Per puro caso qualche giorno fa abbiamo scoperto su Internet una “lettera aperta” pubblicata da un fantomatico “30enne riminese” su www.inter-vista.it/articoli/item/1595-ripendiamoci-il-presente-un-30enne-che-non-vuole-affogare-nella-nostalgia della quale ci ha particolarmente colpito il passo:

“…Non è bello stare sempre a parlare del passato, anzi quando si inizia a parlare troppo del passato vuol dire che c’è un presente che non ha nulla da dire, non ha niente che emoziona, non è il punto di partenza da cui si può spiccare il grande salto, il punto di partenza per un cammino verso il futuro. Non vogliamo morire di una nostalgia per qualcosa che non abbiamo nemmeno mai vissuto! E poi a volte la nostalgia è come il fritto, rende tutto più buono”.

Premesso che non è molto educato scrivere lettere senza firmarle né renderne partecipe uno dei soggetti cui ci si riferisce apertamente (si menziona più volte “Rimini Sparita” ma, come dicevamo, noi abbiamo intercettato il documento sfogliando distrattamente Google), ci piacerebbe far comprendere una volta per tutte – soprattutto ai lettori distratti – quanto non c’entri l’onnipresente e (pre)supposta “nostalgia” con la nostra Associazione, che peraltro l’articolo indica apertamente con finalità “storico-culturali”. Ergo “Rimini Sparita” non ha finalità “nostalgiche”: la storia può infatti divenire nostalgia, ma non può avvenire il contrario.

“Nostalgia”, lo ripetiamo spesso, è un termine rassegnato, anacronistico (per definizione) ed emotivamente malinconico. Noi, modestamente, tentiamo invece di parlare del passato in senso prettamente storico, cercando – pur con i nostri oggettivi limiti di semplici appassionati a tempo perso – di trasmettere informazioni e immagini che parlino della grandezza di personaggi e luoghi della nostra comunità e utilizzando media accessibili e gratuiti.

Comprendiamo come appaia pericolosamente semplice (ovvero riduttivo) definire tutte le notizie che riguardano il passato in senso lato “nostalgia”, anche perché in questo modo si toglie automaticamente quell’irritante patente di “storico” all’interlocutore (indipendentemente dal livello espresso e dai canali utilizzati per la divulgazione, “fare storia” appare sempre un azzardo ai più). E se l’età media della nostra Redazione è 40 anni, appare quantomeno singolare che tale “nostalgia” si riferisca a fatti accaduti spesso oltre un secolo fa, anche in ambiti (nobiliari o borghigiani) a noi alieni per genealogia: non è che forse questi quarantenni, agglomeratisi assieme ad altre migliaia di persone appassionate, vorrebbero partire dal patrimonio storico proprio per non affogare nel presente – quel presente che, contaminato dalle troppe “nostalgie” sino a diventare vacuo, si è dimenticato ciò che siamo stati oltre 50 anni fa – e che il punto di partenza sia proprio rappresentato dalla Storia e dalle Storie?

Cosa c’è di male o di strano nella Storia? Perché non se ne parla praticamente più e la si liquida, laddove possibile, sempre e solo come “nostalgia”? La Storia è una linea che parte da un punto per proiettarsi all’infinito, la Nostalgia un semplice segmento fine a se’ stesso.

Sfogliando le nostre pagine – visibilissime a chiunque – si nota che gli anni Ottanta del Novecento compongono solo una piccola parte della nostra attività e che una fotografia del Teatro Galli del 1860 è capace di catalizzare 94 “mi piace” e 22 commenti appassionati: abbiamo la pretesa di ritenere questa partecipazione certamente non semplice “nostalgia” ma sensibilità estetica, storica e artistica e, soprattutto, senso di appartenenza alla comunità, che si espleta anche attraverso una semplice approvazione o annotazione scritta e condivisa.
Lo stesso Autore della “lettera aperta” cade nel medesimo errore: pur rinnegando la presunta “nostalgia”, si spinge nel passato solo sino agli onnipresenti anni Ottanta per estrarre casi emblematici di tensione culturale locale, negando – appunto – qualsiasi riferimento storico regresso, ben più importante, da noi citato. Siamo allora tanto ossessionati dal passato da non riuscire a vivere il nostro tempo? Noi semplicemente riteniamo, come affermava qualcuno, invece che “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente”.

Proprio nei marosi dell’incertezza presente una solida zattera ci viene offerta da una maggiore coscienza di ciò che siamo stati: la nostra piccola e modesta missione è proprio quella di mettere insieme i tronchi per navigare lontano.

Nicola

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *