La costa romagnola è irrecuperabile

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Grattacielo Milano Marittima

Pubblicato la prima volta il 21 Marzo 2019 @ 16:04

«Lungo la costa romagnola occorre distinguere, prima della sciagura della pianificazione urbanistica del dopoguerra, il grande patrimonio storico delle colonie marine, le grandi strutture alberghiere (grand-hotel) e l’architettura minore, piccolo borghese, dei villini. Edifici che sono in parte illustrati anche nelle varie storie dell’architettura italiana, dentro alcuni articoli di storia dell’arte e all’interno di varie riviste del tempo, specializzate e non».

Perché considera una sciagura per la costa romagnola la pianificazione urbanistica del dopoguerra?
«È stata una sciagura, non perché vi erano dei cattivi architetti o urbanisti, ma perché la costa romagnola del dopoguerra è diventata una periferia, è stata cioè pianificata come una periferia di una città, saldando tra loro i piccoli e i grandi centri turistici senza soluzione di continuità. È sicuramente interessante esaminare il piano regolatore del Comune di Ravenna redatto da Vittorini all’inizio degli anni ’70. Nonostante Vittorini sia un professionista di fama nazionale, preparato, sicuramente molto attento, tecnicamente fra i più avvertiti, nella previsione della volumetria complessiva non conteggia quella turistica. Si era cioè sull’onda della crescita industriale, erano momenti in cui le questioni ambientali si ponevano di secondaria importanza rispetto l’obiettivo di definire un ordine di crescita, chiaro e continuo, seppur contenuto, attraverso la pianificazione urbanistica».

Con l’esempio di Ravenna introduce una questione molto interessante, che contraddistingue il dibattito architettonico e urbanistico degli anni sessanta sull’urbanizzazione delle coste italiane: come coniugare lo sviluppo edilizio-turistico con la salvaguardia dell’ambiente costiero. Ne parla “URBANISTICA” nel 1958 “CASABELLA” nel 1954 con due numeri monografici, e “ITALIA NOSTRA” con un convengo nel 1963. I più illustri architetti e urbanisti italiani si trovano nel dibattito a denunciare la cementificazione dei litorali perpetrata sino a quel momento, contemporaneamente si rendono responsabili di lottizzazioni e interventi che negano la salvaguardia ambientale e paesistica dei vari ambiti costieri. Sulla costa romagnola L. Quaroni nel 1962 redige il PRG di Ravenna prevedendo l’urbanizzazione di 1440 ha di litorale per una volumetria complessiva di 20.000.000 MC.
«Probabilmente negli anni ’60 Quaroni non faceva i calcoli della volumetria, che sono stati introdotti successivamente. In quegli anni si redigevano i piani pieni di macchie colorate e venivano indicati solo gli indici fondiari che erano ancora quelli dei piani di ricostruzione. Sull’aspetto della tutela ambientale è emblematico l’esempio del grattacielo di Milano Marittima. Fu il primo grattacielo costruito sulla costa, realizzato da imprenditori bolognesi e pubblicizzato sulle riviste d’architettura. Si è voluto con questo intervento realizzare un edificio in altezza, concentrando tutta la volumetria in un punto ai fini di salvaguardare la pineta: il grattacielo fra gli alberi. È palese la contraddizione fra edificazione e rispetto dell’ambiente. Importante in quegli anni era costruire metri cubi di cemento per la gente, cioè incrementare il turismo di massa, il resto passava in secondo piano».

Quindi è l’incremento delle presenze turistiche e la rendita fondiaria che guidano la crescita edilizia sulla costa romagnola nel dopoguerra. Già allora si chiedevano piani urbanistici adeguati e oggi c’è chi sostiene che le città costiere si trovino nelle condizioni attuali anche per una mancata politica urbanistica. Ritiene che attraverso l’adozione di più oculati strumenti urbanistici si sarebbe potuto contenere lo scempio edilizio?
«No, lo scempio si sarebbe verificato in tutti i modi. A mio parere lo scempio continua a essere presente. Non è vero che l’edificazione sulla costa oggi si sia bloccata attraverso gli attuali piani urbanistici. La costa continua ad essere scempiata con “Aquafan” vicino l’autostrada di Riccione, o “Atlantica”, probabilmente su vincolo cimiteriale, a Cesenatico o con altre demenzialità simili.
Siamo tutt’oggi in presenza di piani, progetti, strumenti che continuano a pianificare lo scempio. I piani cosiddetti della seconda generazione non hanno mutato la volumetria rispetto quelli precedenti, ma solo la tipologia costruttiva. Si sono adeguati al mercato immobiliare che chiedeva case più basse invece dei grattacieli, senza mutare il modo di pianificare i sistemi di intervento su zone estremamente qualificate. Piani che attraverso un generico retino colorato, indicante la destinazione a zona alberghiera, consentivano di ritagliare lotti da edificare da aree coperte a pini sulle quali insisteva e si identificava la costruzione alberghiera. È il caso dell’hotel “Mare-Pineta” a Cervia. Io credo perciò che lo scempio sia pianificato da 35 anni a questa parte e continui tutt’oggi a essere pianificato. Vi sarà ancora una pseudoevoluzione per adeguare il turismo degli anni tangenti al duemila alle esigenze ambientali. Si realizzeranno parchi. Ma quale parco? Il parco del Delta. Forse prima Millenium o Standiana Tecnopark».

