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Nella scorsa puntata abbiamo visto che ci sono parole che come vocale accentata hanno ‘ì’ nella maggior parte dei dialetti romagnoli e delle parlate riminesi, ma hanno ‘é’ nella parlata più tipicamente urbana di Rimini. Ad esempio «chiesa» è ‘cìša’ quasi dappertutto in Romagna, ma è ‘céša’ a Rimini. E parimenti vi sono parole che come vocale accentata hanno quasi dappertutto ‘ù’, mentre a Rimini hanno ‘ó’. Ad esempio «fuori» è ‘fùra’ quasi dappertutto, ma è ‘fóra’ nella parlata urbana di Rimini. Ora vorremmo cercare di capire le ragioni di questa differenza. Anche in questo caso, com’è già accaduto in passato, bisogna fare un passo indietro, e allargare un po’ il discorso.

Prendiamo la parola «scuola» dell’italiano. Essa deriva dal latino SCHOLAM. Chi ha studiato un po’ il latino sa che questa lingua aveva vocali lunghe e brevi. I Romani di solito scrivevano la propria lingua senza distinguere la quantità delle vocali, ma la O di SCHOLAM era breve, ed era ben diversa da quella lunga. Le popolazioni incolte che parlavano il latino per lo più non sapevano né leggere né scrivere, e non si lasciavano condizionare dalla grafia ambigua, ma si basavano unicamente sul proprio orecchio, per cui la O breve e quella lunga nella lingua parlata seguirono due sviluppi diversi: la O breve nel latino volgare divenne Ò, mentre quella lunga divenne Ó. E siccome in SCHOLAM la O era anche accentata, nel latino volgare questa parola divenne SCÒLA. Ora, questo esito si conserva ancora oggi in molti dialetti dell’Italia centrale (ad esempio nel romanesco), e ‘scòla’ si trova anche nei dialetti riminesi. Perché allora in italiano si dice «scuola»?

La ragione è che in un’epoca che dev’essere stata molto remota in gran parte dell’Impero si diffuse la tendenza a sostituire la Ò con UÒ. Questa tendenza non fu mai sistematica, ma “colpì” certe parole e non altre, con una notevole variabilità geografica, per cui a distanze relativamente brevi la stessa parola si poteva trovare con Ò oppure con UÒ. Nella lingua italiana letteraria a lungo andare si sono imposte quasi sempre le varianti con «uo», ma le varianti con «o» si mantengono a livello regionale, oppure in testi antichi e/o poetici. Ad esempio consultando il Vocabolario Treccani alla voce «scuòla» leggiamo che esiste anche la variante «scòla», che è popolare o poetica.

Il ragionamento che si è fatto fin qui per «scuola» si può ripetere per molte altre parole. Ad esempio da NOVUM, BONUM, FOCUM, ROTAM, HOMO, COR, SOLA, SOROR, COQUUM, OVUM nel latino volgare si ebbero originariamente gli esiti NÒVO, BÒNO, FÒCO, RÒTA, ÒMO, CÒRE, SÒLA, SÒRA, CÒCO, ÒVO. Tutte parole che oggi in italiano hanno «uo» («nuovo, buono, fuoco…»), ma si conservano con la Ò originaria in molti dialetti dell’Italia centrale (basti pensare al romanesco), e i buoni dizionari riportano anche queste varianti, come popolari o antiche, o poetiche, eccetera. Più complicato il caso di «fuori», che in latino aveva le due varianti FORIS e FORAS, da cui si ebbero originariamente FÒRI (o FÒRE) e FÒRA, e da qui FUÒRI e FUÒRA. Tutte queste varianti, al solito, si trovano qua e là nei dialetti dell’Italia centrale e nella letteratura antica, ma nella lingua letteraria ha finito per imporsi «fuori». Ci sono poi le voci verbali. Limitandoci alle terze persone singolari dell’indicativo presente, dal latino COQUIT, DOLET, MOVET, si ebbero CÒCE, DÒLE, MÒVE, divenuti poi «cuoce, duole, muove» nella lingua letteraria.

Ci sono anche delle parole che nella lingua letteraria hanno mantenuto la Ò originaria. Ad esempio da IOCUM, FILIOLUM, FILIOLAM si sono avuti originariamente GIÒCO, FIGLIÒLO, FIGLIÒLA, e ancora oggi in italiano si dice «gioco, figliolo, figliola». È pur vero, però, che i dizionari più completi ci informano che esistono anche le varianti letterarie «giuoco, figliuolo, figliuola», che forse sono state accantonate per non appesantire troppo la grafia.

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Dobbiamo dunque tenere presente che molti secoli fa c’erano tutte queste parole per le quali si alternavano, nello spazio e talvolta anche nel tempo, le varianti con Ò e con UÒ.

Poi col tempo intervennero anche altri cambiamenti. Ho già detto che i dialetti dell’Italia centrale sono fra i più conservativi, tanto che le suddette parole si trovano ancora oggi quasi immutate, nonostante sia passato più di un millennio. Invece altrove i cambiamenti furono rilevanti.

Diciamo, innanzi tutto, che nella parte dell’Impero che include l’Italia settentrionale (indicativamente al di sopra degli Appennini) e l’area occidentale (fino alla Spagna) alcune consonanti, venendosi a trovare fra due vocali, cambiarono. In particolare le consonanti T e C divennero D e G. Dunque le varianti RÒTA e RUÒTA in quest’area divennero RÒDA e RUÒDA; FÒCO e FUÒCO divennero FÒGO e FUÒGO; CÒCO e CUÒCO divennero CÒGO e CUÒGO; e CÒCE e CUÒCE divennero CÒGE e CUÒGE.

Poi cambiarono anche i due esiti della O breve latina, cioè Ò e UÒ. Si pensi ad esempio allo spagnolo, dove al posto di UÒ oggi troviamo ‘ue’, per cui FUÒGO è diventato ‘fuego’. In alcune lingue le trasformazioni sono state ancora più ampie, e talvolta può essere difficile riconoscere i due sviluppi originari, ma resta il fatto che nella maggior parte delle lingue che derivano dal latino l’antica O breve dà in genere due esiti, e da qui si capisce che uno dev’essere l’esito di Ò, e l’altro l’esito di UÒ.

Nella maggior parte dei dialetti romagnoli l’antica Ò si è chiusa, ed è diventata ‘ó’, oppure un dittongo che potremmo scrivere ‘óa’ (ma solitamente lo si scrive ‘ô’). Questo non è accaduto nella parte sud-orientale della regione, indicativamente al di sotto del Marecchia. Qui infatti l’antica Ò si è conservata, come in gran parte dell’Italia centrale. Così nel dialetto riminese le antiche parole volgari SCÒLA, RÒDA, SÒLA, SÒRA si sono mantenute pressoché immutate: ‘scòla’, ‘ròda’, ‘sòla’, ‘sòra’. Poi ci sono le parole che avevano come vocale finale non accentata una vocale diversa da A, e questa è caduta, per cui da NÒVO, BÒNO, CÒRE, ÒVO, si sono avuti gli esiti ‘nòv’, ‘bòn’, ‘còr’, ‘òv’. E dalle voci verbali EL DÒLE e EL MÒVE (ho aggiunto l’antica particella pronominale EL, che nei dialetti romagnoli nel frattempo è diventata “obbligatoria”) si sono avuti gli esiti ‘e dòl’ e ‘e mòv’.

Per altre derivazioni bisogna tener conto anche delle trasformazioni consonantiche. Ho detto che CÒCE divenne CÒGE, ma poi la G fra due vocali subì altre trasformazioni, e oggi nel riminese abbiamo ‘š’, per cui «(lui) cuoce» si dice ‘e còš’. Poi c’è il caso di FIGLIÒLA: la I non accentata è caduta, GL(I) è diventata J (seguendo la grafia dell’italiano la scriviamo I, ma non è la stessa cosa), e così oggi si ha ‘fiòla’.

Come dicevo, le cose vanno diversamente nei dialetti al di sopra del Marecchia (confine vagamente indicativo: ora non scendo nei particolari della distribuzione geografica), dove l’antica Ò si è chiusa. Basta arrivare a Santarcangelo e già al posto di ‘scòla’, ‘ròda’, ‘còr’ eccetera si trovano ‘scóla’, ‘róda’, ‘cór’ eccetera, con la ‘o’ chiusa. Si consideri, a questo proposito, che a Rimini ‘sòra’ significa «suora», ma ‘sóra’ significa «sopra». E siccome a Santarcangelo l’antica Ò si è chiusa, abbiamo ‘sóra’ che significa «suora» a Santarcangelo e «sopra» a Rimini (questo ovviamente non significa che a Santarcangelo le due parole siano uguali, perché nel santarcangiolese anche l’antica Ó è mutata, per cui «sopra» si dice ‘sòura’).

È evidente che tutte queste parole, che ancora oggi hanno ‘ò’ nel dialetto riminese, avevano Ò già nell’antico latino volgare. A questo punto non è difficile capire cosa possa essere successo alle parole che hanno un esito diverso da ‘ò’, ma di questo parleremo nella prossima puntata.

Davide Pioggia

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