa. Siamo entrati negli anni Sessanta, “a sèmiè un pas avènti”. Non certo nella ricchezza, ma un bel passo avanti rispetto la miseria degli anni ’50 e, non a caso, in società debuttano i nuovi simboli: frigorifero e televisore. La casa passa dai mobili essenziali di prima necessità ad un abbozzo di arredo. Arriva la “cucina americana” con i pezzi sopra e sotto in sostituzione della “credenza” e fa la sua trionfale apparizione la plastica, dapprima accolta con grande diffidenza, perché “cundì la pasta” nella terrina di plastica non dava grande affidamento mentre migliore accoglienza fu riservata ai secchi, bacinelli e mastelli che “e’ mènc in sé spaca e in fa la rózna!”. Scompaiono le borse di paglia che servivano per la spesa, il manico di legna della scopa e la saggina, la latta dei giocattoli, il catino di smalto e al loro posto: plastica, tutta plastica.
Non di meno e non a caso entrano nei tessuti le prime fibre sintetiche. Chi, della nostra generazione, non ricorda le gonne a piega in terital? E così le “calze fine” di nylon diventeranno indumento comune in sostituzione di quelle, carissime, di seta: nylon che inquinerà le fibre naturali, lana, cotone, lino… che da quel momento diventeranno “mes-cie” (miste), certamente meno costose ma, come diceva, la Elsa “a gli è giazi d’invernè e li fa póza ad sudór d’istèda”… per non dire delle “scintille” che sprigionano quando ci si sveste.

E, novità assoluta che sigla anche un cambiamento di stile di vita, arriva la “sala da pranzo”, vale a dire si passa da una cucina fulcro di tutta la vita che si trascorreva in casa ad eccezione del tempo dedicato al sonno, alla separazione dei momenti: il luogo dove si preparano i cibi, dove “si sporca”, per il tempo necessario, dove ristagnano gli odori e quello, sempre in ordine, dove ci si ferma solo per pranzare anche se, per molti anni, la “sala” sarà riservata solo ai giorni di festa ed a pranzi e cene con ospiti di riguardo. Per il resto si continuerà a mangiare in cucina, su quel tavolo che, sparecchiato, sarà protetto – c’è bisogno di dirlo? – da una tovaglia di plastica.
Dunque la sala da pranzo, quella col buffet e contro buffet ai lati delle pareti ed almeno uno sormontato dallo specchio, il tavolo lungo ed ovale, coi piani ricoperti da vetro affumicato appoggiato sul feltro,il legno lucido, le gambe tornite, gli sportelli chiusi con la chiave dorata, le vetrinette coi vetri scorrevoli, le sedie con la spalliera alta ed lavorata, il sedile imbottito che per lo più su lasciava avvolto nel cellophane, “isé un s’arvèina”. Progredendo nella condizione economica apparirà nell’angolo il “giradischi”, di quelli incassati nel mobile e, per le donne capaci di farne uso, la macchina da cucire (Necchi, Singer).

Ecco allora i “tatanai” che su tutti quei mobili trovano spazio in abbondanza e davano anche risposta ad un’atavica esigenza, quella “c’un sé bóta via gnìnt”. Così vengono conservate e posizionate sui vari piani tutte le bomboniere ricevute, stessa sorte per i souverirs e, fra tutti, i paesaggi racchiusi nella pallina di vetro che capovolta si riempiva di fiocchi di neve. Non c’è casa che non abbia le statuine in gesso come quello della madonnina che veniva affissa nella parete della camera da letto, sopra la spalliera o la statuina degli angoletti che cambiavano (si diceva) colore a seconda delle condizioni metereologiche. E non mancava mai un vaso a forma di cavallo che si riempiva, ahimè, dei primi fiori di… plastica! C’era gara a chi realizzava i centrini più belli con l’uncinetto mentre nelle vetrinette, accanto al servizio “buono” delle tazzine orlate in oro, quello coi bicchierini da liquore, venivano collocati anche pezzi “unici” residui di vecchi servizi di famiglia, una tazza, una teiera, bicchieri spaiati. Ma insieme ai “tatanài” non mancavano i “taca só”, espressione che stava indicare tutto quello che finiva appeso sulle pareti, foto dei parenti e/o dei propri miti politici, riproduzioni di dipinti, gagliardetti, trofei, i primi disegni dei figlioletti.

A parte il naturale evolversi del gusti, sarà la televisione che portando in ogni casa, la casa di altri, modificherà gli stili di vita ma il gusto per i “tatanai”, se ce l’hai, rimane per sempre.

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