Nel dopoguerra sulla costa romagnola si impone la cosiddetta cultura del turismo di massa caratterizzata dalla valorizzazione del presente e dell’usa e getta. Nel nome dello sviluppo si tagliano pinete, si spianano complessi dunali, lasciando spazio o lottizzazioni che stravolgono le tradizionali strutture insediative. I modelli di riferimento architettonici utilizzati nell’edificazione, naturalmente adattati ti sono la casa Domino e la casa Citroen di Le Corbusier. Mancano riferimenti all’architettura organica, proprio negli anni in cui la cultura architettura italiana si allontana dalla teoria razionalista, con il neorealismo o il liberty o l’A.P.A.O.
«Se intendiamo l’architettura organica al di là degli stili e delle poetiche. come comportamento dovrebbe essere meno frenetica e più tesa alla manutenzione e al mantenimento dell’esistente. Tale atteggiamento non coincide con gli avvenimenti verificatisi lungo la costa in quegli anni: ciò che esisteva è stato completamente distrutto e brutalizzato.
Il Tiburtino deve tutto a Ridolfi che disegnava in scala 1:1, poi l’architettura organica è sempre più fallita nell’immaginario progettuale degli architetti in quanto i progettisti si trovavano con elementi e materiali già precostituiti unificati e standardizzati. Io credo che l’architettura razionalista o post-razionalista avesse il senso di un’architettura più povera, che si realizzava con minor prezzo. Nel caso della costa, in una condizione da pionieri, in cui le condizioni dell’impresa alberghiera era di tipo familiare, ai minori costi corrispondevano ammortamenti più confacenti. Siamo in una situazione in cui i pescatori diventano industriali, nell’alto sfruttamento di loro stessi e della loro terra. Il modello razionalista si sovrappone perfettamente allo sfruttamento umano e ambientale».

Una semplificazione nel progetto e nella realizzazione dell’edificio che segua solo la funzione?
«Nel rapporto forma-funzione nel dopoguerra gioca un ruolo fondamentale l’aspetto speculativo combinato con le richieste di mercato immobiliare. In una prima fase si costruiscono case, condomini e grattacieli rispondenti a una esigenza periferico-condominiale, contraddistinta da bassi costi di realizzazione e di vendita. Poi si supera l’idea dell’appartamento al mare uguale a quello di città (periferia di città) con la richiesta da parte del mercato immobiliare della villa con un po’ di verde o di giardino. La realizzazione di case unifamiliari o a schiera è l’ultimo massacro edilizio della costa che aggredisce i suoli collinari delle città costiere meridionali e i suoli agricoli di quelle più a nord. Mi ricordo che un quarto di secolo fa sostenevo che si stava costruendo una macchina che si sarebbe inceppata, le alternative alla costa avrebbero finito per dominare, per cancellare la riviera romagnola. Non è vero. Lo smentisce anche l’eutrofizzazione marina».

Una caratteristica della costa romagnola sembra essere la capacità di sapersi adeguare alle mode e alle richieste provenienti dalla domanda turistica spontanea o manipolata dai mass-media. Ieri il turismo a basso costo oggi le discoteche e gli acquascivoli, domani altre strutture e attrezzature nelle zone ancora libere delle colonie o demolendo isolati alberghieri degradati. Costruire, demolire, ricostruire. Fino a quando?
«Sono adeguamenti o pseudoadeguamenti rivolti al tentativo di mantenere quote di turismo che tendono ad che tendono ad abbandonare la riviera. Si pensi che la stagione turistica era più lunga quando il tempo libero era più ristretto. Nel l’attuale epoca in cui il tempo libero tende ad aumentare, la macchina del turismo diminuisce i tempi di funzionamento. Se a questo si aggiunge che la ricchezza del futuro sarà anche la qualità ambientale, allora ci troviamo all’inizio della fine. Penso che nella ipotetica città del domani il tempo libero si potrà svolgere nei propri luoghi di residenza. I sistemi di piscine, l’acquascivolo, il palazzetto del ghiaccio e altre attrezzature non costituiscono alternativa alla città da parte della costa, sono attrezzature e impianti tipicamente urbani che si realizzano nella città attraverso una più corretta pianificazione urbanistica. La riviera oggi si muove su queste trovate da giostra che costituiscono il germe che porterà all’autodistruzione».

Oggi la situazione crediamo sia giunta a livelli di guardia: da una parte l’erosione costiera, l’eutrofizzazione marina, la congestione edilizia, dall’altra la costruzione o previsione di costruzione di parchi d’acqua, di porti turistici, di casinò, di centri e attrezzature altamente specializzati, e la costruzione di nuove strade e autostrade.
«Io non credo nel recupero della costa, siamo giunti in certe zone a situazioni irreversibili. Se si porta l’acqua in collina a ridosso di un’autostrada o di un cimitero o si costruiscono piscine con le onde, o le spiagge dipinte sui muri perché il mare è inquinato, è evidente che non c’è più niente da fare. Siamo in una situazione irrecuperabile. Occorrerebbe non costruire più nulla, bloccare per legge qualsiasi genere di costruzione e occupazione del suolo fino al duemila o fino a quando non si sarà riabilitato e recuperato l’esistente e tutte le colonie, attraverso un’attenta politica ambientale. Se non si arriverà ad un vero e chiaro ripensamento dello sviluppo, sarà ancora un ulteriore peggioramento della situazione. Nelle attuali condizioni solo un evento straordinario, apocalittico o catastrofico potrebbe considerarsi l’elemento liberatorio di una situazione non risolvibile».

La catastrofe come elemento pianificatorio per la costa.
«No, non mettiamola nelle mani degli architetti, lasciamola libera alla natura».

Conversazione con Pier Luigi Cervellati
Avanguardia Romagnola – Architetture Balneari del XX secolo
Grafis Edizioni, 1988


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